La teoria aristotelica del verbo essere

Questo articolo è il primo di due articoli correlati. La seconda parte uscirà lunedì prossimo, 19 aprile.

Introduzione

Che cos’è il verbo essere? Ha uno o più di un significato? Quali sono, se ce ne sono, i molteplici sensi del verbo essere? E poi, il verbo essere è un predicato? Se sì, allora perché svolge un ruolo così particolare all’interno della classe dei verbi? Se no, allora cos’è? Un nome o un terzo tipo di elemento linguistico?

A questa e ad altre domande dovremo rispondere nel corso del presente articolo e lo faremo, per lo più, ricorrendo all’indagine filosofica che sul linguaggio ha sempre avuto molto da dire, fino a giungere, per la verità non con troppa sorpresa per i precedenti lettori di questa rubrica, alle acute intuizioni di Noam Chomsky e della linguistica generale odierna. Punto d’arrivo del presente articolo, che prende le mosse dall’analisi aristotelica del verbo essere – considerato come il terzo componente fondamentale della frase, distinto sia dal soggetto che dal predicato – sarà la teoria linguistica della grammatica generativa che, di fatto, ha conservato quasi intatta tale concezione del verbo essere.

Fin dalle scuole elementari viene insegnato a schiere di studenti che il verbo essere è un ausiliare, cioè un verbo che si accorda a un altro verbo per esplicitare una certa costruzione temporale, o che è in grado di reggere un altro verbo. Per esempio, nel dire “Socrate era andato al Pireo” o “Socrate si sarà accorto di Gorgia” si usa il verbo essere in qualità di supporto per i verbi andare e accorgersi. Tuttavia, nel chiedere cos’è il verbo essere non basta la definizione che fa riferimento alle sue proprietà di ausiliare; infatti, anche al verbo avere questa proprietà potrebbe essere attribuita, rendendo quindi la definizione sovra-estesa rispetto all’oggetto da definire – vogliamo, infatti, definire soltanto il verbo essere e non anche il verbo avere.

Chiedere che cos’è il verbo essere, perciò, obbliga il ricercatore quanto il lettore a esercitarsi in una analisi non prettamente grammaticale, bensì logico-linguistica. Per analisi logica si intende un’indagine semantico-filosofica, in cui alla natura concettuale e al significato del verbo essere si darà ampio spazio per giungere a qualche tipo di chiarimento dei concetti che il verbo essere sembra richiamare alla nostra attenzione. Di seguito, sarà posto al vaglio il punto di vista della linguistica, ossia si dovranno porre in evidenza le relazioni strutturali che secondo la teoria della grammatica generativa (Moro 2010) il verbo essere intrattiene con gli altri componenti della frase.

Tra le analisi più celebri del verbo essere c’è sicuramente quella di Frege e Russell (FR d’ora in avanti), che risale al primo Novecento (Frege 1892, Russell 1919). La teoria FR sostiene che il significato del verbo essere non sia univoco e che, inoltre, tale verbo si faccia carico di più significati: quello predicativo e quello identitario sono i più importanti fra tutti. Sicché nel dire “A è B” bisogna dirimere a seconda di A e B che tipo di “è” sia presente. Il senso predicativo è chiaro quando vi è un solo termine referenziale, per esempio in “Federica è avvocato” si usa l’“è” in senso predicativo perché si attribuisce a Federica la proprietà di essere avvocato. Ma in “Federica è la sorella di B” si usa l’“è” in modo identitario perché sia il termine “Federica” sia “sorella di B” hanno per referente un ente, o soggetto. Dato che nessun soggetto può essere predicato di un altro, allora segue che non può essere usato l’“è” in senso predicativo ma in senso identitario. Un altro esempio di questo stesso tipo è “4 = 2+2” perché sia 4 sia 2+2 sono termini referenziali che individuano un soggetto (cioè, un ente numerico) e non una proprietà. Al contrario, in “Aristotele è un filosofo” si userà l’“è” in senso predicativo, perché ad Aristotele appartiene la proprietà di essere un filosofo, ma Aristotele non si identifica con l’essere filosofo, perché non tutti i filosofi sono Aristotele.

L’analisi FR, che sposa la tesi dell’ambiguità del verbo essere, pare essere un guadagno ormai acquisito per i filosofi del linguaggio contemporanei. In linguistica generale, però, essa non ha attecchito completamente e, anzi, in modo anche un po’ sorprendente, sembra che ad attecchire sia stata una analisi ben più antica che risale addirittura ad Aristotele (Moro 2010).[1] È alla concezione aristotelica che dovremo, perciò, dedicare le nostre attenzioni prima di discutere del verbo essere dal punto di vista della linguistica generale.

L’analisi aristotelica di parola, nome e verbo.

Secondo Hintikka (2006: p.43), Aristotele non condividerebbe in alcun modo la tesi FR. Sebbene egli sia stato il primo a considerarla in nuce nella storia della linguistica e della filosofia del linguaggio, ha, poi, concluso che questa tesi non è corretta. Nonostante il verbo essere si dica in molti modi, esso non è intrinsecamente ambiguo. Per Aristotele esiste, infatti, un senso unitario al quale poter ricondurre tutti i molti sensi del verbo essere (Calvo 2014: pp. 46-47) e questo senso, come si vedrà, coincide in parte con una delle caratteristiche definitorie del verbo in sé e per sé.

Prima di rispondere, quindi, alla domanda “che cos’è il verbo essere?”, Aristotele si chiede “che cos’è il verbo?”. Seguiamo il suo ragionamento e cerchiamo di fare ordine tra i pensieri e le intuizioni iniziali. Poiché le nozioni di verbo e nome sono nozioni complesse, Aristotele cerca di definire quei termini più semplici, cioè le parole, che sembrano essere alla base della grammatica e del linguaggio.[2] Iniziamo dalle definizioni di parola e nome. Egli scrive:

Ora, i suoni espressi con la voce sono segno delle affezioni nell’anima […]. Un nome è un suono espresso con la voce significante per convenzione, senza temporalità, nessuna delle cui parti considerate separatamente è significante.[3]

Nel dire che i suoni espressi con la voce sono segno (σύμβολα, súmbola) delle affezioni nell’anima[4] pare che Aristotele intenda sostenere che le parole pronunciate sono simboli simili alle cose che esse nominano. Il segno, o simbolo, è l’unione di significante, ossia l’espressione orale o scritta per mezzo di cui si indica un oggetto, e significato, cioè l’indicato dal significante.[5]

Più articolata, invece, è la concezione aristotelica del “nome”. Ogni nome (ὄνομα, ónoma) è: (a) un suono espresso con la voce, dunque ogni nome è un’affezione nell’anima (b) significante per convenzione, sicché il significato di un nome è determinato da una scelta arbitraria; (c) non indica la temporalità del suo referente; (d) le parti che lo compongono non hanno alcun valore semantico se considerate separatamente dal nome completo. Di queste proprietà, le più interessanti sembrano essere (d) e (c).

In merito alla prima, possiamo ricorrere a un esempio. Il nome “Benedetto” consta di due parti: “bene” e “detto”. Tuttavia, prese separatamente e isolatamente entrambe le parti non sono significanti il nome. Nel discorso esse diventano significanti, ma significanti di qualcos’altro: per esempio “ben detto” indica il dire bene qualcosa, ma non già alcun soggetto di nome “Benedetto”.

In merito alla seconda proprietà, cioè alla mancanza di temporalità del nome, bisogna dire che questa pare essere una caratteristica dedotta quasi per osservazione diretta. Osserviamo i nomi “Federica”, “Giuseppe”, “Gianluca”. Chiunque ne sia il portatore, non sembra che dal solo nome l’ascoltatore possa evincerne la data di nascita, di esistenza o di morte. Un nome non aggiunge entro l’enunciato una connotazione temporale. Cerchiamo di dimostrarlo tramite un esperimento linguistico:

  • Socrate parla.

Se in (i) sostituiamo il nome di Socrate con quello di Platone, otterremo:

  • Platone parla.

La temporalità dell’enunciato (ii) è identica a quella di (i). La sostituzione dei nomi ci permette di evidenziare come non sia il tempo dell’azione a cambiare, ma soltanto il soggetto. Dunque, il nome non supporta alcuna temporalità per un qualsivoglia enunciato. Detto altrimenti, il nome non indica il tempo.

Tuttavia, conoscere la temporalità di un evento che ci viene raccontato tramite il discorso è un’esigenza per noi ineliminabile e sempre appagata. Questo significa che deve esserci un elemento linguistico che sintetizza questa cognizione: è il verbo. Aristotele scrive:

Un verbo è ciò che addizionalmente significa il tempo, nessuna parte di esso è significante separatamente, ed è un segno di ciò che è detto di qualcos’altro.[6]

Aristotele aggiunge al verbo alcune caratteristiche fondamentali che lo distinguono dal nome, arrivando, così, a sostenere che il verbo (ῥῆμα, rhêma): (a) è un suono espresso con la voce; (b) è significante per convenzione; (c) possiede parti che non hanno valore semantico considerate separatamente; (d) indica il tempo; (e) è segno di qualcosa detto di qualcos’altro. Il riferimento al tempo, aggiunto al nome, sembra suggerire che Aristotele ritenga il nome degno di una certa priorità logico-linguistica rispetto al verbo: prima c’è un nome e, poi, si aggiunge la sua espressione verbale. In linea di principio, questa priorità logico-linguistica sembra rispecchiare la stessa priorità ontologica della sostanza nella teoria delle categorie rispetto a quantità, qualità, relazione e così via (perché queste ultime sono sempre dette in relazione a una sostanza)[7]. Si tratterebbe di un ulteriore indizio del fatto che il metodo di ricerca dello Stagirita aveva ben salde radici nell’analisi del linguaggio e delle sue strutture.

Rispetto alla definizione del verbo, sono le due ultime proprietà elencate quelle più interessanti. Perché? Iniziamo dalla proprietà (e). Qui Aristotele fa entrare in gioco la nozione logica di predicato. Possiamo dire, infatti, che nome sta a soggetto come verbo sta a predicato. Poiché egli si occupa del verbo, ma non lo fa per scopi puramente grammaticali bensì filosofici, egli rapporta il verbo al predicato e ne evidenzia il carattere intrinsecamente attributivo. Quando il verbo viene pronunciato senza alcun soggetto, allora non è segno di qualcosa. Al contrario, quando è pronunciato in relazione a un soggetto (di un soggetto o in un soggetto, si veda Categorie, cap. 2), allora esso indica una combinazione che non può essere pensata senza i componenti, ossia il soggetto e il predicato. Inoltre, mentre nome e verbo sono elementi linguistico-grammaticali, soggetto e predicato sono elementi logici. Insomma, Aristotele riporta, di fatto, la grammatica alla ricerca logico-filosofica evidenziando il fine fondazionale della sua riflessione sul linguaggio.

La proprietà (d), invece, è ciò su cui fa perno l’intera tradizione grammaticale dalla Scolastica sino a celebri logici di Port-Royal e a cui fa capo, inoltre, anche l’odierna linguistica generale – nonché lo stesso Noam Chomsky. Dire, infatti, “Federica pensa” indica che nel momento attuale Federica sta pensando. Dire invece “Federica pensava” o “Federica penserà” modifica la temporalità dell’enunciato originario coordinando le inflessioni temporali del verbo all’imperfetto e al futuro semplice. E non può essere il nome a farsi carico della temporalità, poiché la sua forma non muta. Ciò che muta è soltanto l’inflessione verbale, per cui è al verbo che bisogna necessariamente attribuire un ruolo primario nella significazione del tempo.

Anche Aristotele si occupa solo delle frasi apofantiche, o dichiarative,[8] che sono quelle proposizioni che possono essere vere o false, ché la verità o la falsità di una proposizione può essere determinata solo se c’è combinazione o separazione di un predicato con un soggetto.[9] Soggetto e predicato sono le due colonne portanti del pensiero logico-linguistico occidentale, due colonne che hanno retto ai più svariati scossoni nel succedersi dei paradigmi fino a oggi e che fungono da elementi indispensabili per la costruzione di una frase. Ogni frase dichiarativa, perciò, dal punto di vista grammaticale deve contenere un verbo o l’inflessione di un verbo in aggiunta al nome, altrimenti non potrebbe esserci alcun valore di verità.[10]

Ma a cosa è servito tutto questo excursus intorno alle definizioni preliminari di parola, nome e verbo? È servito perché, per incredibile che sembri, il verbo essere non è un predicato, allorché Aristotele pensa che esso sia il terzo elemento della proposizione dichiarativa. Questo significa che il verbo essere non è né un nome né un predicato, altrimenti rientrerebbe in uno dei due incasellamenti logici. Che esso non sia un nome sembra evidente: ammette flessioni temporali. Se ammette flessioni temporali, allora è un verbo. Se è un verbo, allora dovrebbe essere un predicato. Perché, allora, il verbo essere, pur essendo un verbo, non è però considerato da Aristotele un predicato?


[1] Tra i motivi per cui si rifiuta l’analisi FR in linguistica generale è che la visione dicotomica di Russell è sconfessata dal seguente esame linguistico. Supponiamo che sia usato “è” in senso identitario. Allora frasi come (1) “La stella della sera è la sua associata nel firmamento” rispettano tale senso. Tuttavia, se trasformiamo “è” identitario esplicitandolo in “è identico a”, allora avremo che (2) “La stella della sera è identica alla sua associata nel firmamento”. È qui che salta fuori il problema: in (1) il pronome sua non si riferisce alla stella della sera bensì alla associata nel firmamento, sicché in (1) deve esserci un predicato (associata nel firmamento) e non un nome o termine referenziale. In (2), invece, il pronome sua può legarsi alla stella della sera e questo prova che il verbo essere non implica un senso identitario. Si veda Moro 2010 per ulteriori approfondimenti.

[2] Per la verità, l’analisi del linguaggio è anche uno dei metodi preferiti dallo Stagirita per ricavare una conoscenza fondazionale delle strutture logiche e ontologiche della realtà. Sebbene non ne parli mai esplicitamente, la derivazione delle categorie è condotta di pari passo all’analisi del linguaggio. Si consiglia, per il lettore interessato, la copiosa e dettagliata introduzione di Marcello Zanatta alle Categorie aristoteliche per i tipi BUR.

[3] Aristotele, De Interpretatione, 16a3-20 (traduzione ed enfasi sono mie, qui come di seguito).

[4] Quando Aristotele si riferisce all’anima, egli fa riferimento a ciò che oggi chiameremo “mente” e che lui, invece, indicava come anima razionale. Per un approfondimento si veda il suo celebre saggio De Anima, III, 3-8.

[5] La paternità di questa concezione del segno può esser fatta risalire agli Stoici che distinguevano fra semaínon e semainómenon, rispettivamente significante e significato, e il lektón, che è una delle quattro cose fondamentali () incorporee del catalogo ontologico dello stoicismo e che dovrebbe indicare la rappresentazione e la comprensione del significato nell’anima razionale del parlante e dell’ascoltatore. Si vedano Frede 1994 e Lesky 1996 per un approfondimento. Sebbene Aristotele non specifichi cosa intende per simbolo, o segno, sicuramente aveva prestato attenzione alle lezioni di Platone nel Cratilo e nel Sofista, dialoghi a cui gli Stoici sarebbero stati tutt’altro che indifferenti. Se Aristotele è stato allievo di Platone, e gli Stoici sono stati continuatori e anche perfezionatori del pensiero logico-linguistico aristotelico, allora potremmo forse ipotizzare che sia plausibile attribuire allo Stagirita una medesima concezione del segno.

[6] Aristotele, De Interpretatione, 16b6-7.

[7] Si veda per approfondimento Aristotele, Categorie, cap. 5.

[8] Aristotele, De Interpretatione, 17a2-4.

[9] Idem, 16a12-13.

[10] Idem, 17a9.

Matteo Orilia

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