Patografia in quattro parti

Lo stetoscopio sulla schiena è una conchiglia fredda che si appoggia, ascolta e sonda i polmoni. Stana nei bronchi eventuali grumi da sciogliere.

«Respira».

Respiro.

«Ora respira profondamente».

Respiro profondamente.

«Di nuovo».

Di nuovo.

Interviene mia madre chiedendo al pediatra se sente qualcosa, come un sibilo o un’anomalia. In risposta riceve un indice alzato che la invita al silenzio. È ansiosa, scalpita, e come sempre eccede. Lo strumento scivola ora più in basso, lungo le costole, e poi subito di nuovo in alto, dove staziona per qualche secondo.

«Respira».

Respiro.

S’acciglia. La fronte increspa e nel silenzio ascolta.

«Di nuovo».

Di nuovo.

«Tutto regolare».

Toglie la conchiglia e i brividi di freddo scivolano via dalla spina dorsale. La schiena torna a temperatura, i muscoli si rilassano. Da ritto, m’incurvo, mi affloscio. Il pediatra estrae dal primo cassetto della scrivania un blocchetto di fogli. Scrive. Prescrive. In una griglia grigia su cornice arancione scarabocchia una firma. Segna la data. Strappa il foglietto e lo rende a mia madre.

«Una settimana di antibiotici, poi si vedrà».

«Mi scusi dottore, ma lei ha appena detto che è tutto regolare».

«Lei signora confonde il sintomo con la malattia».

«Allora non credo di aver capito».

«Il sintomo non c’è, e se c’è, è ancora in una fase iniziale, embrionale, ed è quindi possibile che ci sfugga. Ma le analisi dicono che la malattia c’è, e questa va curata a prescindere che alcuni sintomi si manifestino o meno».

«Capisco».

«Quindi dia l’antibiotico a suo figlio».

«Va bene dottore».

«Mi raccomando».

«Certo dottore».

«Suo figlio è malato».

Esordisce la malattia. Nella linearità di quella che era stata fin lì la mia vita, il mio corpo inciampa, devia e incontra l’anomalia. Come un maglio cala su di me la difformità, la deformità; alla regola viene sostituita l’eccezione: divengo la rarità statistica. Nel momento in cui il dottore pronuncia quelle parole immagino fiotti di muco coagularsi nei fori dei miei polmoni, riempire tutte le brecce, saziare tutte le faglie. Soffoco nell’immaginarmi di soffocare, incamero aria – «Respira» – ma è come annegare. Afferro il braccio di mia madre.

«Sono malato?».

«Sì ma non è niente».

«Ma sono malato?».

«Sì amore, ma vedrai che con l’antibiotico ti passa».

Fuori: nevica. Nella sala d’attesa insieme a me vi sono solo altre due persone. Una ragazza che avrà suppergiù la mia età, azzardo diciannove, massimo vent’anni, e un uomo sulla quarantina, di origine africana, e che ad una prima occhiata sembra il più rilassato dei tre. Ha le mani appoggiate sulle cosce, le spalle ricurve e una postura annoiata. Raccoglie dal tavolino posto al centro della stanza un settimanale, abbassa gli occhiali e inizia a sfogliarlo. Poi alza lo sguardo.

«A che ora?», chiede indicandomi.

«Diciotto e trenta».

Controlla l’orologio, distende le gambe e accavalla i piedi. Se è qui, non è comunque qui per qualcosa di grave. Forse questa mattina si è svegliato con un paio di linee di febbre e ora vuole chiedere qualche giorno di mutua. La ragazza pare invece più ansiosa. Gira e rigira tra le mani un fazzolettino di carta. Ha delle dita snelle, che muove nervose, quasi come le zampe dei ragni mentre tessono la tela attorno a una preda. Pollice e indice ruotano il fazzoletto, pollice e medio ne stracciano un lembo: e così a ripetere.

La porta dello studio si apre ed esce la dottoressa.

«Caproni… Luca Caproni».

Mi alzo di scatto e lei mi fa cenno di entrare. Varcata la soglia mi invita a sedere.

«Rieccoci».

«Buona sera».

«Anche questo mese qui».

«Già».

«Il motivo?».

«Gliel’ho detto prima per telefono».

«Attacco di panico?».

«Esatto».

«L’ennesimo».

«Questa volta più forte».

«Si spieghi meglio» dice raccogliendo dal portapenne una biro.

«Per un attimo ho pensato di avere un attacco cardiaco».

«Spesso gli attacchi di panico si manifestano con sintomi che possono far credere all’infarto, lo sa».

«Sì, ma quando mi capita me ne dimentico».

Si toglie gli occhiali e con il dorso della mano sfrega l’occhio destro. Inforca di nuovo le lenti guardando la parete in alto, sulla mia sinistra, dove mi accorgo esserci un orologio a muro. È annoiata, ha fretta: io non ho la sua più piena attenzione, questo è evidente.

«Mi ascolti. Lei forse ha bisogno di uno psicologo, non di un medico».

«Perché dice questo?».

«Perché lei è ansioso, non cardiopatico».

«Questo non può saperlo».

E invece può, dato che risonanze magnetiche, holter, TAC, PET e SPECT dicono tutte la stessa cosa: nessuna anomalia, tutto regolare, referto medico: negativo, paziente sano, clinicamente sano, biologicamente sano, parametri: nella norma.

«Lei psicosomatizza».

«Psicosomatizzo…».

«Esatto. Sa cosa vuol dire?».

«Sì» dico abbassando lo sguardo.

«Quindi sa che ho ragione».

«Io… io credo che lei…».

«Sì?».

Io credo che lei non capisca, che lei non preveda, che pecchi di lungimiranza. La sua è una diagnosi miope, dottoressa, questo vorrei dirle. È impossibile che sia sano. Nella mia famiglia ci sono stati casi di artrosi, anemia, diabete, leucemia, cancro ai polmoni, cancro alle ossa, cancro al cervello, colite ulcerosa, aritmia ventricolare, aritmia sinusale, gastrite nervosa. Quindi mi guardi dottoressa, mi guardi negli occhi e ascolti bene: se posso aver ereditato qualcosa, quella cosa è la malattia. È una questione genetica. Quindi mi faccia la cortesia, per l’amore di dio, di procedere ad una diagnosi seria, accurata, e che finalmente rilevi un male che affligge il mio organismo.

Questo vorrei dirle.

Ma non faccio in tempo.

«Sono le diciotto e quarantacinque. Ora ho un altro paziente. Mi dispiace».

Mi allunga la mano.

«Certo, nessun problema».

La stringo.

«Arrivederci allora e buonaserata. Ah, e mi raccomando, prenda le gocce che le ho prescritto il mese scorso».

«Certo… senz’altro…».

«Arrivederci».

«Arrivederci».

«Lei è in terapia da?».

«Ventisette anni».

Prende una penna.

«E ha cambiato?».

«Nove analisti».

Segna sul taccuino.

«Lo sa, vero, che questo non è il miglior modo per rendere la terapia efficace?».

«Certo».

Secondo il Ministero della Salute, dai cinquant’anni in su, si entra nella cosiddetta fascia a rischio, non a rischio “elevato” – che è riservata agli over 65 – ma comunque in un’area demografica piuttosto incline all’insorgere di malattie. Scollinato il mezzo secolo si raccomanda quindi di fare un check-up completo almeno una volta l’anno, così da avere sempre sotto controllo il proprio quadro clinico. Ecco io, questo check-up completo, lo faccio da quando di anni ne avevo ventitre. Era, ed è, l’unico modo che conosco per soffocare l’ansia, e anestetizzare – almeno temporaneamente – la paura.

«E perché si ostina a cambiare?».

«Per l’inefficacia delle terapie».

«Ecco, appunto».

«Diciamo che non sono una persona troppo paziente».

«Mi ascolti, Luca. Per casi come il suo, con un pregresso piuttosto lungo e in cui la malattia è insorta in un’età precoce, c’è bisogno di un percorso lento, duraturo e costante. E soprattutto coerente. Quindi non si aspetti una terapia d’urto venendo da me. E sappia fin da subito che i primi segni di miglioramento non si paleseranno prima di alcuni anni».

«A mia discolpa posso dire che gli altri otto non mi sembravano molto preparati».

«Luca…».

«Sì?».

«Se non è una persona paziente – dice sorridendo – lo diventi, la prego».

«Anche Nadja me lo rimprovera sempre».

«Nadja è?».

«Mia moglie».

«Ecco, vede».

«Ma a cinquant’anni?».

«Lei vuole guarire o no?».

«…».

«E allora anche a cinquant’anni».

Sbuffo. Alzo gli occhi.

«Senta, va bene».

Dai ventitré anni, ad un check-up annuale, ho affiancato anche l’analisi. Era evidente che a distanza di tempo dalla scomparsa di mio fratello maggiore erano ancora presenti dei nodi da sciogliere, o comunque qualcosa di irrisolto che – dicevano gli specialisti – era il caso di indagare. Per questo mi sono affidato a psicoanalisti e psicoterapeuti. Ed è per questo che ora mi trovo disteso su questa chaise longue, marrone, di pelle sintetica, che ad ogni mio movimento irrimediabilmente cigola, e che invece di rilassarmi e di allentare la mia tensione fisica e soprattutto mentale, ha l’effetto opposto di innervosirmi. L’analista che ho di fronte, una volta tanto, sembra sveglia, empatica, e già dalle prime battute pare abbia un’intelligenza sociale piuttosto sviluppata. Quindi mi chiedo, perché un errore così banale, così comodamente evitabile? Sarebbe bastato sostituire il modello in pelle con uno in velluto. Credo che già solo con questo piccolo accorgimento il suo studio avrebbe un incremento positivo delle guarigioni del, non lo so, sessanta o settanta percento. L’alternativa è che la scelta di questo specifico modello sia qualcosa di voluto, di ponderato. In ogni caso, ho smesso terapie per molto meno.

«Scusi ma posso chiederle una cosa?».

«Dica».

«Ma questa poltrona…?».

«Questa poltrona?».

«È terribilmente scomoda».

Mi giro da un lato.

«È il modello più venduto, me l’ha consigliato un collega».

«Un collega che non conosce il concetto di ergonomia».

Mi rigiro dall’altro.

«Un collega che pratica da trent’anni».

«Lei l’ha mai provata?».

«Certo che l’ho provata».

«E?».

«Cosa abbiamo appena detto sul fatto di diventare persone un po’ più pazienti?».

«No però guardi che è scomoda. E poi ogni volta che mi muovo fa dei rumori insopportabili».

Appoggia le penna e il taccuino.

«Lei ha un livello di tolleranza praticamente inesistente, lo sa?».

«Mi è stato detto, sì».

«È così pedante su tutto?».

Riprende la penna e riapre il taccuino.

«Non su tutto».

Scrive.

«Glielo chiedo perché questo atteggiamento potrebbe essere una delle cause della sua ansia».

«Guardi, francamente non credo. Al massimo è il contrario.».

Stacca la penna dal foglio. Si ferma. Mi guarda.

«Mi ricordi che professione svolge».

«Non gliel’ho ancora detto».

«Allora me lo dica».

«Professore».

«Di?».

«Letteratura italiana».

«E dove?».

«In un istituto tecnico».

«Ecco, quindi lasci che sia io, eventualmente, a stabilire nessi di causalità tra una cosa e l’altra».

«…».

«Ad ogni modo, lei soffre o dice di soffrire di?».

            È partita dal nucleo, ha superato la membrana, si è diffusa nel reticolo endoplasmatico ruvido, per poi estendersi al reticolo endoplasmatico liscio, è giunta nei mitocondri e infine si è espansa a tutto il citoplasma. Ora è una cellula avariata, impazzita, malata. Di lì a tre mesi il mio corpo è in preda ad una metastasi che il medico ha definito: «fulminante».

Non so cosa dirò ai miei figli e non so come lo dirò ai miei nipoti. Forse dirò loro che avevo ragione; che l’avevo sempre saputo; che quando m’impuntavo con la dottoressa lo facevo con cognizione di causa; che non era solo ansia; che sono sempre stato malato; che è una questione dinastica; che è una questione statistica; che nella nostra famiglia, nel bambino che nasce, è già presente la malattia per cui muore. O forse non dirò niente, e anche questa volta – come d’altronde ogni volta – l’urlo verrà trattenuto e la paura sarà soffocata.

Ad ogni modo mia moglie ha cercato di farmi ragionare, ridimensionando la cosa e dandole il giusto peso. Mi ha detto che tutto sommato, tranne qualche attacco di panico giovanile e una sottile ansia, ho avuto una vita sana, piena e realizzata. All’interno della coppia è sempre stata lei ad assumere il ruolo di contrappeso alle mie vertigini, riequilibrando l’intero sistema. Del suo ottimismo, per osmosi, ho beneficiato anch’io, e questo ha infuso alla coppia una leggerezza a cui io, singolarmente, con le mie ansie e i miei imbrogli d’umore, non avrei mai potuto aspirare. Nadja mi ha certamente salvato, ma non mi ha guarito; cosa che – per inciso – non era suo compito fare. Mentre eravamo in macchina, al ritorno dalla visita, dell’intero suo discorso mi è rimasta in mente soprattutto la parola con cui ha definito l’ansia che da sempre mi affligge. L’ha definita “sottile”. Tutto il resto è scivolato via, sfarinandosi nelle pieghe di un momento che ricorderò per sempre – o per quel poco che ancora mi rimane da vivere – ma quella parola, quell’aggettivo, si è come invece incagliato tra i miei pensieri. Evidentemente dal di fuori veniva percepito questo. Non il panico, non il terrore, non lo sgomento o l’angoscia. Solo un esile filo d’ansia che in filigrana attraversava l’intera mia esistenza. Una noia insomma, una seccatura, qualcosa che al massimo poteva provocare fastidio. Poco male, vuol dire che non avrò creato loro troppe preoccupazioni.

«Luca…».

«Dimmi».

Appoggia la mano sulla mia.

«Allora?».

Mi volto verso di lei.

«Non dici niente?».


Ivan Chioccarello è nato nel 1996 a Schio, in provincia di Vicenza. Ora vive a Bologna, dove si è laureato presso la facoltà di Storia con una tesi sull’esperienza partigiana nei romanzi di Luigi Meneghello. Attualmente frequenta la facoltà magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche.

Redazione

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