L’incantesimo

Da quando mia sorella è morta non è più la stessa.

Pensavamo l’estate sarebbe stata noiosa. I nostri genitori avevano avuto un brutto anno, dal punto di vista lavorativo. Non potevano portarci da nessuna parte. Era stato così per tutti, non di certò non li rimproveravamo (né ci rendevamo conto del tutto di quanto accadeva nel mondo degli adulti), però restava il problema della noia. Niente mare o montagna, solo quella casa grande e calda che papà aveva ereditato e dove c’eravamo trasferiti da poco.

Maria, mia sorella, è sempre stata uguale. Non ha mai attraversato fasi. Aveva un suo ordine interiore che le invidio ancora adesso. Faceva quel che dicevano i grandi, anche se spesso dicevano cose strane, e passava il tempo distante dagli impegni di scuola con un libro. Io sono sempre stato più scombinato, non ero bravo a scuola e mi piaceva andare in giro coi miei amici, mentre lei non ne aveva.

Riempiva quaderni di diario tutto il tempo. Me li faceva leggere. Non scriveva nulla di personale. Osservazioni molto attente su quanto accadeva nella quotidianità. Niente sulla sua vita interiore. Forse non ne aveva. Con lei tutto era in superficie, ordinato e pulito come la sua stanza.

«Avrei bisogno di quaderni nuovi» disse una sera a cena. «Se mi date i soldi, domani vado a comprarli.»

«Credo ce ne siano in soffitta» rispose papà.

«Va bene» disse subito Maria.

«Se vai in soffitta vengo anch’io» dissi.

Da solo avevo paura, ma con Maria era un altro paio di maniche. Lei era la calma fatta persona. Non c’erano pericoli.

Andammo di sopra. Accese la luce. La soffitta era ordinata, ma polverosa. In fondo c’erano degli scaffali, con libri e vari incartamenti, e una cassa di legno.

«Scommetto che i quaderni sono nella cassa» disse.

«Quanti libri. Sono dei nonni?»

«Credo di sì» rispose.

«Perché non dài un’occhiata? Magari trovi qualcosa d’interessante.»

«Non credo.»

«Tu leggi sempre.»

«Sono vecchi. A me piacciono i libri nuovi.»

Rovistai. Molti erano di botanica. La casa aveva un giardino che nessuno di noi curava. Al tempo dei nonni doveva essere stato molto più bello. Tirai fuori le carte.

«Come sono morti i nonni?»

«Incidente stradale. Erano in Irlanda.»

«In vacanza?»

«Sì.»

«Sono morti giovani, vero?»

«Relativamente.»

Maria spolverò la cassa con la mano e l’aprì.

«Guarda» disse, ridendo (capitava di rado) «c’è un vero e proprio set per scrivere.»

Era vero. Un tavolino con un calamaio ancora pieno, dei pennini e una carta simil-pergamena.

«Credo che ti divertirai.»

«Lo credo anch’io» rispose Maria.

Spostammo il tavolino. Sotto, cera un voluminoso malloppo di carte chiuse con lo spago. Sembrava che l’estensore, il nonno o la nonna, avesse usato quel set per scrivere.

«Cosa pensi sia?» chiesi.

«Forse è il diario del nonno.»

«O della nonna. Credi che dovremmo aprirlo?»

«Non so» disse Maria. E poi, col suo atteggiamento tipico: «Dovremmo chiedere ai nostri genitori.»

«Loro ci hanno detto di venire a guardare cosa c’era in soffitta.»

«Ma solo per trovare i quaderni.»

«Io sono curioso. Apriamolo.»

Maria non imponeva mai il suo carattere. Anche dopo che morì fu sempre la stessa. Cambiò, ma nel senso che le sue qualità s’accentuarono. Divenne sempre più calma e trasparente.

Aprii l’inviluppo. Era un nodo semplice.

«Ho paura di leggere» dissi, prendendo i primi fogli in mano.

«Perché?»

«Non so molto sui nonni.»

«Erano brave persone. Perché dovremmo dubitare?»

«Sì, hai ragione.»

La grafia era chiara.

«È il nonno» disse subito Maria, prendendo in mano il secondo foglio.

«Come fai a dirlo?»

«Intanto, la grafia è maschile. E poi, qui c’è scritto “sono stato,” perciò dico che è lui.»

«Che dice?»

«Ho bisogno di leggere tutto con calma. Se tu insisti.»

«Insisto. Sono curioso.»

«Uff.»

«Che c’è?»

S’alzò in piedi. Scosse la polvere dal vestitino.

«Come ti dicevo, non mi piace leggere libri vecchi.»

Portammo l’incartamento nella sua stanza, col set per scrivere, che avrebbe usato per cominciare il nuovo diario.

Non ne parlammo per un paio di giorni. Era chiaro che voleva prendersi tutto il tempo necessario per finire con calma. Io uscii coi miei amici, andammo al cinema, ma solo per prendere un cestino di pop-corn (squattrinati com’eravamo). Poi al parcheggio mangiammo e parlammo. Non dissi niente su quanto stava accadendo in casa, sulle nostre vacanze mancate o sul diario del nonno. Devo dire che Maria, a differenza di come accade spesso fra fratelli, non mi prendeva in giro e non era mai cattiva con me.

Una sera, entrò nella mia stanza.

«Ho finito di leggere.»

«Hai scoperto qualcosa d’interessante?»

«No. Il nonno era una persona semplice. Era un brav’uomo e non tradì mai la nonna.»

Maria aveva capito che io temevo emergesse qualcosa del genere.

«Sono contento. Però erano tanti fogli. Davvero non dice altro?»

«Nulla di interessante.»

«Dobbiamo dirlo a mamma e papà?»

«Perché?»

«Non so. Magari volevano sapere qualcosa in più sul nonno.»

«Non c’è nulla da dire.»

Guardai Maria. Notai un’ombra sul suo volto. In vita mia, non l’avevo mai vista mentire. Non dissi niente.

«Va bene. Sarà il caso di rimettere tutto a posto.»

«Già fatto.»

La vita ricominciò regolare, solo che, quando andavo in stanza da lei, non mi faceva più leggere i suoi diari. Mi dissi che forse, da quando usava lo scrittoio del nonno, esprimeva pensieri più intimi.

Però era anche convinto che Maria non me la contasse giusta su quanto avevo letto nelle carte del nonno. Andai su in soffitta e aprii la cassa. Non erano più lì. Le aveva ancora con sé. Perché aveva mentito? Non pensavo fosse in grado.

Entrai nella sua stanza senza bussare. Era al centro del letto, circondata da quelle carte. Erano quelle del nonno, ed erano piene di strani disegni e ghirigori.

«Maria, sono preoccupato.»

«Dovresti. Sto per morire.»

«Cosa?»

«Tra poco morirò. Il nonno era un negromante. Conosceva un incantesimo per entrare e uscire dalla soglia del mondo dei morti. L’ho letto ad alta voce e ora è tardi.»

«Maria, non è uno scherzo divertente» dissi, ma sapevo che non mi prendeva in giro. Ero consapevole di quando parlava sul serio.

«Non sto scherzando. Lo avrei evitato, ma ormai l’incantesimo è in corso. Adesso è importante che tu faccia quanto dico. Fra circa un quarto d’ora m’addormenterò, poi morirò. Tu dovrai svegliarmi.»

«Come?»

«Con un bacio.»

«Non capisco.»

«Se non sarò baciata da una persona che m’ama, resterò nel regno dei morti.»

«Dovrò baciarti la guancia?»

«Le labbra.»

«Non voglio farlo.»

«Comincio a sentirmi stanca. Ora m’assopirò. Poi, cesserò di respirare. Allora dovrai baciarmi.»

«Maria, forse dobbiamo andare ad avvisare la mamma.»

«Non c’è bisogno, per una sciocchezza del genere» disse lei.

S’addormentò. Dopo un po’, il suo petto smise di andare su e giù. Provai a sentire il suo respiro. Non sentii nulla. Dopo qualche resistenza, non potei fare altro che baciare mia sorella sulle labbra.

Per un tempo che mi sembrò interminabile non si mosse. Poi, fece un grande sbadiglio e aprì gli occhi.

«M’hai preso in giro. È tutto uno scherzo, vero?»

«No. Non so come spezzare l’incantesimo. Accadrà ogni sera. Se non mi bacerai, non mi vedrai più.»

Deglutii.

«Ora sono molto stanca» continuò «va’ in camera tua.»

«Bello scherzo» dissi «non me l’aspettavo da te» continuai, e presi la porta. La verità era che mia sorella, per lunghi minuti, aveva smesso di respirare. Non potevo sbagliarmi su ciò.

Il mattino dopo, sceso a colazione e sembrava se stessa, col suo amore per le fette biscottate scondite da intingere nel tè.

«Abbiamo una sorpresa» disse papà «la settimana prossima facciamo un viaggetto.»

«Sì?»

«Andrete a trovare i cuginetti. Siete contenti?»

«Andiamo alla casa sul lago dello zio?» chiese Maria.

«Non siete contenti?»

Né io, né mia sorella andavamo matti per i cugini, però un cambiamento non sarebbe stato male. Lontani da quella casa con le strane carte del nonno.

La mamma sorrideva, ma si capiva che non era felice. Più tardi avrei compreso che soffrì il successo di suo fratello. Lei aveva passato la vita a studiare, mentre lo zio era un imprenditore che s’era fatto da sé, senza neppure finire la scuola dell’obbligo.

«Domani prepariamo i bagagli» disse la mamma «vi comprerò dei nuovi costumi da bagno.»

«Ve bene» disse Maria.

«T’è sempre piaciuto nuotare» disse papà.

«Sì.»

Il primo giorno alla casa al lago andò tutto bene, anche se lo zio prendeva un po’ in giro la mamma perché la nostra auto era vecchia e ammaccata, e i cugini non facevano altro che sfoggiare i loro giocattoli superiori.

Comunque, gli zii erano molto generosi nella loro ospitalità e, va detto, non soltanto per motivi d’ostentazione. Erano generosi. A loro faceva piacere trattarci bene. Inaugurammo la nostra vacanza con una grigliata di pesce. Maria lo amava molto, si sedette in un angolino e mangiò un bel piatto pieno. Teneva a distanza i cugini. Del resto era più grande, ed era ritenuta una strana. Be’, era una ragazza non comune, ma crescendo ho imparato che non ha molto senso parlare di stranezza e normalità. Nel momento in cui cominci a giudicare tutto con un sì e con un no, il mondo diventa un posto in bianco e nero. Io preferisco le sfumature del technicolor.

Quella sera Maria morì di nuovo e la baciai. La baciai più volte, fino a quando non aprì gli occhi.

«Non devi farmi più questo scherzo» dissi.

«I nonni stanno bene» rispose lei, poi si girò dall’altro lato e ricominciò a dormire. Rimasi sveglio ancora un poco, per controllare che non morisse di nuovo, poi andai nel mio letto. Eravamo nella stessa stanza.

Il giorno dopo, eravamo in spiaggia al lago, trovai il coraggio di chiederle come fosse il mondo dei morti. Ancora non ci credevo del tutto, ma ero curioso.

«Non ricordo molto quando mi risveglio» rispose Maria. «Ombre. Qualche volto. Sensazioni. Però, quando sono di nuovo viva, so delle cose che prima non sapevo.»

«Sui nonni, per esempio.»

«Sì.»

«Maria» disse la zia, sorridendo dall’acqua «facciamo una gara di nuoto. Mi dicono che sei bravissima.»

«Va bene» rispose lei. Non aveva molta voglia, ma non diceva mai di no a nessuno.

Restai in spiaggia, a vederle nuotare. Maria era brava, ma la zia era atletica, e manteneva sempre un piccolo vantaggio. Arrivò per prima sull’isolotto, mentre mia sorella sparì nel lago.

Fu tutto come un sogno. La zia si tuffò di nuovo per recuperare la nipote e, con grande fatica, la riportò all’isolotto. I nostri genitori e lo zio si gettarono nel lago per raggiungerle. Restai a riva, nuoto male. Maria non respirava. La zia fece la respirazione bocca a bocca e mia sorella, dopo moltissimo tempo, riprese conoscenza.

A tavola, quella sera, eravamo scossi. Maria, nel suo angolino, mangiava la frutta.

«Ha avuto uno svenimento» spiegò lo zio. «Un calo di zuccheri, forse.»

«Non dovevo sfidarla…» diceva la zia.

«Sono cose che possono capitare.»

«Sei stata brava» disse la mamma, abbracciando la cognata «le hai salvato la vita.»

Quell’episodio unì le nostre famiglie. Mentre gli altri parlavano della sua disavventura, Maria continuava a mangiare. Anche i cugini avevano cambiato atteggiamento nei suoi confronti. Ora avevano rispetto. Tutti sapevano, più o meno consciamente, che era stata al di là della soglia.

Quella sera la baciai di nuovo, poi parlammo.

«Che è successo?»

«Non sono svenuta. Sono morta.»

«Ora succede anche di giorno?»

«L’ho fatto apposta. Sto imparando a controllare l’incantesimo.»

«Sei morta volutamente?»

«Sì.»

«Mentre nuotavi.»

«Sì.»

«Perché?»

«Volevo sapere se la zia mi vuole bene.»

Rabbrividii.

«Ti prego, non fare più nulla del genere.»

«Sto imparando a controllarlo. Fra un po’, potrò andare e tornare a piacimento. Non dovrai baciarmi.»

«Mi spaventi.»

«È spaventoso» disse Maria. Si girò sul fianco e ricominciò a dormire.

Il giorno dopo i grandi le dedicarono le loro attenzioni. La zia soprattuto era diventata straordinariamente gentile nei suoi confronti. Maria sorrideva. Era felice di quelle attenzioni da parte sua. La zia era molto bella. Compresi che Maria era innamorata di lei. Legarono molto, da quella vacanza in poi. Si scambiavano mail. Regali. Quando Maria ebbe i suoi primi successi, la zia fu sempre presente.

Andammo al lago, in spiaggia. Nessuno nuotò. Credo che nessuno della nostra famiglia nuotò più fino all’isolotto.

Quella sera cercai di baciare Maria, ma lei si svegliò da sé e pose un dito sulle mie labbra.

«Ci stai prendendo gusto» disse.

Arrossii.

Sembra riposatissima e, in un senso, non era più lei. La vita che andava e tornava la cambiava.

«Ancora tre giorni.»

«Sì. Poi a casa.»

«Che t’è parso di questa vacanza?»

«Non so. Strana.» Ci pensai su. «Bella.»

«Sarebbe carino se l’anno prossimo tornassimo, vero?»

«Sì, non sarebbe male.»

«Lo dirò a mamma e papà.»

«Credo che diranno di sì. Ora fanno tutto quello che dici loro. Si sono spaventati.»

«La vita è tensione e distensione» disse lei, in modo enigmatico. Però mi sembrava di capire. Andammo a dormire.


Domenico Santoro. Nato a Ostuni (Br) nel 1986, dove risiede, laureato in scienze politiche e filosofia, scrive narrativa e poesia. Ha pubblicato poesie e racconti su la Repubblica (ed. Bari), A4, Grado Zero, Risme, Il paradiso degli orchi, L’ircocervo. Ha in corso di pubblicazione un romanzo (“Il posto delle cose”) con Placebook Publishing e una raccolta di racconti (“Il vero dottore”) con Ad Est dell’Equatore, previo crowdfunding.

Redazione

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