“La vestaglia del padre”: la casa delle memorie di Alessandro Moscè

Alessandro Moscè, La vestaglia del padre
Aragno editore, 2019

Sono entrata nella “casa” delle memorie di Alessandro Moscè , poeta e narratore, una casa con le porte lasciate socchiuse e aventi al posto delle maniglie, cui siamo abituati, dei pomelli d’ottone, di quelli che si abbracciano con tutta la mano per aprire.

Entrando in quelle stanze piene di memorie dove sono gli oggetti della vita, oggetti che sono riposti ordinatamente nei cassetti e negli armadi tanto che per ritrovarli non si fa alcuna fatica, ci si porta nella casa , si apre l’anta di un armadio per ritrovarle al solito posto, con il loro preciso profumo inciso negli engrammi di memoria che si fissano da bambini, sin da neonati.

Leggendo “La vestaglia del padre”, Aragno editore, si passano in rassegna frammenti di immagini, emozioni, sguardi, palpiti, brevi esplosioni di gioia, sorrisi, sogni, suoni e voci.

Ci si rende immediatamente conto di essere entrati in un giardino segreto dove i versi sono viali, sono marciapiedi di stazioni, sono corridoi stretti sugli autobus di linea, sono momenti di attesa sulle banchine lungo i binari e sono momenti di vita appartenuti ad un altro individuo eppure non così lontani, non così dissimili dai propri.

Le memorie sono anche coordinate precise sul piano fisico, contengono le geografie precise dei luoghi, le connotazioni delle città che si sono visitate, raggiunte, abitate e che hanno costituito le direttive dei propri viaggi, dei semplici spostamenti di noi pendolari del quotidiano, dell’ andirivieni delle nostre esistenze.

La prima “stanza” è senza tempo, dedicata al padre , un padre vissuto da vicino, che si conosce bene di cui si indovinano gli umori, le preferenze, di cui si sa tutto con precisione come un orologio scandisce il tempo e di tempo si tratta. Un tempo senza tempo è quello che rimane quando gli oggetti restano intatti, immutati, posati e riempiti solo dall’assenza di chi c’era e li possedeva col suo esistere.

La vestaglia del padre è riposta nell’armadio, la giacca a quadretti è così immutata e può essere indossata sulle spalle di un figlio, che la infila per portarla sul Palatino a Roma, in una via che potrebbe essere memore di quella stoffa, di quel profumo di cui è impregnata la giacca, se solo il luogo avesse memoria degli uomini che vi sono stati.

L’assenza di un padre che non c’è più viene registrata dalle cose, persino dalla polvere, dagli interstizi dello spazio, è un’assenza parlante che narra i vissuti appartenuti ad uno spazio e ad un tempo precisi, quasi ad un “respiro disteso /da Ancona a Fabriano…”e a tanti altri avvenimenti precisi che hanno un’estensione e un nome, un collocamento , un corpo, un abbraccio , “un tiro in porta con il mocassino” tirato ad un pallone.

Tutte le persone della memoria fanno la loro comparsa sul palcoscenico di un teatro i cui attori   recitano a soggetto e si alternano le visioni , alle scene girevoli , ai volti, agli abbracci dei nonni, ai nomi chiamati a gran voce.

I ricordi si fanno persone in carne ed ossa o visioni, personaggi dello sport e televisivi, poeti della letteratura che sono usciti dalle pagine semplicemente, perchè si sono letti ed apprezzati, insieme al padre. E’ così che tornano le immagini della poesia di Sandro Penna, o i versi alla stazione di Carducci, dei goal di Giorgio Chinaglia, di Maradona, nei lampi improvvisi del primo televisore a colori.

Sono memorie di cartine topografiche e di disegni sui fogli lucidi del lavoro del padre che prima servivano a riportare le curve di livello e ora servono a riportare le linee di quadratura del cerchio nella propria anima.

La seconda stanza è un “Primo tempo” fatto di stazioni e di binari, di treni intercity e di treni interregionali , di partenze e destinazioni, di arrivi. Un tempo che oscilla tra la stazione di Fabriano e Roma, tra Spoleto e Ancona e dove l’approdo sembra galleggiare “come una barca sull’ Adriatico”.

 E’ un tempo bellissimo, di apertura e di respiro, osservando i pendolari, gli altri viaggiatori chiedendosi dove sono diretti per “ accudire il proprio male d’ansia” che comunque si avverte nell’essere compagni di viaggio, silenziosi, assonnati, stanchi, sospinti dalla stessa inerzia del vivere e del recarsi.

Nella terza stanza , la stanza del Secondo tempo, si trovano le visite, quelle presenze, quegli incontri, quelle essenze adolescenziali che sono quasi “invisibili a tutte le curve”, ci sono gli attimi perduti, le promesse non compiute e c’è un Natale del 1975 che si porta dentro un mondo, un incontro generazionale irripetibile nei futuri natali.

Nella stanza ancora successiva è il “Terzo tempo”, la degenza.

Qui il poeta avverte che non bastano più i versi a farci coraggio …siamo nella stanza “grigia”. Gli oggetti si fanno pesi, sono necessari ma grevi, così come sono le pause, gli ospedali, il cambio del turno dei medici, la scaramanzia di chi prega , così come il primario che appende croci e legge gli esami clinici come il vangelo… tutto si fa scaramantico anche i gesti consueti perchè la morte si rimanda sempre, anche davanti alla sofferenza più indicibile.

In ultimo c’è un quarto tempo, il tempo della follia, una “stanza” che si apre ad altre stanze, come matriosche che nascondono le verità paradossali di un manicomio e precisamente quello di Perugia nato nel 1824 e chiuso, dopo un lungo arco di tempo  nel 1978 per azione della Legge 180. I versi riecheggiano delle grida dei folli, dei loro sorrisi inebetiti dai farmaci, dalle loro storie astruse e sconclusionate, dai loro gesti imitati nella realtà trasognata e riversati come sinfonie stonate e stridule in una vita preordinata con le regole dei savi e pertanto incompatibili. Come non pensare alla poesia e alla scrittura di Mario Tobino alla sua dolcezza parlando dell’ospedale psichiatrico di Lucca e alle ragazze di Magliano? Il richiamo attraverso i versi di Moscè è immediato.

Quando si conclude di leggere La vestaglia del padre ci si accorge che la poesia di Alessandro Moscè ha attraversato tutti i nostri anni, quelli dei nati del 1969 che sono stati testimoni lungo i binari delle stesse stazioni, compagni di viaggio inconsapevoli, spesso presenti nelle stesse vie di Roma, con la stessa luce nel tempo “senza tempo” degli incontri mancati sulle coordinate del caso.

La poesia di Moscè fa pensare a Giorgio Caproni alla sua lirica, alla sua Res Amissa ma in una realtà di contrappasso degli oggetti che non solo non sono abbandonati ma sono parlanti e che restano spogliati di tutto, ma non di quei contenuti che li hanno animati.

Gli oggetti hanno un’anima, anche quelli che non ci sono appartenuti direttamente ma che si sono incrociati con le nostre esistenze.

La vestaglia del padre è una crisalide che la volontà di un figlio riscopre nell’ammirarla con lo stesso stupore con cui si ammira un affresco antico che è passato dalla mente agli occhi attraverso la mano di un artista e che resta sull’intonaco perché altri occhi possano ricevere il senso dell’esistenza e della memoria.


Marianna Scibetta. Laureata in scienze dell’educazione. Insegnante nella scuola statale. Ha collaborato con Formiche.net,  la Rivista Siti Unesco, Giannella Channel, il quotidiano Il Riformista, Quotidiano Arte, Bookavenue, Sinestesie, Taccuini storici. Appassionata di poesia, storia dell’arte e storia del paesaggio. Per un decennio membro della Biblioteca scolastica del proprio istituto comprensivo. Ha partecipato, con successo, a vari premi letterari. Recentemente nominata Ambasciatore della Lettura dal Cepell ( Ministero della Cultura). Tra le sue passioni, oltre la scrittura, la lettura e la pittura.

Redazione

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