Letteratura e panni sporchi

1. La decisione dell’editore W. W. Norton di interrompere la pubblicazione di Philip Roth: The Biography in seguito alle polemiche sul suo autore, Blake Bailey, accusato di molestie e violenza sessuale, ha messo in sordina le critiche che erano state rivolte al contenuto del libro. Inutile rinvigorire lo sdegno già ampiamente suscitato da un gesto così brutale (gesto che non odora tanto di «stalinismo», come pure è stato detto, ma di semplice marketing, difesa preventiva dagli eventuali danni all’immagine). Restiamo allora all’opera di Bailey, o meglio: all’effetto che ha avuto sui suoi pochi lettori.

Un testo biografico su uno scrittore ripropone l’annoso tema del rapporto tra vita e opera: tema che torna alla ribalta scortato dal relativo clamore prodotto da un oggetto letterario (e per farsene un’idea basta dare uno sguardo ai giudizi risentiti di alcune testate illustri, Times, Guardian, Atlantic, New Republic, al Roth descritto da Bailey); tema che è sempre in agguato sia del critico specialista che del comune lettore, una bestia che siamo costretti a combattere ininterrottamente, o finché non deporremo le armi e accetteremo di farci sbranare dall’irrisolto, dal mistero che la bestia figura. Il paragone potrà sembrare eccessivo. Per quante persone il rapporto tra la vita e l’opera di uno scrittore è così vitale? E in generale: lo è poi davvero? Non abbiamo problemi più urgenti, assilli più sostanziosi? Interrogativi comprensibili, ai quali potremmo rispondere con domande altrettanto retoriche.

2. Non ce l’abbiamo con la vita in sé, la vita non ci ha fatto niente di male. Ma è difficile non provare pietà per l’opera, quand’è eclissata dai mille satelliti dei dettagli biografici. D’accordo, in certi casi è così e basta: per quanti sforzi possa fare, lo scrittore non eguaglierà, con i suoi scritti, l’interesse che proviamo per la sua rocambolesca o ascetica vita (ognuno faccia gli esempi che vuole, a ciascuno le sue idiosincrasie). Tuttavia il caso di Roth è eloquente. Stando ai detrattori, il peccato capitale dello scrittore americano sarebbe la misoginia. Quella che nelle sue opere non riuscivamo a mettere a fuoco per effetto del romanzesco, della caligine letteraria che scorgiamo solo nei classici, nella sua vita privata farebbe capolino sotto la luce impietosa dei riflettori; diverrebbe perfino tanto visibile da meritare un raccoglimento da primo piano, un rigore da moviola – e naturalmente il biasimo di una parte del pubblico.

Dicevamo della pietà per l’opera, quasi per disseppellirla dalla tomba dei fatti: pietà tanto più vendicativa, bifida, maligna come un’amante tradita, se l’interesse per la vita non è mosso da amore autentico, dai tic della filologia o dalla curiosità, ma è invece al servizio delle più banali chiacchiere di paese. Non ci si può far niente: lo scrittore vive (a volte suo malgrado). E perfino un autore come Roth, che ha scommesso a lungo sull’occultamento finzionale della sua biografia, è costretto a mostrare i panni sporchi.

3. Adottiamo la prima persona: un po’ per narcisismo, e in parte per la natura stessa del tema, che offre il destro per una rapida incursione dentro un’esistenza peraltro trascurabile. Riflettendo sul caso di Roth, ho chiesto consiglio a uno dei miei migliori amici, ricercatore di filosofia. Il responso è dei più duri, suona come una condanna a morte per l’articolo, proprio perché la sentenza è di «non luogo a procedere»: pensare che tra vita e opera sussista un’analogia diretta, dice l’amico, è da miserabili, e dovrei occuparmi di cose più serie. Per rincarare la dose mi fa l’esempio perfetto: non leggiamo forse i poemi omerici senza sapere pressoché nulla di Omero, anzi senza nemmeno la certezza che sia mai esistito un «Omero»?Ho incassato le sue parole con un sorriso remissivo, sentendomi impregnato del suo gran dispitto.

Ma quest’articolo sembra lottare per venire alla vita. Ed è forse in virtù della sua tenacia se, dopo aver salutato l’amico, rovisto nella memoria delle mie letture tirando fuori disordinatamente una serie di aneddoti e luoghi comuni su scrittori; serie che riproduco qui in parte:

L’ex moglie di Emmanuel Carrère rivela che l’autore dell’Avversario è in realtà ben lontano dalla pretesa immagine di testimone schietto e attendibile a cui i suoi romanzi ci hanno abituato.

Sotto lo pseudonimo di Elena Ferrante si nascondono Domenico Starnone e Anita Raja.

Jonathan Franzen confessa di sentirsi a disagio davanti ai quadri di Caravaggio, sapendo che il pittore ha ucciso un uomo.

«Marx non ha mai lavorato».

Il facoltoso Seneca scrive a Lucilio: «Se vuoi dedicarti alla cura dell’anima, devi essere povero o vivere come se lo fossi».

«Meglio non essere nati», è detto nell’Edipo a Colono: eppure sappiamo che Sofocle fu felice come pochi suoi contemporanei, e ricco sfondato.

4. L’alfiere del metodo biografico è senza dubbio Sainte-Beuve, il critico letterario contro cui Proust edificò la sua concezione dell’arte. Piuttosto che riassumere scolasticamente le posizioni dei due contendenti, preferisco citare un virtuale botta e risposta tra i due, prelevandolo proprio da quel Contro Sainte-Beuve che Proust abbozzò soltanto (ma dalle cui ceneri nacque nientemeno che la Recherche). Scrive Sainte-Beuve a proposito degli ammiratori, suoi contemporanei, di Stendhal: «Vorrei che costoro mi permettessero di dir loro che, per venire in chiaro di quello spirito abbastanza complicato, senza eccedere in nessun senso, io tornerò sempre di preferenza […] a quanto di lui mi diranno coloro che lo conobbero nei suoi anni migliori e alle sue origini […] coloro, insomma, che lo frequentarono molto e che lo gustarono nella sua prima forma». Replica Proust: «E perché? Perché mai il fatto di esser stato amico di Stendhal dovrebbe permettere di giudicarlo meglio? È anzi probabile che sarebbe un grave ostacolo. Per gli amici, l’io che produsse le opere d’arte resta offuscato dall’altro, che può essere molto inferiore all’io esteriore di parecchie persone». La risposta è sacrosanta, ma oggi non ci basta più. Osservando l’atteggiamento di tanti critici, l’impressione è che abbia vinto Sainte-Beuve: e che i suoi discendenti, meno dotati di lui, affollino toilette e lavanderie.

5. Sto per arrendermi al silenzio e l’articolo si prepara a scontare l’ergastolo delle idee fallite, quando mi imbatto nei saggi di Pianura proibita, l’ultima raccolta di Cesare Garboli. L’autore che di Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Mario Soldati, Sandro Penna e altri nomi illustri della letteratura italiana si considerava innanzitutto amico, prima ancora che lettore, in questi saggi sembra voler sbrogliare una volta per tutte la matassa del suo approccio critico: «Ricordo che un lettore di molto ingegno, un poeta, Giovanni Raboni, mi ha rimproverato (si fa per dire) qualche anno fa, di leggere i libri, i romanzi, le opere, i testi d’autore, di qualunque autore, all’incontrario di come li leggeva Sainte-Beuve: invece di utilizzare le fonti, le notizie, le informazioni sulla persona per giudicare l’opera, io sarei colpevole di rovesciare i termini, usando l’opera come indizio, uno dei tanti possibili, per venire a capo di quell’enigma che si nasconde (autore o no) dietro ogni persona». Mai criterio fu così lontano dal feticismo letterario: l’opera non è che una parte dello scrittore, lo stame di un fiore non colto, e non rappresenta necessariamente il deposito dei suoi tesori migliori.

È lo stesso Garboli a riconoscere che il suo talento si fortifica laddove tra i due termini sussista uno scarto. Ricordando il momento in cui Einaudi gli commissionò la presentazione dei diari inediti di Antonio Delfini (appena riproposta da minimum fax, Un uomo pieno di gioia), Garboli scrive: «Avevo davanti a me un destino incompiuto, perso, irraccontabile, irrealizzato, fatto di piste sbagliate e di sogni mancati. Si trattava di portarlo a compimento, facendolo entrare in un presente che non era il suo […]. La mia sensibilità al passato si accresce, drizzandosi come un’antenna o un orecchio di animale, quando siano in gioco storie, messaggi, forme d’espressione, frammenti di vissuto, particolari di vicende dimenticate che siano rimasti, per così dire, inesplosi, e non abbiano trovato, per qualche motivo infausto, l’opportunità di realizzarsi quanto e come avrebbero dovuto e potuto».

6. Il sollievo è solo temporaneo, subito il dubbio si rimette in marcia. L’ellisse disegnata da Garboli (dall’opera alla vita, sulle tracce delle sue energie latenti) può diventare un metodo, valido per una casistica abbastanza ampia? Ha senso applicarlo agli scrittori compiuti, che hanno avuto «l’opportunità di realizzarsi»? Per quanto Garboli si professi anti-moderno, compagno di strada e lettore di inattuali, questo procedimento ben si attaglia alla nostra epoca, fatta di continui periodi ipotetici. Presuppone un capitalismo maturo, capace di instillare in ognuno una certa dose di aspettativa. Quando la sproporzione tra desideri e mezzi per esaudirli diventa la regola, tra reale e possibile non c’è che un passo. Ma si tratta appunto di un miraggio. E gli italiani, che di media leggono poco ma hanno tutti uno o più romanzi nel cassetto, sembrano le sue vittime ideali. Al lettore smaliziato non resta che attraversare il deserto senza sostare troppo a lungo nelle oasi (le possibilità) di una vita.

Francesco Lodato

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