Il Plastico

Sono le sei del mattino, frate Silvano con una carezza sfiora la sveglia che gli ricorda puntuale le sue mansioni. Con lenta abitudine indossa il vecchio saio logoro, appoggiato sulla sedia vicino al letto e i sandali un tempo in lucida pelle scura; annoda il cordone che gli segna la pancia e si avvia per la preghiera nella chiesa dalla parte opposta del chiostro.

Ogni mattina attraversa il lungo porticato nel silenzio, assorto nei suoi pensieri, mentre luci e ombre, che gli archi riflettono sul viso, gli riportano alla mente le corse in bicicletta lungo i filari di pioppi del suo paese, tra le grida di gioia degli amici e il festoso abbaiare dei cani. Si divertivano tra i campi a centrare le pozzanghere dopo un acquazzone estivo e il sole caldo gli asciugava quasi subito le gambe nude, sporche di terra e fango, lo stesso colore della veste che indossa ora e ricopre il suo corpo, senza lasciare scoperti neppure una caviglia o un polso.

Ricorda ancora il viaggio in treno che a diciotto anni lo aveva portato in questo paese di montagna, tra i sussulti affaticati della litorina e gli stessi giochi di luce e ombra che ne abbagliavano e oscuravano il volto, mentre attraversava le gallerie.

Sono trascorsi quasi quarant’anni durante i quali il silenzio si è impresso nella sua vita, lasciando poco spazio alle grida gioiose e alle risate con gli amici, mentre le preghiere sussurrate, le parole bisbigliate e i sorrisi, sommessi e timidi, rimbombano tra le mura del convento, ovattati da una coltre di ricordi lontani.

Un novizio entra in chiesa trafelato, è in ritardo e con impeto chiude dietro di sé il pesante portone che risveglia le anime assopite dei vivi e dei morti, attraversa la navata maggiore e si siede al primo banco sotto gli occhi attenti di frate Silvano il quale, benché intabarrato nella lunga veste, con le mani giunte nascoste dalle larghe maniche e la testa china sotto al cappuccio, ne riconosce la camminata elastica e il passo leggero che coglie con trepidazione ogni giorno tra i corridoi silenziosi.

Seduto tra i banchi della Chiesa per lodare il Signore del dono della vita, osserva con sguardo fugace quel cappuccio conico in prima fila, apparentemente uguale a tutti gli altri, ma che solo lui riconosce tra mille, e ne venera ogni piega e cucitura invidiando la stoffa che in questo momento gli sta sfiorando i lisci capelli neri.

Ricorda ancora la prima volta che lo aveva visto arrivare: era sceso dall’auto dei suoi genitori salutandoli appena, mentre sua madre piangeva di felicità. Lei, con un lungo vestito nero, gli ricordava una prefica meridionale che, con gesti plateali, piangeva a pagamento durante il funerale di uno sconosciuto.

Il padre se ne stava appoggiato al paraurti dell’auto con mezza sigaretta tra le dita callose. Le mani erano grosse, ruvide, crepate dal freddo e dalla fatica, lo sguardo rivolto all’asfalto ammaccato e le gambe tese e incrociate ad aspettare che quella farsa finisse al più presto, per tornarsene a casa sul divano con una birra, davanti alla televisione, nel suo unico giorno libero.

Frate Silvano assistette alla scena dalla finestra del primo piano affacciata sul cortile, mentre stava togliendo i fiori di geranio appassiti.

Narciso – questo era il nome del novizio – guardava al portone del convento con desiderio di fuga, ogni due passi veniva ripreso dalla madre in lacrime, che lo tirava a sé e gli piegava a forza la testa sulla sua spalla, lui cercava di divincolarsi dalla stretta e veniva ancora agganciato al polso.

«Adesso smettila!» intervenne il padre a voce così bassa che frate Silvano faticò a sentirlo, ma nel quadro familiare era come se avesse gridato: la madre smise di piangere e si ricompose, Narciso si bloccò e fissò l’uomo con devozione, poi salutò con lo sguardo ed entrò.

Dalla finestra frate Silvano aveva assistito a tutta la scena.

Sono le otto, la Santa Messa è finita, tutti si avviano alla mensa per la colazione, ma frate Silvano ha lo stomaco chiuso, preferisce sedersi nel giardino interno curato ogni giorno con tanta passione da frate Giordano, il quale lo scorso anno è riuscito a debellare quei fastidiosi parassiti che stavano divorando le foglie dei suoi amati fiori.

Ora risplende di ogni specie di rosa: al centro dominano cespugli di Banksiae, lungo le quattro colonne d’angolo alcuni telai in legno sorreggono le rose Bourbon dall’inconfondibile profumo e sotto ogni arcata sono disposti vasi rettangolari di rosa Bianca degli York, adatte a vivere a basse temperature e immuni da malattie.

Frate Silvano aveva aiutato nella cura del giardino e trascorso molto tempo tra quei fiori imparando il nome di ogni pianta, il tipo di terriccio da usare e quanta acqua era necessaria in ogni stagione.

Con frate Giordano era nata una profonda amicizia, un’intesa e comunione di idee tanto che in seguito aveva contribuito con lui nell’ideazione e costruzione del sogno che aveva fin da piccolo: creare un plastico ferroviario.

Il profumo di quei fiori e il silenzio della montagna gli danno la serenità che cerca e i muscoli dello stomaco si sciolgono un po’ alla volta. Le cime a chiazze bianche e verdi che intravede dietro al campanile, imperturbabili e isolate, indicano l’avvicinarsi della primavera e, come ogni anno, l’arrivo dei primi turisti chiassosi, improvvisati religiosi che, con una scampagnata di due ore a un dislivello di seicento metri, pensano di trovare la via per la purificazione dell’anima.

Alle otto e trenta ogni frate si dirige taciturno alle proprie mansioni: c’è chi cataloga antichi libri religiosi appena ricevuti in biblioteca, chi esce nel campo vicino a potare le gemme del vigneto, chi posiziona i favi nello smielatore e con decisa delicatezza ruota la manovella per farne uscire il miele. Ognuno di loro ha una mansione che negli anni è diventata una passione, curata in ogni piccolo dettaglio.

Frate Silvano si ferma davanti alla porta della sua stanza, solleva un angolo della veste e la spiegazza fino alla vita, infila la mano nella tasca dei pantaloni e prende una piccola chiave senza nome. Sa che non dovrebbe impedire l’accesso ai suoi fratelli, che non ci sono pericoli nel convento, e molto spesso è stato ripreso per questo vezzo che poco si addice a un uomo di Chiesa, ma alla fine i suoi superiori si sono arresi a questa sua ingenua fissazione.

Con eccitazione adolescenziale ammira il suo plastico, frutto di un lungo lavoro, curato in ogni piccolo dettaglio a partire dal colore e dal logo dei treni, fino ad arrivare alle venature dei balconi delle case. Si sofferma sempre a osservare le montagne, riprodotte minuziosamente e pressoché identiche a quelle che circondano il convento.

Posiziona l’interruttore general su on e si avvicina al quadro comando. Il primo treno parte, la locomotiva traina i tre vagoni verdi, all’inizio con lentezza e a fatica, poi fluida e sicura sulle rotaie lucide.

Il secondo interruttore avvia un treno merci in direzione opposta che scompare dentro una galleria per qualche secondo e incrocia poi la locomotiva che gli sta passando sopra su un ponte ad arco, simile a un viadotto. Nel frattempo si sincronizzano semafori, luci e passaggi a livello nella cittadina poco lontana viva di negozi, hotel e parcheggi. Il suo sguardo ora non segue più i due treni, ma si sofferma sul paese riprodotto in ogni dettaglio: le persone che camminano per strada, i bambini che giocano a palla nel parco colorato di altalene e scivoli, i negozi con le vetrine illuminate. Tutto vibra di vita propria e frate Silvano sente i rumori, non solo quelli reali dei treni che scivolano sulle rotaie, ma immagina anche il chiacchiericcio dei passanti, le grida dei bambini e i rimproveri apprensivi delle mamme.

Sente i due fidanzati che stanno discutendo sul prezzo troppo alto delle scarpe che lei ha voluto comperare, mentre salgono in auto, lo sbattere delle portiere, il rombo della BMW che esce dal parcheggio, il segnale del passaggio a livello poco prima che le sbarre si abbassino, fino a quando il suo sguardo viene rapito dal treno merci che passa e corre via tra le montagne, nel buio delle gallerie e tra il silenzio dei boschi.

«È permesso?»

«Frate Narciso, hai già terminato le tue mansioni? Entra… e chiudi la porta».

La veste ancora fresca, come il suo viso liscio e inesperto alla vita, mostra le pieghe impacciate di una stiratura attenta ma imprecisa, e i sandali in pelle lucida ticchettano sul pavimento, nuovi e intonsi.

Frate Silvano gli aveva chiesto spesso perché si era votato a Dio, ma ogni volta riceveva una versione diversa: per fuggire da una madre ossessiva, per non rivelare alla società la sua omosessualità, per la vergogna che provava nell’avere due genitori così antiquati.

Mai per amore verso Dio.

Il suo sguardo ribelle lasciava trasparire il desiderio di vita che all’interno di quel silenzioso convento non poteva essere soddisfatto.

Spesso il vecchio frate lo ammoniva perché andava a curare le arnie senza protezioni, ma lui lo fissava con lo sguardo di chi non ha più paura, si voltava verso le sue api e continuava a lavorare.

Quando mi pungono, diceva, sento la loro vita che mi entra nella pelle, il mio corpo ritorna a vibrare e pulsare, la carne si gonfia e io esisto ancora.

Ora la stanza del plastico è tutto il loro mondo.

Con tono amorevole frate Silvano lo rimprovera: «Non puoi essere in ritardo ogni mattina alla messa, devi arrivare prima altrimenti sei sotto gli occhi di tutti. Almeno cerca di fare meno rumore e non sederti in prima fila. Magari domani tengo un posto libero vicino a me».

«Sai che vorrei, ma non possiamo… Ho fatto il prima possibile per sbrigare tutte le faccende e venire qui subito, ho consegnato i favi a frate Saverio e, con la scusa che dovevo pulire le arnie, sono andato via subito. Quest’anno avremo molto miele grazie a te, mi sei stato molto vicino, mi hai insegnato l’importanza della pazienza e dell’attesa, poi i frutti arrivano».

«Hai fatto tutto da solo» il timido rossore di frate Silvano si intravede appena, sotto la barba e la pelle rugosa. «Tieni» gli porge con consueta dimestichezza una piccola consolle di leve e pulsanti verdi e rossi «Tu hai il treno verde, io quello merci, ci troviamo di fronte all’hotel. Parto prima io, tu seguimi».

Con occhi colmi di eccitazione entrambi osservano il primo treno partire e le sbarre del passaggio a livello abbassarsi mentre attraversa il paese, poi avviano anche la seconda locomotiva che piano piano lascia la stazione e tenta di raggiungerlo. La prima curva secca fa vibrare le rotaie e sembra che il vagone merci rischi di deragliare, ma, con mano esperta, frate Silvano impugna deciso la leva e la sposta leggermente verso di sé, rallentando fino a riportare in sicurezza la velocità.

Entrambi sanno che non devono accelerare troppo, per non rischiare di deragliare verso il prato verde lontano dalla città, dove mucche ignare pascolano immobili e brucano un’erba fasulla.

Mentre il treno merci, guidato dal vecchio frate, è quieto nella sua corsa, il novizio accelera nei rettilinei e frena bruscamente prima del ponte, facendo fischiare le ruote e vibrare i dettagliati tralicci di ferro che sorreggono la struttura, senza accorgersi delle occhiate di apprensione e malcelata rabbia che frate Silvano gli lancia ogni volta che mette a repentaglio tutto il suo lavoro, ma è sufficiente che frate Narciso gli rivolga appena un ingenuo sorriso, che tutto si può perdonare, per ridare la serenità nell’aria.

I loro sguardi si incrociano appena quando sono vicini e il treno merci sta per essere raggiunto, le fermate alle stazioni diventano il loro appuntamento e l’aria tra i vagoni, che si sfiorano rapidi, una carezza, il buio di una galleria un imbarazzante silenzio.

Il profumo della colla e della plastica è loro familiare, il fruscio delle rotaie una melodia segreta e il piccolo quadro comando controlla a malapena quell’enorme giocattolo.

«Non dovresti rimanere qui a lungo»

«Non stiamo facendo nulla di male. Stiamo giocando».

«Padre Francesco ha compreso i nostri sguardi e controlla i movimenti che facciamo mentre preghiamo, lavoriamo o camminiamo».

«Lui non ha capito nulla e neanche tu! Questo è solo un gioco!» il novizio, sfacciato e sicuro nella sua inesperienza, spinge in avanti la leva e il treno accelera, inerpica a fatica sul pendio, fino a entrare in una galleria e d’improvviso preme il tasto rosso e ne blocca la corsa.

«Vedi, non c’è più nulla. Se non si vede, allora non esiste. Non è un problema».

Con aria confusa frate Silvano rallenta la corsa del treno merci fino ad arrivare al paese e si ferma davanti all’hotel, lo fissa dolcemente negli occhi e dice: «Io sono arrivato qui e ti sto aspettando. Non puoi nasconderti per molto» insiste appena «Tra poco più di due mesi uscirai da questo convento e io non ti vedrò più, rimarrò chiuso in questa stanza ricordando i nostri momenti».

Frate Narciso preme con decisione il pulsante verde, avvia il treno, esce dalla galleria e con dolcezza si ferma sfiorando il vagone merci davanti all’hotel.

I novizi che frate Silvano negli anni aveva cresciuto erano tutti annoiati, stanchi e senza veri interessi.

Fra Narciso, invece, aveva negli occhi un guizzo di rabbia verso la vita e allo stesso tempo capiva la delusione che avrebbe incontrato, sempre, fuori dal suo giardino e dalla stanza del plastico. I suoi occhi tradivano il desiderio e la ricerca della felicità.

Frate Silvano lo conosceva bene questo sentimento. Per altri motivi si era dato a quella volontaria prigionia: per accondiscendenza verso i suoi genitori, per paura del mondo reale, anche lui non era nascosto lì dentro per vocazione e amore verso Dio.

Due mesi trascorrono lenti nella routine, ma per i due frati ogni momento o un piccolo sguardo rubato è una conquista contro il tempo, condividono le passioni tra treni e alveari, i loro abiti profumano di resina e miele, le mani sono ugualmente sporche di colore e dolcemente appiccicose, finché tutto finisce.

Il periodo di noviziato di frate Narciso si conclude e viene trasferito in un altro convento per affidargli compiti più attivi così da impegnarlo maggiormente con il lavoro, forse come accompagnatore nella casa di riposo vicina oppure come guida turistica. Un compito, insomma – come propose frate Francesco nella riunione generale – che indirizzi le sue energiche doti di socievolezza e festaiole verso strade più adatte alla sua missione, così da evitargli una noia pericolosa.

Frate Narciso se n’è andato, lo hanno amichevolmente sollecitato a prestare la vocazione presso una casa di riposo in un’altra città. La sua cella è rimasta vuota, nessuno disturba più la messa iniziata, il posto al primo banco in Chiesa è freddo e un altro incappucciato cura le api, altri giovani vivono l’esperienza della reclusione.

Nel silenzioso convento tra i monti, l’ufficio del dialogo interreligioso e il processo educativo dei giovani novizi impegnano quasi tutte le mattinate, e le attività pastorali proseguono fino al tardo pomeriggio, quando si ritirano nelle loro camere per vivere un momento di pausa e riflessione.

In particolar modo frate Silvano lavora intento, nella sua stanza del plastico, a inscatolare i vagoni e le rotaie, imballare con cura case, negozi e hotel.


Lucia De Bortoli nasce a Treviso nel Natale del 1972, laureata in Lettere Moderne a Venezia, si appassiona agli studi di filologia e presenta una tesi sull’analisi linguistica delle Canzoni di Leopardi.   
Alterna il lavoro nella propria azienda allo studio frequentando corsi annuali di scrittura con il profondo desiderio di scrivere e studiare molto. Frequenta la scuola del Portolano a Treviso e in seguito scrive il suo primo romanzo sotto la guida di Giulia Belloni e Paolo Zardi (ancora nel cassetto). 
Collabora con la pagina Facebook Racconticon Portatori di storie (sito www.racconticon.it) con lo pseudonimo Toto e vi pubblica racconti.   Ha un blog personale www.ilviaggiodianna.it in cui racconta episodi della propria vita sotto forma di racconti perché pensa che nelle vite di tutti c’è un pezzetto di ognuno.

Redazione

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