Pure mio padre aveva i capelli turchini.

Anche mio padre aveva i capelli turchini eppure ha fatto di tutto per cambiarmi in un  burattino. Ciò non significa che fosse cattivo. Nossignore, era un padre qualunque che ripeteva, assillante, quanto aveva imparato quand’era bambino. A tal punto che l’unica cosa che m’è rimasta di lui è quel suo sproloquiare – fai questo, fai quello! –  che mi infestava la mente pure quando non c’era.

Per tacitarlo ho dovuto indossare per anni gli occhiali da bravo ragazzo e da alunno modello, convinto di trovare un lavoro, affrancarmi una volta per tutte ed essere libero di fare quello che più mi piaceva. Ero ingenuo e ci contavo davvero.

Anche se è pur vero che senza candore non si fugge sul serio.

Sennonché m’illudevo e l’approdo alla mia scrivania si è rivelata una gran delusione; capi e capetti parevano tutti suoi caporali:  – fai questo, fai quello!-

Scottato dal mio fallimento adolescenziale, non c’è stato altro da fare che passare da bravo impiegato, e aspettare di liberarmi pure di loro.

Un’altra chimera. Governo birbone: c’è voluta una vita!

Stamattina mi sono svegliato con questi pensieri ed è strano davvero.

Più preciso di un automa ma un po’ anchilosato, esco di casa che sono appena passate le sette e, stavolta, nella solita fretta c’è magari il timore di chi, sorpreso a pensare qualcosa di sconveniente, non vuole farsi beccare.

Per la fretta ho scordato gli occhiali da sole e dietro le palpebre è come erompesse un buco nero con al fondo un lampo di luce. Che vedo accecare un bambino intento a giocare sulla piaggia del lido Finanza mentre si volta al richiamo del padre che gli urla contro dall’ombrellone. Che brutti pensieri!

Per fortuna  il ventitre è fermo al capolinea. Acquattato al riparo di un platano, se la spassa come il gatto col topo. Sembra che parta e ti precipiti a prendere posto. Non parte e ridiscendi per non soffocare dal caldo che fa dentro il bus.

Aspetto questo momento da tanto e non voglio fare la fine di una vergine stolta. Allora mi affretto a comprare il giornale e attraverso di corsa. Non sia mai che mi lasci a piedi proprio oggi che è un giorno speciale.

Manco il tempo di rifiatare che, come risacca, risale un altro ricordo. Volevo essere sincero ma è stato più facile dirgli di sì: – sicuro… sicuro – nonostante capissi che il calare la testa non sarebbe giovato a nessuno. Papà sempre deluso e io impegnato ad allentare i fili che muoveva.

Raggiungo la pensilina e sotto la tabella delle linee dei bus indugio per un presagio che non molla la presa – non andrà come ti aspetti…-  e che, iettatore, martella le tempie peggio di un’emicrania bestiale, tump, tump.

Traccheggio quasi a volere rimandare l’incontro con chi so mi aspetta sul bus. Fin quando l’evidenza panzuta dell’autista avvia il motore e rompe gli indugi. Monto in vettura e non trovo nessuno.

Vatti a fidare dei grilli parlanti infrattati nelle crepe dei muri di casa! Ti si ficcano in testa col primo vagito per sussurrarti la formula di una vita felice. La ricetta è la stessa per ogni bambino: guai a ribellarsi! Chi lo fa non avrà mai bene e se ne dovrà pentire per tutta la vita.

Paiono saggi ma si rivelano subdole spie che scompaiono quando meno te l’aspetti, puff, come quel pallone gonfiato di mio padre che doveva morire da anni e se ne è andato senza avvisare.

Pure al suo funerale ho recitato la parte del bravo figliolo che piange come si deve e si tiene ben stretto il sollievo che provano tutti: – sarà in un posto migliore. – Conforto bugiardo; manco la morte l’ha fatto tacere.

Difatti, chi avrebbe dovuto aspettarmi sul bus, di primo acchito, può sembrare un barbone. Vecchio all’incirca come il mio genitore, è comparso di venerdì, quando già pregustavo la seratina in un certo baretto appartato, aperto da poco. Ha trovato posto e s’è messo a strillare al telefono con l’identico tono di papà dalla sua sdraio in balcone.

Che gran minchione è stato mio padre! Come il nonno con lui, voleva fare di me un vero uomo e, già dalle medie, litigò con la mamma per mandarmi a scuola da solo.

Da maschio cazzuto leggeva solo giornali sportivi e non poteva sapere che, a forza di tendere i fili, anche il più docile dei burattini può tentare la fuga. In un modo, magari bislacco, da curare in futuro da parte di illustri eruditi, nipoti di un medico austroungarico, ebreo.

La mia d’evasione riuscì una mattina, quando, vestito del mio grembiulino che sembrava di carta fiorita, ho incontrato – pi-pi-pi, zum-zum-zum – Romeo, il bambino che tutti vorrebbero amico. Sissignore, Romeo, col suo personalino asciutto, secco e allampanato che, in modo curioso, conosceva i segreti di tutti, compreso il posto discreto dove tenevo nascosto l’abbecedario delle mie fantasie. A parte ciò, era allegro, non faceva la predica e neppure la spia e, da allora, ci siamo divertiti da morire.

In estate ci poteva stare di trovare dove sedersi. Il vecchio aveva scelto il sedile dietro il gabbiotto del conducente, cominciando a urlare al telefono la stessa frase confusa. Mi sono guardato attorno: una donna allattava il suo bambino, uno studente basculava al ritmo della musica delle cuffiette, un tipo leggeva il giornale… Con chi ce l’aveva?  

Nondimeno la cosa è continuata pure dopo la riapertura delle scuole quando sul  bus non c’è spazio neppure in piedi. Nella ressa il suo posto restava vuoto finché arrivava, si sedeva e riprendeva la sua tiritera. Con la differenza che avevo capito quanto diceva e m’ero convinto che riguardasse me. Sissignore.

Non è mai mancato eppure stamattina non c’è e la sua assenza m’inquieta. – “non andrà come ti aspetti che vada…” – seguita a bombardarmi le tempie peggio un’emicrania feroce,  tump, tump.

In attesa che il bus si decida a partire, mi ripeto di stare tranquillo; arriverà e – non si scappa – gli farò rivelare chi lo manda e cosa pretende da me.

Con l’afa l’attesa è pesante, così mi distraggo e nel vetro del finestrino ritrovo riflesso – pi-pi-pi, zum-zum-zum – Romeo; invecchiato anche lui, ma sempre l’uomo elegante, in giacca e cravatta che tutti vorrebbero amico.

Silenzioso come un’ombra sui muri ha raggiunto la mia postazione e dal suo occhieggiare furtivo pare che aspetti qualcuno anche lui. Del mio cruccio non gli importa un fico; se n’è sempre fregato delle prediche di chicchessia.

Il bus trabocca di fiati pesanti, chiacchere e gente accaldata. Fa caldo e il colletto della sua camicia comincia a inumidirsi, uguale alla mia che, in giacca e cravatta, sudo come un maiale sull’aia. Sbuffo, mentre lui, impassibile, difende il suo angolo per qualcuno che arriverà per dargli quello che vuole. Quando io nel posto vuoto del vecchio non riesco a vedere che il confessionale della parrocchia del nostro quartiere. Dove altre voci in sottana ammonivano tutti i bambini: – non fare questo, non fare quello! – Che brutti pensieri, ed è strano ricordarmene oggi che col lavoro ho finito.

Distolgo lo sguardo e percepisco il sollievo del mio amico di giochi clandestini. Riflesso sul vetro lo vedo sorridere a buon motivo. Il ragazzo è arrivato e se ne sta appiccicato alla borsa che Romeo tiene accostata alla coscia.

Certi suoi svaghi mi hanno messo in apprensione fin da quando eravamo bambini. Tuttavia una cosa è sicura: lui ha il coraggio di prendersi quel che gli piace, mentre io, troppo ritroso, non ho mai guardato in faccia il suo boy. Anche se posso giurare che non avrà più di vent’anni, nonostante stupisca l’abilità con cui copre quel nostro armeggiare.

Il bus s’è messo in moto e il mio vecchio è sparito, come papà e i grilli parlanti infrattati nelle crepe dei muri. I suoi discorsi ricordavano quelli di un’attrice in una stanza dal letto disfatto. Implorava qualcuno che non sarebbe tornato. Mentre il vecchio urlava soltanto una frase – Lo dice la Bibbia, all’inferno dovete finire! –  La ripeteva, invasato più di un predicatore del Mississippi.

Non è sceso alla solita fermata. Ha fatto un passo avanti nella esplorazione del ragazzo e gli è dispiaciuto interrompersi sul più bello. E, per non farci sgamare, mi affretto a spostare la borsa per coprire il conseguente, increscioso turgore. Il sollievo per lo scampato pericolo serve a ben poco, perché riecco il presagio – pure stavolta non andrà come vuoi… -. Continua a trapanare le tempie peggio di una emicrania ostinata,  tump, tump.

Con Romeo che segue come un’ombra sui muri mi affretto a far tappa in via Roma. Accenno un saluto al ragazzo e fumo in attesa del tram che mi porti in ufficio. Il centonove barrato arriva, ci monto, scansando un motorino che sfreccia rasente il marciapiede. Sento urlargli contro un cornuto! sputato da un omone con tanto di barba ricciuta di un nero più nero del nero. Sarà per lo sforzo, starnuta – etcì, etcì – e pare mi dica –  Sono gli ultimi quattro zecchini. Poi, basta è finita. –

Che vorrà dire anche lui?

Mistero, che rima con ministero dove mi attende una festa a sorpresa. Non me l’aspettavo e mi ha fatto piacere. I colleghi mi hanno regalato uno smartphone – la medaglia d’oro placcato è passata di moda – con applicazioni sfiziose che Romeo saprà mettere a frutto per come si deve.

Intanto, fra chiacchere e strette di mano, la giornata è volata e per l’ultima volta ho timbrato l’uscita; siamo liberi e in città sta per arrivare il circo, pi-pi-pi, zum-zum-zum, ci divertiremo, continuo a ripetere tra uno spot e l’altro, sul divano di casa.

Non prendo più il ventitre la mattina e il vecchio chissà dove è finito. Capita, ma solo di rado, di avvertire l’eco delle sue tiritere nel silenzio di casa che, ogni volta, mi ricorda mio padre sussurrare nel sonoro dei superotto di quando eravamo bambini, –  fermo, sorridi…-.

Il circo è partito e Romeo non ha fatto una piega. Non mi ha mai abbandonato e siede vicino davanti alla televisione. Che delusione proprio alla fine!

Troppo ingiusto addossargli l’errore; la colpa è mia che dovevo sapere che circo e paese dei balocchi erano solo fesserie per farci star buoni.

Che brutti pensieri! Vabbè, è tardi, è l’ora di andare a dormire.


Gandolfo Conte, vive a Palermo e dopo un esordio risalente a molti anni addietro con una raccolta di racconti (Avventure di Monsieur Faireaneant, Prova d’Autore, Catania), ha scritto e pubblicato articoli e saggi d’argomento storico-giuridico. Da qualche tempo ha ripreso alcuni progetti incompiuti fra i quali la raccolta di racconti lunghi, Via Anagoor numero 6, di cui uno pubblicato sul numero tre de Il rifugio dell’ircocervo e un secondo entrato nella cinquina dei finalisti del Premio Zeno 2019.

Redazione

2 pensieri su “Pure mio padre aveva i capelli turchini.

  1. Racconto intenso, un monologo in cui la rievocazione della rigida educazione imposta gioca a rimpiattino con l’anelito alla libertà di essere e manifestare se stessi; il protagonista, con la sua lucida malinconia, ci porta ad interrogarci sui compromessi che l’esistenza ci propone quotidianamente e sulle molteplici voci interiori che, influenzando le nostre scelte e atteggiamenti, ci si impongono sempre, pur quando le eludiamo. Costruito con grande sapienza, scene e personaggi emergono a tutto tondo con pochi tocchi. Bravo! E questa rivista è davvero interessante.

    1. Cara Fausta, grazie mille per questo profondo e bellissimo commento! Speriamo tu voglia continuare a seguirci, leggere e commentare altri nostri racconti inediti <3

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