Recensione di “Io e Bafometto” di Gregorio H. Meier

Io e Bafometto, Gregorio H. Meier
Wojtek Ed., 2021

L’illuminazione mi arriva quando il topo Cupido narra della tragedia di conoscere tutte le lingue della natura, di saper ascoltare ogni creatura vivente dire sempre e solo: “Ho fame”, e null’altro.

In effetti è così che si muovono le persone in questi ultimi decenni faticosi, eredi degli anni Ottanta: un essere capace di interpretare tutti i linguaggi – e quindi pure di leggere tra le righe di certi comportamenti – lo vede subito. Gli uomini sono sempre e solo affamati, tutti.

E chi può essere l’istigatore di questi uomini affamati, sempre in cerca di qualcosa – la gloria? – se non, come da tradizione, il Diavolo stesso?

Il Diavolo: padrone e protagonista assoluto nel romanzo d’esordio di Gregorio H. Meier, Io e Bafometto; un Woland multiforme come uscito da un romanzo di Bulgakov, un demone il cui solo scopo è quello di prendere in giro la società contemporanea.

“Bafometto sa di più”, recita una delle numerose e spassosissime (ma profonde) filastrocche presenti nel libro: sapendo di più, non può che fregarti. Inutile evocarlo?

Ci provi lo stesso? E allora sii pronto, come il personaggio di uno dei racconti interconnessi del libro, a vagare sulla Luna in cerca di avventure meravigliose. Niente vite desiderabili da materializzare, niente castelli bellissimi o draghi da sconfiggere, pura illusione è quella che ci viene offerta. Esiste un senso? La risposta di Bafometto è onomatopeica e ha a che vedere con una pistola (nell’interpretazione che Anton Čhecov ha dato a questo tipo di arma).

Vagare sulla luna in cerca di fortuna: sembra il sogno di tutti i bambini cresciuti in un decennio particolare (ad esempio quello dell’autore, classe 1983), anni dove la società prometteva a tutti i nuovi nati un destino meraviglioso con al centro se stessi: coccolati e straviziati.

Purtroppo, Bafometto sa di più.

I decenni seguenti non sono stati all’altezza delle aspettative, lo sappiamo, ed è un po’ la tragedia del topo Cupido – tragedia dell’uomo contemporaneo – che mangiato un frutto proibito trova solo un senso di incompiutezza e di irrequietezza, sensazioni comuni a molti giovani adulti di questi anni. Il frutto proibito genera ambizione, il topo che prima non capiva nulla e si limitava ad augurare il buongiorno a tutti ora vede solo batuffoli di polvere e cacche dappertutto. Insoddisfazione.

C’è sempre il diavolo dietro tutto ciò? Il tema della raccolta è certo prettamente faustiano. Leggo il curatissimo volume di Wojtek Edizioni immaginandomi il personaggio di Bianca Castafiore, grossa e goffa cantante lirica creata da Hergé per la serie a fumetti di Tintin, urlarmi nelle orecchie l’Air des bijoux dal Faust di Gounod, che Margherita canta allo specchio in una delle scene più celebri dell’opera.

Il topo Cupido può perfino trasformarsi in tutto ciò che desidera (e certo, ce lo dicevano sempre i nostri genitori da piccoli, forse ce lo diceva anche la televisione) ma a ogni forma che prende trova sempre qualcosa di più grande, sentendosi inetto e privo di qualità.

Ed è così che si finisce con il diventare piccoli (infidi?) e ad attrarre solamente questo tipo di persone nella propria vita, persone grandi e belle quanto i pidocchi, le piattole e i ragni.

Per uno che si accontenta rimangono le “Canzoni della mora”: sogni una sposa e trovi un sofà, tuta ciabatte e boccia di crack; o ancora, se friggi la crocchetta, sbagli il salto ed è un bebè.

Diaboliche punizioni all’hybris della gente.

Oppure si può scegliere di capire il significato della “frottola”: tutto è bugia ma può dare conforto il riuscire a rimanere semplici: “è bello il cielo, è buona la mia stella; la notte è un velo, il sole è una frittella”; o ancora l’Incantesimo contro la città: “Succhi gastrici e sgambetti, ecco all’osso la città. Lupi agnelli e giù banchetti: su il bandone e ciarle al bar”.

Semplicità e chiacchiere al bar, ma fregare il Diavolo, questo proprio no.

“Non mi importa un bel niente del destino di quel disgraziato […], prima dell’uomo, lo Stato”.

Io e Bafometto si inserisce nella più alta tradizione letteraria italiana: quella del fantastico di Dante e Ariosto, e prende posto tra i libri importanti del filone del Novo Sconcertante Italico. La struttura è quella della Satira Menippea, con le filastrocche e altre parti in versi alternate alla prosa, con una narrazione che copre sia gli Inferi, che la Terra che l’alto del cielo (qui, la Luna). Una grande lettura per la sua capacità di rappresentare il mondo com’è tramite immagini decisamente non banali e tremendamente efficaci.


Gabriele Esposito nasce a Venezia nel 1983; eclettico naturale: dopo un dottorato in economia e un post-doc in scienze comportamentali ottiene un diploma da cineasta. Il suo romanzo sperimentale “Giocattolosa” è stato pubblicato, in venti puntate, dalla rivista letteraria “Malgrado le mosche”. Altri suoi racconti sono o saranno su “Malgrado le mosche”, “Suite italiana”, “Il mondo o niente”, “Altri Animali”, “Verde”, “Crack”, “Sulla quarta corda”, “Micorrize”, “In allarmata radura”, “Pastrengo”, “Narrandom”, “Salmace”, “Risme”, “Quaerere”, “Bomarscé” ed “efemera”.

Redazione

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