Cliché

Salgo le scale velocemente, uno scalino dopo l’altro, il fiato mi si fa sempre più corto e il naso continua a gocciolare; tiro su il muco e mi asciugo le lacrime che mi solcano le guance con l’avambraccio, cercando di tenere fermo il flash dello smartphone sul mio percorso dinanzi, per non inciampare. Il porfido sfatto e il muro scrostato che calpesto echeggiano in modo sinistro nella tromba delle scale, ma non ho tempo per pensare a questo, non ho tempo per avere paura. Il corrimano annerito dalla polvere e dalla muffa sembra non essere mai stato toccato, intonso nella sua artificiosa propensione all’ aiuto, ma totalmente ignorato dalla mia repulsione.

Vetri rotti che si sbriciolano ulteriormente ad ogni mio passo e che io scaravento in fondo, trascinandoli, strisciando la pianta del piede. Arrivo alla mansarda, nel sottotetto, una lunga sala sormontata da travi perpendicolari e tavole oblique, piena di scatoloni posti alla rinfusa e materassi lerci da cui provengono deboli squittii di topi che vi si rintanano crogiolandosi nella lana, durante il periodo invernale. Proseguo verso la grande vetrata triangolare, vicino a cui vedo un’ulteriore porta, alla fine della stanza, dalla quale entra la pallida luce della luna piena e osservo mesto il suo gettare un inquietante alone sugli oggetti che mi circondano. Lo sguardo mi sfugge all’esterno, tra gli scuri campi appena trebbiati, cesellati da balle di fieno grumereccio, che si estendono a perdita d’occhio; i pini li costellano e si ergono possenti delimitando il fitto e popolato bosco attiguo gremito d’occhi sbarrati e luccicanti che osservano nascosti dal mantello d’ombra fornito della notte. Non si muove nulla là fuori, anche se là in mezzo, da qualche parte, si erge la sghemba croce di ghisa battuta, monumento in memoria dei caduti della prima guerra, dove i miei compagni, vicino ai loro rampichini sporchi di fango, aspettano il mio ritorno, sicuri che non avrei portato nulla con me.

Una prova. Ho bisogno di una prova.

Noto quindi in un angolo con la coda dell’occhio un mucchio di scarpe stringate di piccola taglia, gettate lì, isolate, con vicino una vecchia valigia bucata contenente fotografie sbiadite di sorrisi giovani, di giochi di gruppo e ilarità passate. Ne raccolgo una. Osservo quegli sguardi felici, squarci d’altre ere, che mi appaiono così vuoti e insignificanti, ora, sapendo.

La vecchia colonia, aperta per bambini e ragazzi un centinaio di anni fa, è stata chiusa a causa di un incidente in cui sono morti degli ospiti. Si dice che il figlio del custode, affetto dalla sindrome di Down, subisse lo scherno di un piccolo gruppo di ragazzi e che in seguito ad uno scherzo finito male lui avesse perso la vita. Essendo coinvolti figli di esponenti di spicco della politica e della finanza dell’epoca, il caso andò presto nel dimenticatoio, ma, ovviamente, non per il padre del bambino, che pensò bene di vendicarsi avvelenando con il diserbante il cibo della mensa e provocando decine e decine di perdite. L’uomo subito dopo si uccise. La colonia ora è disabitata da diversi anni, in stato di abbandono totale, ma si racconta che i fantasmi dei bambini infestino ancora il posto, soprattutto nelle notti di plenilunio, in cui si possono udire ludiche urla e grida, canzoni infantili e rumori sordi di palloni calciati.

Metto la fotografia nella mia tasca e mi asciugo per l’ennesima volta il naso e gli occhi, mugolando.

Potrebbe non essere abbastanza. Potrebbero dire che l’ho raccolta all’entrata.

Decido così di scattare una fotografia del posto con il cellulare, inquadrando bene la vetrata e il tetto. Ora che ho la prova, una ulteriore anche rappresentata dalla foto cartacea, non potranno più dirmi che sono uno sfigato: sono stato l’unico ad avere avuto il coraggio di venire fin quassù e loro sono solo degli stupidi senza palle. Guardo l’orologio e sono le 21.24, quindi sono nell’edificio da circa quindici minuti, ora che ho la foto posso anche uscire. Tornerò da loro a testa alta e tra un po’ di giorni, quando inizierà di nuovo la scuola, arriverò all’ultimo anno delle elementari come un eroe, tutti mi invidieranno.

Osservo l’immagine appena scattata, al fine di controllare, vista la poca luce, che non sia venuta mossa, anche se con l’aiuto del flash questo dovrebbe essere evitato. Zoomo sulla vetrata, notando un’aberrazione su una parte del vetro. Ingrandisco ulteriormente e noto una massa di capelli che sbucano dalla porta. Rabbrividisco e mi volto. Una sagoma immobile si appoggia distante allo stipite della porta da cui sono entrato prima È caratterizzata da lunghi capelli neri e una linda vestaglia di cotone bianca. Tutto tace, tutto è fermo. Io sono paralizzato. Ad un tratto sento il fruscio provocato da bobine di nastri audio o da quello dei giradischi. È una canzone infantile. Una cantilena di lallazioni spensierate ma così tremendamente raggelanti in quella situazione.

La sagoma mi si avventa contro.

Il corpo si smuove, in un rush di adrenalina, e inizio a correre a più non posso uscendo dalla porta al mio fianco. Sento i passi veloci del fantasma che mi rincorre; volo lungo un corridoio schivando ostacoli che ci sono o che potrebbero non esserci in una rocambolesca e folle e impolverata fuga insensata. Mi guardo alle spalle un attimo e la vedo sempre lì, che adesso urla e mi insegue e io col fiato mozzato, non riesco a parlare e rabbrividisco sentendo il fastidioso calore umido dei pantaloni che mi si impregnano di piscio sconvolto. Giro la testa, giusto in tempo per notare un buco del diametro di un metro davanti a me. Lo salto. Non so con che forza o con che prontezza, ma lo salto, frantumandomi però sul pavimento poco dopo. Mi sembra di sentire un tonfo dietro di me, raccolgo il telefono integro e mi rialzo in piedi dolorante con le ginocchia e i polsi sbucciati e sanguinanti; sono ancora tremante e scioccato ma consapevole che l’importante è che la cosa sia svanita e che io possa scendere le scale, che scorgo finalmente oltre la prossima soglia, e tornare al piano terra per andarmene.

Il ricordo della nenia mi risuona nella testa, o forse lo sento davvero ancora in lontananza? Sono pazzo? Il terrore mi è penetrato così profondamente che ha instillato in me il dubbio? Sì, forse, il trauma ha seminato nel mio essere paure che germoglieranno e cresceranno a dismisura, una pianta carnivora che alla fine mi divorerà, bagnandomi dei suoi succhi gastrici, spolpandomi. Allibito arrivo nella vecchia mensa e ancora mi fermo, inizio di nuovo a piangere scorgendo una porta finestra sfondata e quindi aperta. La mastodontica croce al muro si staglia dominando lo sfondo, mentre screzi di piatti e pentole e tegami che cadono al suolo sovrastano il silenzio per pochi attimi in un’instancabile cacofonia di distruzione metallica e di ceramica. Passano alcuni secondi, interminabili, poi la quiete. La porta appena a sinistra della grande croce si apre cigolando, la stessa sagoma di prima, quella bambina fantasma instancabile, emerge dal buio del locale adibito una volta a cucina. Non serve attendere che inizi una nuova canzone perché il mostro mi si lancia contro direttamente, emettendo uno stridio acuto, continuo e penetrante. Il cuore in gola e le gambe che filano autonome verso l’esterno. Lei mi attanaglia, mi pressa, sento il suo alito pesante sul collo. Poi una risata trattenuta e la sua presa salda sulle mie spalle. Cado nuovamente ma questa volta sento che lei mi ha avvinghiato le gambe. Così non guardo e prendo la prima cosa che trovo, tasto alla cieca e afferro una pietra grande come la mia testa, la sollevo con tutte e due le mani e gliela scaglio addosso, liberandomi. Rantolii stranieri che seguono ma che non mi riguardano; riprendo lo smartphone, osservando che il flash si è fulminato a causa delle varie cadute ma che lo schermo è ancora intatto. Esco, piangendo più che mai, zoppicando vistosamente, esco, ringraziando Dio, non mi volto, non voglio voltarmi, voglio che tutto questo sia finito, esco.

Esco.

I miei compagni di classe mi vengono incontro, ridendo come pazzi. Io crollo a terra, sfinito. Ridono. Sento che mi chiedono come sono ridotto, pieno di sangue e pisciato. Sento che dicono che è troppo divertente e che mi stanno filmando e che diventerò virale. Sento che dicono che dovevo capire che era tutto uno scherzo, che sono solo uno sfigato cagasotto e un frocetto.

Io non ho la forza di ribattere che è tutto vero, di mostrargli la foto e il mio telefono imbrattato.

Sento che si chiedono quanto ci mettono ad uscire dalla casa gli altri due e che devono tornare a casa che sennò viene tardi.

Sento che qualcuno entra e urla nell’ambiente ex-mensa.

Sento delle urla di orrore, puro orrore, quello vero, quello reale.

Sento, e poi svengo.


Giulio Vellar (1989) è nato ad Asiago. Ha pubblicato racconti, poesie e recensioni cinematografiche sulle riviste/pagine/blog: Lahar Magazine, ConAltriMezzi, Shiva Produzioni, Matisklo Edizioni, Edizioni La Gru, Biroconlaccento, Quaerere, Mirino, Salmace, Il fuco, Clean.

Redazione

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