Conoscenza è opinione vera giustificata? Parte II

La prima parte di questo articolo la trovi qui.

Il problema della giustificazione, il controesempio di Gettier.

Nella standard view, S sa che p se e solo se: (i) p è vero; (ii) S ha un’opinione su p; (iii) S è giustificato nell’opinare che p.[1] Ma che tipo di giustificazione possiede S? Sembra che questa attività esplicativa possa essere fondamentalmente di due tipi: doxastica o proposizionale. La giustificazione proposizionale è l’attività cognitiva che un soggetto sperimenta quando ha ragioni sufficienti per credere nella verità di una certa proposizione.

La giustificazione doxastica è l’attività cognitiva che determina se una certa opinione è formulata e mantenuta in modo appropriato dal soggetto che la sostiene. La proposizionale è più fondamentale della doxastica, dato che avere una giustificazione doxastica implica possedere una serie di ragioni per credere alla bontà di una proposizione.[2] Ma poiché la conoscenza è un certo tipo di opinione, allora la giustificazione a cui usualmente ci si riferisce in (iii) è la giustificazione doxastica (Lowy 1978).

Fatto questo chiarimento in merito al tipo di giustificazione, chiediamoci: la conoscenza è davvero opinione vera giustificata? A un primo sguardo sembrerebbe che la risposta a questa domanda possa essere affermativa. Proviamo a immaginare una situazione in cui noi si sappia qualcosa di un evento E. Sia E = Socrate è un filosofo. Ebbene: se E occorre o è occorso, allora E è vero (la condizione (i) è pertanto soddisfatta). Noi opiniamo che E sia vero, cioè opiniamo che Socrate sia esistito e che egli era un filosofo (la condizione (ii) è al contempo soddisfatta). Infine, siamo anche giustificati nel credere che E, perché ci sono testimonianze di antichi autori greci che hanno fornito materiale sufficiente per affermare che Socrate perseguisse con metodi tipicamente razionali indagini intorno a oggetti di pertinenza della conoscenza filosofica (anche la condizione (iii) è, pertanto, soddisfatta).

A questo punto, però, sorge un problema. Un filosofo statunitense del Novecento ha dimostrato che le condizioni (i), (ii) e (iii) sono condizioni solo necessarie e non sufficienti per la conoscenza.[3] In altre parole, se S sa che p allora le condizioni (i), (ii) e (iii) si verificano, ma il viceversa non vale, cioè se tali condizioni si verificano non è detto che vi sia conoscenza. Questo filosofo era Edmund Gettier, che nel suo celeberrimo articolo Is Justified True Belief Knowledge?, risalente al 1963, propose un esperimento mentale volto a scardinare la plausibilità della definizione di conoscenza come opinione vera giustificata. Gettier propose due controesempi al modello tripartito, che prendono il nome di “casi Gettier”. Per questioni di spazio, è conveniente che se ne presenti qui solo uno, in particolare il secondo (Gettier 1963, pp. 122-123). Supponiamo che Smith sappia che:

  • Jones possiede una Ford.

Smith ha sufficiente evidenza per opinare che (1) sia vera, perché in passato Jones è sempre stato proprietario di un’auto e quest’auto è sempre stata una Ford. Inoltre, Jones ha sempre offerto a Smith la possibilità di guidare tale Ford quando i due erano insieme. Supponiamo, poi, che Smith abbia un amico, Brown, la cui collocazione geografica attuale sia a Smith sconosciuta. Se (1) è vera, allora sono vere anche le seguenti proposizioni:

  • Jones possiede una Ford, o Brown è a Boston.
  • Jones possiede una Ford, o Brown è a Barcellona.
  • Jones possiede una Ford, o Brown è a Brest-Litovsk.

Ognuna di queste proposizioni è implicata da (1). Supponiamo, ora, che Jones non possieda una Ford e che abbia, però, preso in affitto una Ford per un lungo periodo di tempo e che, all’insaputa di Smith, Brown si trovi davvero a Barcellona. Ebbene, Smith non sa che (3) è vera, tuttavia (i) la proposizione (3) è vera, (ii) Smith opina che (3) sia vera e, infine, (iii) Smith è giustificato nell’opinare che (3) sia vera. Le condizioni (i)-(iii) sono soddisfatte, ma la loro congiunzione non implica che Smith abbia conoscenza di alcunché, perché egli ha soltanto indovinato l’evento che si sta verificando, per di più lo ha fatto in base a una giustificazione scorretta, o non completamente pertinente all’evento che si cercava di giustificare. L’opinione di Smith è vera solo per una questione di fortuna.

Il problema di Gettier è, perciò, il seguente: quanto e come dovrebbe essere modificata l’analisi della conoscenza affinché i casi Gettier non si ripresentino? Vi sono due strategie principali: la prima è quella di rafforzare il concetto di giustificazione per prevenire il presentarsi di casi Gettier (Chisholm 1977, cap. 6), la seconda è quella di aggiungere una quarta condizione al modello tripartito per ottenere una analisi per cui la conoscenza è opinione vera giustificata con l’aggiunta di una quarta condizione X (anche detta: analisi dell’OVG+X), come la teoria reliabilista[4] che impone che il processo rendicontazionale sia affidabile, oppure come la teoria causale che impone, invece, che il logos evidenzi la connessione strutturale tra il fatto rappresentato dalla proposizione p e il giudizio che p. Di recente, è stata anche proposta una terza via, quella del knowledge-first approach, che ritiene sia più proficuo rinunciare all’analizzabilità della conoscenza e presupporla, invece, come un concetto base non ulteriormente scomponibile. In altre parole, si assume che la conoscenza sia uno stato mentale anteriore all’opinione e che, quindi, quella non sia analizzabile nei termini di questa (Williamson 2000).[5]

È possibile prevenire i casi Gettier?

Una cosa è certa: i casi Gettier sono inevitabili. Come ha mostrato la filosofa statunitense Linda Zagzebski, nel suo articolo del 1994, The Inescapability of Gettier Problems, per ogni analisi abbastanza simile a quella del modello tripartito è possibile ripresentare i casi Gettier applicando il seguente algoritmo: (a) presentare l’esempio di un caso in cui un soggetto ha un’opinione falsa giustificata più un’eventuale condizione X; (b) modificare l’esempio affinché l’opinione sia vera solo per una questione di fortuna.[6] Applicando (a)-(b) in ogni analisi fondata su un modello addizionale ottenuto estendendo quello tripartito, cioè una analisi dell’OVG+X, si otterrà sempre un caso Gettier, sicché il problema Gettier tenderà a ripresentarsi.

Uno degli esempi che Zagzebski sfrutta per mostrare la bontà dell’algoritmo (a)-(b) è quello del granaio, che si applica, infatti, anche a teorie che sostengono l’analisi della conoscenza come OVG+X. Ecco l’esempio qui di seguito:

Immaginiamo che tu stia guidando in una regione in cui, senza che tu lo sappia, gli abitanti abbiano eretto tre facciate di granai per ogni granaio reale, allo scopo di sembrare più ricchi. La tua vista è normale e sufficientemente affidabile in circostanze ordinarie per vedere un granaio dalla strada. Ma in questo caso i granai falsi sono indistinguibili dai granai reali a una siffatta distanza. Appena osservi il granaio reale ti formi l’opinione ‘Quello è un bel granaio’. L’opinione è vera e giustificata, ma non è conoscenza.[7]

Questo esempio mostra come anche una teoria reliabilista, in cui la quarta condizione che dovrebbe giustificare l’opinione vera è fondata sull’affidabilità dei mezzi euristici in nostro possesso, non riesce a sfuggire al controesempio di Gettier. Se i granai, supponiamo, sono sei, di cui tre reali e tre falsi (perché di essi v’è solo la facciata), disposti in modo tale che guardando l’uno gli altri siano visibili al contempo, allora non si potrà distinguere in base all’affidabilità della percezione (ovvero, la condizione X di cui sopra) se guardando un granaio si stia guardando quello reale o quello falso. In entrambi i casi, per cui, non si avrà conoscenza dell’oggetto a cui si guarda, perché se si guarda quello falso allora non v’è conoscenza del granaio effettivo e se si guarda quello reale allora non si avrà conoscenza del granaio, perché sarà solo per una questione di fortuna che si starà osservando il granaio effettivo senza che le condizioni (iii) e X siano soddisfatte.

Attualmente la ricerca epistemologica in merito all’analisi della conoscenza si fonda principalmente su tre teorie: la teoria reliabilista (Nozick 1981), la teoria causale (Goldman 1967, 1976) e, infine, la teoria della non analizzabilità, o dell’anteriorità, della conoscenza (Williamson 2000). Discutere di queste posizioni in modo dettagliato non è possibile in questa sede. Possiamo, però, fornire al lettore quantomeno le condizioni che, per ognuna di queste teorie considerata singolarmente, la conoscenza dovrebbe soddisfare per essere tale:

Reliabilismo: S sa che p se e solo se: (i) p è vero; (ii) S opina che p; (iii) l’opinare di S che p è prodotto da un affidabile processo cognitivo.

Teoria causale: S sa che p se e solo se: (i) p è vero; (ii) S opina che p; (iii) l’opinione di S intorno a p è causata dal fatto che p.

Teoria dell’anteriorità: S sa che p se e solo se l’evidenza totale che S possiede include la proposizione che p.

Ognuna di queste teorie ha i suoi pregi e i suoi difetti; nessuna, comunque, si è dimostrata infallibile. Quale sarà, quindi, la teoria più adeguata in grado di analizzare la conoscenza? Questa è una questione ancora irrisolta che, seppur intricata, rappresenta uno dei pilastri della ricerca filosofica contemporanea e che, in effetti, incita noi uomini all’esercizio della ragione che da secoli non si accontenta delle risposte banali. Quale potrebbe essere la tua risposta?


Bibliografia

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[1] Kaplan 1985 e Dutant 2015 forniscono un resoconto storico dettagliato del modello tripartito della conoscenza.

[2] Per l’opinione contraria a questa, ma minoritaria, si veda Turri 2010 in cui si sostiene che è la giustificazione doxastica a essere più fondamentale della proposizionale.

[3] Gettier non fu il primo a scoprire questo tipo di critica al modello tripartito. Già il filosofo indiano Dharmottara, nel 770 d.C., e il filosofo italiano Pietro di Mantova, nel XIV secolo d.C., presentarono casi simili a quello di Gettier. Si vedano, in particolare, Nagel 2014 e Ichikawa & Steup 2018.

[4] Dall’inglese “reliable” che significa “affidabile”.

[5] Williamson (2000, cap. 1) parla della conoscenza come il “most general factive mental state”. Uno stato mentale è una combinazione di rappresentazioni mentali e di atteggiamenti proposizionali. Alcuni di questi stati mentali sono, per esempio, il credere, l’avere paura, l’amare, il concettualizzare. Uno stato mentale è fattivo se l’essere S in questo stato mentale implica che uno stato di fatto, o evento, occorra nel mondo.

[6] Zagzebski 1994, p. 69.

[7] Zagzebski 1994, p. 66, traduzione mia.

Matteo Orilia

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