Conoscenza è opinione vera giustificata?

La seconda parte di questo articolo uscirà lunedì 14 giugno.

Introduzione

Che cos’è la conoscenza? Che differenza c’è fra il conoscere e il non conoscere? Questa domanda è equivalente a chiedersi cosa significhi per un soggetto S sapere o conoscere che p, con p che è uno stato di fatto o un individuo o, più generalmente, una proposizione. In particolare, ci limiteremo al caso in cui p sia una proposizione, sicché è d’uso in ambito filosofico dire che l’analisi della conoscenza è analisi della conoscenza proposizionale.[1]

L’analisi di un concetto è l’esplicitazione di quelle condizioni sufficienti e necessarie affinché esso si possa usare in un preciso contesto. In questo articolo ripercorreremo i passi deduttivi della prima definizione articolata della conoscenza nella storia del pensiero. Risaliamo fino a Platone che ha dato la prima definizione, che col tempo ha assunto quello status accademico che le permette d’essere considerata la standard view. Dopo un’approfondita presentazione della tesi platonica, vedremo per quali ragioni tale posizione abbia subito delle revisioni, più o meno parziali, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso in seguito alla critica mossa dall’epistemologo Edmund Gettier (1927-2021). Infine, per quanto possibile, cercheremo di presentare alcune delle possibili vie di fuga alla critica di Gettier per non scoprire, d’improvviso, di ritrovarci a dover ammettere per davvero che non sappiamo cosa significhi, per ognuno di noi, essere a conoscenza di qualcosa.

Platone e la standard view: conoscenza come opinione vera giustificata.

È tempo di entrare nel vivo del dibattito. Iniziamo col dire che la prima definizione a noi nota della conoscenza è che essa sia opinione vera giustificata. Tale definizione risale a Platone, il quale nel Teeteto imbastì un meraviglioso dialogo (apparentemente aporetico)[2] tra Socrate, maestro di Platone nonché filosofo ateniese che s’interrogò per lo più intorno alla virtù usando l’ironia e la tecnica maieutica[3] per discutere coi suoi interlocutori, e Teeteto, un giovane e promettente matematico che, di lì a poco dal loro incontro, avrebbe anche dimostrato l’esistenza di due poliedri regolari, o solidi platonici, che sono figure geometriche tridimensionali con angoloidi di ampiezza uguale: l’ottaedro e l’icosaedro.[4]

Nel corso del dialogo, Socrate e Teeteto discutono intorno alla definizione della conoscenza. Socrate, usufruendo di un metodo elenctico, o maieutico, cerca di condurre Teeteto alla verità, esprimibile per mezzo di un discorso intorno all’essenza della conoscenza.[5]  Tutte le definizioni proposte da Teeteto vengono, però, confutate da Socrate. Tra queste quelle di maggior interesse sono quella che identifica la conoscenza con l’opinione vera e quella che, invece, la identifica con l’opinione vera giustificata.

Perché la conoscenza implica l’opinione? Se S sa che p, allora S crede che p. Ovvero: se Socrate conoscesse che 2+2 = 4 allora non potrebbe non credere che 2+2 = 4, cioè non potrebbe credere che 2+2 ≠ 4, perché altrimenti egli saprebbe che 2+2 = 4 e crederebbe che 2+2 ≠ 4. Una posizione di questo tipo sembra almeno controintuitiva, se non addirittura contraddittoria: come si può conoscere qualcosa a cui non si crede?

Sembra che per Platone la conoscenza implichi l’opinione e l’opinare. Un’opinione, infatti, è un giudizio della forma “x è P”. L’argomento di Platone è il seguente (Teeteto, 185c-187a): (a) ci sono predicati comuni (koinà) a ogni cosa, come l’essere, l’identico, il diverso, il simile, il dissimile e così via che è possibile conoscere solo con l’attività cognitiva, o anima; (b) davanti a estensioni empiriche del predicato P non è sufficiente percepire il predicato P per dire che si conosce che gli x sono P, bensì bisogna connettere (syllogismòs) e fare confronti fra i vari oggetti x sotto esame per opinare in base ai koinà che ogni x è P; (c) quindi la conoscenza implica un’attività cognitiva che connette o fa confronti; (d) tale attività non può che essere l’opinare e il suo risultato è l’opinione, o giudizio “x è P”.

Frede commenta così l’argomento (1999, p. 382): “we perceive the colour red, but we do not, strictly speaking, perceive that A is red”. In altre parole, osservando una serie di oggetti rossi noi non conosciamo che essi sono rossi solo percependoli, perché non avremo altro che la sensazione visiva del rosso. Ciò che ci permette di passare dalla percezione alla conoscenza è il giudizio “queste cose sono rosse”, che non pertiene alla sola percezione ma richiede un’attività cognitiva che è almeno compatibile (se non totalmente identica) con quella del giudicare, ossia dell’opinare.

Lo stesso Teeteto, poi, osserva che non basta la sola opinione per definire la conoscenza ma che, anzi, è necessario che l’opinione sia anche vera (Teeteto, 187b). Ciò che è falso non può essere conosciuto, o, equivalentemente, (i) se p è falso allora S non conosce p, che è equivalente a (ii) se S conosce p, allora p è vero. L’argomento funziona perché si basa sulla legge logica della contrapposizione: A implica B è vero se e solo se non-B implica non-A. Un esempio utile a comprendere quanto detto è riportato in Ichikawa & Steup (2018): “Hillary Clinton did not win the 2016 US Presidential election. Consequently, nobody knows that Hillary Clinton won the election. One can only know things that are true”. Questo significa che se Clinton non ha vinto le elezioni nel 2016, allora è falso che le abbia vinte. Se è falso che le abbia vinte (non-A), allora nessuno sa che le ha vinte (non-B). Quindi se qualcuno sa che le ha vinte (B), allora Hillary Clinton le ha vinte davvero (A).

Perché, però, l’opinione vera non è sufficiente a definire la conoscenza? Facciamo un esperimento: supponiamo che un giudice in un tribunale, durante l’esposizione dei fatti, delle prove e delle accuse si formi un’opinione in merito alla colpevolezza dell’imputato. Supponiamo anche che l’imputato sia davvero colpevole, sicché l’opinione del giudice sarà opinione vera. L’idea che il giudice si è fatto della colpevolezza dell’imputato è un giudizio corretto, ma è anche conoscenza? Il giudice sa che l’imputato è colpevole o, invece, suppone che sia colpevole? Il giudice, apparentemente, non avrà mai la certezza epistemica necessaria per poter dire che egli sa – oltre ogni dubbio – che l’imputato si è davvero macchiato di un certo crimine.[6]

Un altro controesempio all’identificazione di conoscenza e opinione vera è il seguente (Ichikawa & Steup 2018): supponiamo che S lanci una monetina in aria e all’atterraggio di questa, senza averla ancora guardata, supponga che sia uscita testa al posto della croce. Per puro caso, la monetina è caduta proprio dando come risultato la testa. S, perciò, ha un’opinione vera in merito al risultato, ma non ne ha alcuna conoscenza perché la sua è stata solo una supposizione fortunata (che tramite ispezione diretta, ossia percettiva, potrà essere giustificata). Non diremmo tutti che S ha avuto successo perché ha avuto fortuna e non perché davvero sapesse quale sarebbe stato il risultato del lancio della moneta?[7] La disgiunzione fra opinione vera e conoscenza anche in questo caso è un motivo valido per non equiparare i due stati cognitivi. Come possiamo uscire dall’impasse? Sembra che la via di fuga stia proprio nella giustificazione dell’opinione vera.

Platone, per ovviare ai controesempi possibili che abbiamo citato, propone la definizione divenuta classica: conoscenza è opinione vera giustificata.[8]  Che tipo di giustificazione? È qui che dobbiamo abbandonare Platone e fare un salto nella filosofia contemporanea, che ha riscoperto la fecondità delle sue analisi.


[1] Siano S e A due individui. Se S sa che A è una musicista, allora S conosce la proposizione che asserisce che A è una musicista. Questa è conoscenza proposizionale (propositional knowledge). Se S, invece, conosce A, allora S ha una conoscenza diretta (knowledge by acquaintance) di A. La distinzione risale a Russell (1905, pp. 479-480).

[2] Si veda l’introduzione al Teeteto a cura di F. Ferrari, 2011, per i tipi BUR, in particolare cap. 12 in cui l’aporeticità del dialogo è in realtà ridimensionata e viene sostenuto, inoltre, che anche per Platone la conoscenza implica un procedimento rendicontazionale e un aspetto proposizionale, entrambi ineliminabili. L’apparente aporeticità è data dal fatto che in questo dialogo Socrate e Teeteto giungono a una definizione della conoscenza che prescindendo dalle Forme, o Idee, non può ritenersi compiuta in quanto non è stata correttamente agganciata al suo significato focale che richiede l’esistenza delle Forme in qualità di referenti onto-epistemologici. Nel Sofista e nel Politico la conoscenza, intesa come opinione vera giustificata, dovrebbe coincidere tout court con il metodo sinagogico-diairetico, o dialettica, di cui viene data una dimostrazione ostensiva e pragmatica nel corso di entrambi i dialoghi che, infatti, non sono aporetici ma giungono a conclusioni ritenute da Platone teoreticamente valide (il primo fornisce una definizione, cioè conduce il lettore a conoscere che cos’è l’arte sofistica e chi è il sofista, il secondo fornisce una definizione di arte politica e del politico). Per una discussione generale sulla concezione epistemologica di Platone, si veda anche Ferrari 2006.

[3] La tecnica maieutica era il metodo socratico per giungere alla verità, grazie al quale attraverso il dialogo un soggetto interrogante induce un soggetto interrogato a partorire la verità intorno a qualcosa su cui si indaga insieme. Il soggetto interrogato, inesperto, dovrebbe cercare di giungere alla verità in maniera quanto più possibile autonoma, grazie all’ausilio di domande mirate da parte del suo interlocutore più esperto.

[4] I solidi platonici sono cinque in totale, cioè: il tetraedro, il cubo, l’ottaedro, il dodecaedro e l’icosaedro. Il nome di ogni figura indica il numero delle sue facce, rispettivamente: 4, 6, 8, 12, 20. 

[5] Sembra che Socrate sia stato il primo a occuparsi formalmente di teoria della definizione, attribuendo, infatti, alla definizione un ruolo preponderante nell’indagine filosofica in quanto (a) solo attraverso di essa è possibile comprendere che cos’è A e (b) essa deve possedere il carattere dell’universalità, deve cioè essere applicabile a tutti i casi particolari che sono A. Per ulteriori informazioni si veda Donini-Ferrari 2005, pp. 50-51.

[6] Platone, Teeteto, 201a-d, mette in bocca a Socrate: “Quando i giudici sono persuasi a proposito di eventi che può conoscere solo chi li ha visti, altrimenti non si possono conoscere, giudicando questi eventi sulla base di ciò che hanno udito, essi, assumendo un’opinione vera, non è forse vero che giudicano senza conoscenza, ma risultano comunque persuasi in modo corretto, sempre che giudichino bene?” (tr. ita. a cura di F. Ferrari, op. cit.).

[7] Equivalentemente, si può sostenere che il giudizio di S è un’opinione vera ma non è conoscenza perché il suo giudizio non è ben fondato. In merito a ogni situazione di tipo A si può sapere ancor prima di aver assistito a essa che A occorre o che non-A occorre, ma tirando a indovinare non si avrà conoscenza né di A né di non-A. Avendo, invece, assistito all’evento A o all’evento non-A, si avrà conoscenza dell’uno o dell’altro caso, perché la percezione può fungere da giustificazione.

[8] Platone, Teeteto, 201d. Ci sono vari motivi per credere che Platone accetti questa definizione, sebbene nel dialogo in esame si analizzino (a partire da 206c) ben tre diversi chiarimenti di cosa sia la giustificazione (logos) e tutti e tre finiscano per essere rifiutati dal Socrate del dialogo. Riguardo all’apparente aporeticità del dialogo, si veda la nota 2. Brancacci (1993, pp. 124-125) ha rilevato come Antistene, celebre allievo di Socrate, equiparasse la giustificazione con la definizione, sicché conoscenza sarebbe opinione vera accompagnata dalla definizione della cosa intorno a cui si indaga. Platone rifiuta tutte le precisazioni della giustificazione (logos) all’interno del dialogo in esame, ma non per questo rinuncia a dire che cosa sia la conoscenza all’interno del corpus. Al Teeteto è, infatti, teoreticamente collegato il Sofista, nel quale la conoscenza pare essere raggiunta solo attraverso l’uso del metodo dialettico, o sinagogico-diairetico. Tale metodo, esposto con sufficiente chiarezza anche nel Politico, sembra coincidere con quel processo rendicontazionale e fondativo che il logos dovrebbe fornire all’opinione vera per trasformala in conoscenza. L’accessibilità alle Idee, inoltre, sembra essere uno dei punti contraddistintivi a favore del ruolo “scientifico” del metodo dialettico, essendo le Idee il referente onto-epistemologico della conoscenza e che, in qualche modo, garantiscono l’infallibilità dell’episteme rispetto alla doxa (come esposto dallo stesso Platone in Repubblica, V, 477e7-8). Si veda in merito all’inadeguatezza di una definizione della conoscenza in assenza delle Idee il già citato Ferrari (2011, in particolare cap. 12). In merito alla connessione del Teeteto col Sofista, invece, si vedano Kahn (2007) e Migliori (2011).

Matteo Orilia

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