Lei

A un certo punto mi ero voltata e Lei non c’era più. Chiamai il suo nome in quella solita maniera buffa pensando stesse facendo uno dei suoi scherzetti e si nascondesse sotto la mia gonna lunga per non farsi trovare. Iniziai a girare su me stessa continuando a ripetere il suo nome con quella vocina, come uno di quei cani idioti che cercano invano di mordersi la coda. Per qualche minuto perpetuai quel ridicolo movimento, feci uno, due giri e poi altri tre e poi altri quattro e quando smisi di girare la vocina buffa era scomparsa, stavo ormai gridando e Lei non c’era, non era sotto la mia gonna e non era davanti a me.

Io mi fermai mentre il mondo intorno continuava a girare e mi circondava un capannello sempre più folto di persone che non capivano nemmeno quello che io stessi dicendo e che non riconoscevano nella loro lingua il nome che stavo chiamando. Fino a pochi attimi prima ero solo una turista con sua figlia per mano, un ciottolo insignificante nel fiume di folla, non mi accorsi che fu in quel momento che diventai la madre disperata. Quella vacanza nemmeno la volevo fare, io, era stato mio marito a dire, ma sì, partiamo, la bambina si divertirà e potrai provare la nuova fotocamera. E sempre mio marito mi aveva detto, tieni la bambina per cinque minuti. L’aveva fatta scendere dalle sue spalle, Lei aveva un po’ piagnucolato perché le facevano male i piedini nei sandali nuovi e io le avevo stretto la mano in modo un po’ brusco per convincerla a rimanere con me e non seguire il padre. Non ricordo perché lui si era allontanato, probabilmente aveva visto in qualche vetrina una di quelle anticaglie che gli piacevano tanto. Non ricordo nemmeno perché le avevo lasciato la mano in quei pochi secondi, forse mi sembrava imperdibile la sfumatura del cielo al di sopra della cattedrale, forse non potevo proprio evitare di scattare quella fotografia che successivamente mi sarebbe sempre sembrata così stupida ogni volta che la riguardavo, anche se recava la data e l’ora esatta del momento in cui Lei mi aveva lasciato la mano. Ma ero così felice, mio marito a Natale mi aveva regalato quel marchingegno, mi aveva detto che era digitale e che si poteva vedere l’immagine appena la foto veniva scattata, che non dovevo aspettare di tornare a casa per vedere cosa avessi ricavato dal rullino e altri prodigi tecnologici. Roba da non crederci, il mondo scorre tranquillo e in un attimo è catturato e schiacciato dentro quella scatolina in un’immagine bidimensionale. Nella scatolina c’era anche Lei, la Lei di qualche minuto prima. Aveva la faccia imbronciata e due codine sulla testa, spettinate come sono solo quelle delle bambine di cinque anni che non hanno voglia di camminare coi genitori sotto il sole di agosto in un qualsiasi borgo medioevale. Io lo avevo detto che avremmo dovuto lasciarla al mare dai miei e iniziai a gridarlo a tutti quelle persone che non mi comprendevano e gridavo lo sapevo io, lo sapevo. Lo sapevo. Cerco sempre di dimenticarlo, lo sguardo di quello che allora era ancora mio marito quando mi trovò in quelle condizioni, ma presumo esistano cose che sono impossibili da rimuovere dalla propria testa. Come il grasso del prosciutto tra i denti. Credo di essermi spiegata. È un ricordo fastidioso e pungente, soprattutto ora che son passati quindici anni e ancora non mi fa dormire perché appena chiudo gli occhi ricomincia, o forse continua, a penetrarmi quell’odio che mi travolse quando lui gridò dov’è e io risposi che era proprio qui, proprio qui. Io caddi a terra e non ricordo se fu il risultato della camminata di un’ora e mezza con trentatré gradi oppure se fu la prima conseguenza del disarticolarsi improvviso della mia vita e del delirante scardinarsi dei miei giorni. Probabilmente fu quello il momento in cui mi ruppi in quei mille pezzi che ho sempre rinunciato a rimettere insieme. Lui iniziò a correre avanti e dietro fendendo i vicoli, qualcuno mi buttò dell’acqua gelata in fronte e quando lui tornò io ero quasi cosciente e sentii che stava urlando al telefono con la polizia, sì, credo fosse la polizia o qualcuno di simile, perché diceva che dovevano trovarla, che era una bambina di cinque anni, portava i codini e i sandali rosa. No, non è scomparsa da ventiquattro ore diceva, e gridava, dovete trovarla adesso, e no, non torniamo in albergo, non aspettiamo lì, dovete trovarla ora. Fu la stessa frase che gli sentii ripetere per molti anni al telefono.

Nei mesi immediatamente successivi, quando ancora abitavamo insieme, passava tutta la giornata al telefono, che era diventato una sua protesi, una sorta di estensione di sé.  Serviva a ricordarmi che era stata colpa mia perché esordiva sempre dicendo sì, siamo quelli della bambina dispersa, sì è mia moglie che l’ha persa di vista. Sottolineava sempre mia moglie con un filo di disgusto, impercettibile alle orecchie di chi non viveva in casa nostra. Io iniziavo o forse ricominciavo, o forse continuavo a piangere e correvo a nascondermi, non so se da lui o dal mondo o da me stessa. Trovavo nascondigli per la casa e in un grottesco, inquietante gioco, mio marito passava la giornata a cercarmi e rincorrermi mentre io piangevo in un angolo dell’armadio, o sotto il letto e lentamente impazzivo. O forse impazziva lui, ma come si fa a non impazzire quando hai perso tutto? O quando non hai mai avuto niente? Un giorno mi nascosi nella grande cassapanca di legno in giardino, era puzzolente e piena di tarli. Io ero pienamente soddisfatta di quel nuovo rifugio e mio marito non mi cercò più, mi lasciò lì dov’ero. Non so quanto tempo rimasi nella cassapanca in effetti, forse mesi forse anni, forse qualche minuto o un paio d’ore. Quando spuntai fuori non avvertii la sua voce ovattata che imprecava al telefono nella stanza accanto, ma solo un grande silenzio e pochi giorni dopo sul tavolo apparve la lettera di un avvocato, me la portò mia madre e io per tutta risposta mi infilai tra le sedie e mi rannicchiai come fanno i bambini, lo faceva anche Lei quando per gioco non voleva farsi trovare. Forse era solo nascosta sotto un tavolo in un punto qualsiasi della terra, forse eravamo ancora sullo stesso pianeta e Lei stava solo giocando. A volte questo mi consolava. Mia madre mi stanò e mi disse di smetterla di nascondermi perché era colpa mia e dalle proprie colpe non ci si può nascondere. Ricominciai o forse continuai a piangere.

Mio marito andò via e mi portarono da uno psicologo che non riuscì a capirmi e poi mi portarono in chiesa dove un prete mi disse che Gesù mi avrebbe perdonato, ma non avevo bisogno di perdono e non cercavo la redenzione, solo, volevo trovare Lei, ecco tutto, e volevo farlo restando nascosta al buio dove non potevo vedere le mie lacrime cadere e potevo annegarci dentro. In quei mesi o forse anni in cui mi nascondevo non rimanevo indifferente alle indagini su di Lei ma mi sentivo estranea a qualsiasi ipotesi di carattere scientifico che potesse essere stata formulata sull’accaduto. Nel buio dei miei nascondigli avevo iniziato un’indagine nella mia testa in cui avevo preso a ripercorrere tutto quello che Lei aveva detto da quando aveva iniziato a parlare fino all’ultima frase che aveva pronunciato, ma il problema davanti al quale mi fermavo e che faceva fallire inevitabilmente il mio percorso mentale era che io, le ultime parole che Lei mi aveva detto, non le ricordavo e sapevo che la chiave per ritrovarle era quella lì, niente di più, bisognava ricordare le ultime parole di quella bambina di cinque anni, per sapere dove fosse. Non le ho mai ritrovate in quella scatola immensa e minuscola che era diventata il mio cranio e a un certo punto, non ricordo quando, ho smesso di cercare, mi assalivano tutte le sue sillabe rotte e le sue vocali sbilenche e mi concentravo su segmenti tortuosi della mia memoria senza arrivare da nessuna parte. Anche mio marito aveva smesso di cercare a un certo punto, aveva deciso che la sua bambina, che io avevo perso, non contava più niente e il caso era stato archiviato perché lui non telefonava più a nessuno e come spesso accade se smetti di fare rumore tutti si dimenticano di te. Io avevo smesso di fare rumore da quando Lei mi aveva lasciato la mano e infatti, di me non si ricordava mai nessuno. Lui si era trovato una bionda di diciassette anni più giovane e se ne erano andati a vivere da qualche parte col mare e forse i delfini. So di loro che hanno altri due figli, chissà se la bionda riuscirà a non perderli. Ho creduto a lungo che lui avesse smesso di soffrire dopo che era andato via. Lui, forse, a lungo ha creduto che io non soffrissi perché mi nascondevo. È un vizio che tutti abbiamo, quello di attribuire agli altri passioni elementari e conservare per noi stessi soli la convinzione di una percezione più profonda del sentimento, come se le persone intorno a noi fossero solo simulazioni grafiche dai cuori di latta e solo noi avessimo dentro carne pulsante.

Molto tempo dopo mi arrivò una telefonata. Gli anni mi erano passati addosso e io avevo continuato a passare le giornate nei miei soliti piccoli spazi privi di aria e luce, che in fondo sono la stessa cosa, se manca l’aria manca la luce, se manca la luce manca l’aria. È più facile sentirsi soffocare quando sei al buio. Spesso lo speravo, di sentirmi soffocare, di non avvertire più improvvisamente il mio respiro e uscire dal mio corpo per andare a cercare Lei in un’altra dimensione, se un’altra dimensione da qualche parte esiste. Ma ho solo l’impressione che dopotutto andremo tutti in luoghi piccoli e bui, dove ci sentiremo costantemente soffocare. Chiamarono me, dissero, perché mio marito, precisai ex marito (cercai d riprodurre nella mia voce la nota di soave disgusto che utilizzava lui quando si riferiva a me come sua moglie, senza riuscirci), non rispondeva più a quel suo vecchio numero di telefono. Mi chiesero se avessi un nuovo numero con il quale rintracciarlo e risposi di no. In realtà lo avevo, proprio per casi simili a quello, in cui qualcuno mi chiedeva se io avessi il suo numero, appunto, ma volevo dicessero a me quello che c’era da sapere intorno a quella questione riservata e delicata riguardante nostra figlia, come la voce giovane al telefono disse. Sapevo che nessuno avrebbe voluto parlarne con me perché si sapeva che io ero diventata pazza e si mormorava che lo fossi sempre stata, ma io non vedo più lucida soluzione di passare la vita in luoghi piccoli, bui e privi di aria. Per abituarsi alla morte. Mi dissero che forse c’era la possibilità che mia figlia fosse viva da qualche parte nel mondo e che mi stesse cercando, che stesse cercando la propria mamma, che c’era un video da qualche parte su internet in cui una ragazza cercava sua madre, l’avevano rapita da bambina e lei sua madre avrebbe voluto rivederla anche se non ricordava come era fatta. Riattaccai furiosa, perché di questi scherzi me ne avevano fatti fin troppi nei quindici anni che erano trascorsi dalla Sua scomparsa, quindici anni che nella mia mente a volte sembravano due giorni e a volte l’eternità. Una volta una ragazzina arrivò persino a bussare al mio portone dicendomi di essere mia figlia e quando mi accorsi che non avrebbe mai potuto essere Lei sono stata colta da un senso tale di disgusto che le ho vomitato sulle scarpe e poi son tornata a nascondermi nell’armadio della soffitta, mentre quella tizia rimaneva a frignare sulla soglia di casa mia perché aveva le scarpe nuove sporche di vomito. Poco dopo però il telefono squillò un’altra volta. Credo io fossi allora l’ultima superstite del telefono fisso, infatti risposi perché non sapevo che fosse lo stesso numero della telefonata precedente. Che idiota. Questa volta però era una voce più matura a parlare, direi quasi anziana, che, con calma, mi disse, potrebbe essere sua figlia, potrebbe essere Lei e due ore dopo casa mia era piena di gente che mi faceva domande e che prendeva campioni per i test del DNA. Io avevo paura di tutte quelle persone, del mio salotto che mi sembrava così grande e di tutta quella luce. E naturalmente arrivarono anche i giornalisti. Li ho detestati dal primo momento di tutta questa faccenda perché mi fermavano per strada e mi assediavano non appena mettevo piede fuori del cancello di casa per buttare la spazzatura o per fuggire via da mio marito o per andare a nascondermi nel bagagliaio della mia auto. Non tutti, alcuni erano davvero comprensivi ma altri erano solo sciacalli. Nella mia testa li divido ancora in queste due grandi categorie, un po’ come divido il mondo in generale. I buoni e i cattivi. In mezzo non c’è nessuno, forse solo chi prova dolore. Forse solo chi è rimasto solo. E chi si nasconde al buio.

Dopo un mese, che forse era un anno o forse un giorno, qualcuno bussò alla mia porta e mi disse che il test del DNA aveva rivelato che quella ragazzina che cercava sua madre con un video da qualche parte su internet in qualche parte del mondo era Lei e mi spiegarono anche perché, ma io non afferrai nulla perché non capivo niente di genetica e germi e porcherie simili. I giornalisti gridarono al miracolo. Mio marito, dal suo angolo di pianeta col mare e forse i delfini gridò al miracolo, si fece fare un’intervista che ritenni disgustosa a fianco della sua velina bionda incapace di invecchiare mentre saliva su un aereo che lo riportava a casa. Io non dissi nulla. Tornai a nascondermi nel buio del grande cassetto che avevo in cucina. Era un cassetto molto grande, serviva per contenere pentole e piatti, ma erano anni che le pentole e i piatti albergavano comodamente in scatole di cartone sfondate perché il cassetto doveva svolgere la sua importante funzione di nascondiglio. Era la stessa condizione in cui vertevano armadi di ogni genere. Ogni oggetto in casa mia ingombrava le stanze e i corridoi dentro a scatoloni spessi, troppo piccoli per contenere tutto, perché gli armadi e i cassetti, le cassapanche e tutte quelle cose con le ante dovevano proteggermi. I miei mobili mi volevano bene, però, e mi continuavano ad abbracciare nonostante li avessi snaturati e privati dei loro ruoli fondamentali perché li avevo resi una famiglia.  Rimasi nel cassetto per due giorni, forse, non dormii e non pensai, fissai il nero davanti a me e davanti a me fissai le immagini di quei quindici anni che pazientemente ogni giorno avevo collezionato e pensai che ci si abitua tanto al dolore, che quando finisce fa paura la sua fine e non riesci a lasciarlo andare. Fa paura uscire dal cassetto perché il cassetto è il luogo sicuro dove nulla può raggiungerti tranne i fantasmi che tu stessa accetti di far entrare e fa paura la felicità o anche solo la possibilità della felicità perché è facile che ti sfugga di mano all’improvviso, come aveva fatto Lei. Quindi rimasi nel cassetto per quei due giorni e quando mi decisi a uscire fuori, era perché qualcuno bussava insistentemente alla mia porta da ore, non le ho contate ma dovevano essere davvero molte ore perché dalla finestra intravedevo il camion dei pompieri, forse erano lì lì per buttare giù la porta. Il pensiero mi fece divertire. Andai ad aprire e c’era la solita folla di giornalisti, ma erano gli sciacalli e non quelli buoni, c’erano alcuni signori e, in lontananza, mio marito. È ingrassato, pensai, ma mi fece divertire anche vedere la sua mano stretta a quella della donna bionda. Ci misi un po’ a focalizzare l’immagine di una ragazzina di vent’anni davanti a me, mi dissero che era Lei ma io non la riconobbi. Non era Lei, non era quella che nella mia mente mi ero figurata al buio nel corso di quei quindici anni, non era nessuno, solo una ragazza qualsiasi nei cui capillari scorreva il mio sangue. Mi chiesero, non vuole abbracciare sua figlia?

Risposi: non la conosco.

Chiusi la porta dietro di me e tornai nel cassetto. Nessuno mi venne a cercare.


Erica Cassano ha 22 anni e studia lettere moderne a Napoli, dove si sta specializzando in filologia moderna, arricchendo il suo percorso con studi di sceneggiatura cinematografica. La scrittura è una delle sue più grandi passioni.

Redazione

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