La palestra dell’“E SE?” in “Storie che si biforcano” di Dario De Marco

Storie che si biforcano, Dario De Marco
Wojtek Edizioni, 2021

Omnis determinatio est negatio?

Una palestra. Questo ho pensato al termine della lettura del primo racconto presente nella raccolta Storie che si biforcano di Dario De Marco, edito da Wojtek. Una palestra in cui l’esercizio cui siamo invitati – quasi costretti, a dirla tutta – è l’“e se?”.

Ci hanno insegnato a non farlo mai con la Storia… ma cosa accade se l’“e se?” si applica alle storie, quelle con la “s” minuscola, sì, ma che in un modo o nell’altro fluiscono in quella grande, universale e ne influenzano il dispiegarsi?

Nella descrizione del testo sono presenti le indicazioni; 21 coppie di racconti: leggi il primo, capovolgi il libro e scopri quello parallelo, oppure volti pagina e passi alla storia successiva. La possibilità di questa scelta è ricordata con appositi segni al termine di ogni narrazione.

Attenzione però: l’unico elemento che si capovolge è il libro, in senso stretto, materiale. I racconti al suo interno, invece, non vengono mai rovesciati: si tratta piuttosto di alternative, eventualità e mondi lontani migliaia di anni luce, universi e stili linguistici, oppure, di situazioni distanziate solo da qualche secondo e un paio di confini nazionali.

Non è facile imbastire una struttura narrativa simile e lasciare un segno anche a livello contenutistico: il sensazionalismo e la genialità della forma rischiano di inghiottire o marginalizzare i contenuti. De Marco invece, con questo testo, riesce ad emergere sotto entrambi i punti di vista.

L’autore costruisce mondi possibili e non solo. Gli stati di cose mutano al mutare di un lemma o di una cifra: l’amore diventa guerra, il paradiso si rivela inferno, la biografia di Maria Antonietta si vede intrecciata a quella di Ottaviano Augusto, o ancora, un distinto professore sospettato di essere un ribelle finisce per diventare complice di un sistema dispotico, e uno zelante giovanotto che vuole girare il mondo non sa che troverà – o correrà verso – la morte.

Una simile lettura causa le vertigini, un po’ per le giravolte cui viene continuamente sottoposto il libro (se, come me, non si riesce a passare alla storia successiva senza conoscere la versione parallela di quella appena letta), un po’ per i temi, le scelte lessicali, le epoche che scorrono sotto agli occhi: dalle Termopili a Hiroshima, dal linguaggio vetusto – e un po’ demodé – del 1922 a una lettera del 2048. Si parla di guerra, di Storia e di storie, di anarchia e omertà, e addirittura trova spazio anche una zona D-istopica.

Una giostra che stordisce, da cui però non si vuole scendere, ed anzi, si spera che questo giro del giorno in 21 mondi, detta con Cortazar, non finisca mai!

La sensazione, oltre alla vertigine, è quella di trovarsi al cospetto di un troubadour stanco di recitare la solita filastrocca: ripete, ripete, ripete, e ad un certo punto, preso dal lavorio della sua immaginazione, si distacca dalla rigida metrica della canzone che è uso a riportare, inserisce un dettaglio che scombina tutto e si trova a dover concepire un intreccio alternativo.

Una volta compresa la dinamica del libro, ossia la ripetizione di una parte di racconto fino all’inserimento di una modifica che svolta la storia, lo sforzo immaginativo si mette all’opera anche nel lettore: appena terminata la lettura del primo testo, infatti, l’attenzione si acuisce e subentra una sorta di smania – o almeno così è stato per chi scrive – di scovare e prevedere il dettaglio che varierà lo stato di cose nel secondo racconto della coppia. In più, prima, durante o dopo la lettura, ci si chiede quale piega avrebbe preso la narrazione se a cambiare fosse stato un elemento diverso. In questo modo i mondi possibili costruiti dall’autore si intrecciano a quelli immaginati dai lettori, e si crea un multiverso di situazioni, epoche, personaggi.

A un livello più profondo, la raccolta si presenta come un invito ad entrare in quel bosco di “se” che l’autore ha accuratamente costruito per noi; un bosco in cui i “sentieri si biforcano” e noi – a differenza che nella vita, quella vera, in cui è prevista la recisione (o la de-cisione) dei percorsi alternativi a quello che si è scelto – possiamo esplorarli tutti e vedere dove conducono.

Tornando all’idea di palestra: De Marco con questa raccolta insegna che la soluzione non è mai una; no, nemmeno nella Storia, quella grande massa di eventi che viene spesso considerata alla stregua di un monolite. È necessario, però, esporsi al rischio della confusione e dello smarrimento per vedere quali altre eventualità esistono, o quali ancora non esistono, e attendono solo di essere ideate.

Credo che Storie che si biforcano si allinei perfettamente con l’intento della rivista che ospita questa recensione: Quaerere. Una ricerca e un cammino mai sazi, anzi – rimanendo in un lessico di agostiniana memoria – insaziabilmente sazi, che aprano sempre nuove finestre sul possibile e – perché no? – anche sull’impossibile.

Marina Messeri

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