Santi Numi: recensione del nuovo libro di racconti di Jacopo Masini

Jacopo Masini, Santi Numi
Exorma edizioni, 2021

Chi sono i santi? Sono quegli esseri con il cerchietto in testa (altresì chiamata aureola) provvisti di ali, che appaiono in sogni e in visioni sfocate? Oppure sono figure che stanno fra di noi, che non vediamo ma di cui avvertiamo la presenza?

Ognuno può avere la propria visione, ma certamente quella di Jacopo Masini, scrittore parmigiano con diversi libri all’attivo, è estremamente particolare. Nel suo nuovo libro, “Santi Numi” in uscita con Exorma edizioni, dipinge un’umanità bizzarra, allegra e alle prese con situazioni apparentemente ordinarie, ma che in un lampo diventano straordinarie.

Ci troviamo di fronte a rospi giganteschi che mangiano teste, cene in trattoria che sfociano nel sangue, coppie che pur non sfiorandosi da diverso tempo vengono “benedette” da un concepimento inaspettato. Questi sono solo alcuni dei racconti brevi ( a volte brevissimi) che vanno a comporre questo piccolo gioiello letterario.  

Jacopo Masini crea un proprio stile, sempre divertente, moderno e a tratti grottesco. La sua prosa è fluida,  ogni racconto, anche se composto da poche pagine, è un distillato di mondi e di personaggi. Non manca l’amore da parte dell’autore nei confronti della sua città, Parma, e più in generale della cultura emiliana,  che Masini omaggia continuamente non solo attraverso i dialoghi, alcuni dei quali scritti in dialetto, ma anche descrivendo gli usi e i costumi tipici della regione.

Le storie sono molte: vicende perennemente in bilico tra la tragedia e la commedia, tra il visionario e il fantastico. L’abilità di Masini traspare nitidamente e riesce a condensare in storie brevi dei generi differenti, ma anche a delineare caratteri e psicologie di personaggi attraverso poche righe, senza mai essere stucchevole. La sua scrittura non si perde in virtuosismi, è asciutta e diretta, trasporta il lettore in una serie di situazioni surreali e spassose, accompagnandolo a piccoli passi o a volte a grandi balzi nel mondo che racconta.  

Santi Numi” riesce a intrattenere e anche a commuovere attraverso le sue sfumature, è un’opera che come il libro precedente di Masini “Polpette”, uscito l’anno scorso per Del Vecchio editore, si può leggere ovunque, un compagno a cui rivolgersi in qualunque momento per sfuggire alle difficoltà del mondo che spesso, come dice lo scrittore in uno dei racconti, “può essere un posto di merda”.

Di seguito, alcune domande rivolte all’autore, che ringraziamo per la sua disponibilità.


Iniziamo con una domanda classica: Santi Numi è un libro di racconti che esce ora per Exorma. Quando hai cominciato a pensare a questo progetto e quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

La domanda è classica, ma la risposta non lo so. Nel senso che la prima volta che ho pensato a questo libro è stato diciotto anni fa, alla fine dei miei due anni alla Scuola Holden. All’epoca ogni studente concludeva i due anni con una prova d’autore, che poteva essere una sceneggiatura, un romanzo, un radiodramma, o un altro progetto narrativo, e io scelsi di scrivere dei racconti. Ognuno di noi poteva scegliersi anche un tutor, qualcuno che ci seguisse mentre lavoravamo alla nostra prova, e io chiesi di contattare Ermanno Cavazzoni per chiedergli se potesse darmi una mano. Accettò e gli dissi che avevo in mente di scrivere una serie di racconti ispirati a santi, profeti e beati della nostra tradizione. L’idea gli era piaciuta, ma io, all’epoca, mi sono reso conto subito che non sapevo come maneggiarla. Quindi è rimasta diciotto anni in incubazione e il libro l’ho scritto solo quest’anno, quando ne ho parlato con Maura e Orfeo di Exòrma. L’idea è piaciuta anche a loro e in cinque mesi circa ho scritto tutto.

Santi Numi esce a distanza di un anno da un altro titolo che porta la tua firma :“Polpette” un volume composto da diverse microstorie. Leggendo alcuni racconti estremamente brevi di “Santi Numi” ho avuto l’impressione di trovarmi davanti al fratello maggiore, o minore se vuoi. Era tua intenzione scrivere qualcosa che assomigliasse alla tua opera precedente oppure volevi fare qualcosa di completamente diverso?

Allora, credo che la parentela tra i due libri consista soprattutto in un certo andamento della voce e del tono con cui sono raccontate le storie. E in una propensione alla concisione, che prende spunto dal modo in cui vengono raccontate le storie a voce, cioè senza dilungarsi troppo su particolari accessori. Concedendo magari spazio alle divagazioni, ma quasi mai agli abbellimenti. Quindi, dal mio punto di vista, Santi numi, pur essendo un libro molto diverso, è il fratello maggiore di Polpette. È un compimento, in un certo senso.

Si dice che i libri di racconti siano opere di nicchia, libri che vengono letti da un numero limitato di persone. Eppure il mercato editoriale propone alcuni titoli davvero interessanti.

pensi che questo libro possa in qualche modo abbattere quella barriera di pregiudizio che c’è nei  confronti dei libri di racconti?

Questa faccenda è curiosa, lo penso da anni. Curiosa soprattutto per noi italiani, perché se c’è un genere tipicamente nostro è proprio il racconto. Ce lo siamo inventati noi, in un certo senso, con la tradizione novellistica rinascimentale prima di tutto. Quindi non so se davvero le persone non abbiano voglia di leggere racconti o sia una specie di profezia che si autoavvera dell’editoria italiana. Secondo me i racconti sono una forma magnifica di narrazione, che porta via anche poco tempo al lettore. Quindi, se la barriera c’è, spero che Santi numi la abbatta.

La tua scrittura è limpida, squisitamente moderna. Leggendo mi è sembrato di intuire una certa propensione al minimalismo di Carver, ma anche alla volontà di mescolare diversi generi ma soprattutto forme di narrazione. In questo testo ho ritrovato il meccanismo a orologeria della sceneggiatura e il gusto per il dialogo da sketch teatrale o anche televisivo. Penso che questi racconti, letti su un palco possano funzionare benissimo.

Ti piace ibridare le diverse forme di racconto, oppure è solo un viaggio mentale che mi sono fatto io?

Mi piace moltissimo mescolare stati d’animo, generi e spunti. Passare dalla commedia all’orrore, o da situazioni surreali ad altre più sentimentali in poco spazio. Penso sia esattamente quello che accade continuamente a noi esseri umani qui sulla Terra: passiamo in un attimo dalla gioia allo sconforto, o dall’orrore all’amore, o viceversa. E amo anche i meccanismi della comicità e della drammaturgia teatrale o cinematografica, perché sono degli ottimi strumenti per inventare. Quanto a Carver, amo molto il fatto che nei suoi racconti ci siano pochi fronzoli, ma il senso di minaccia che si avverte nelle cose che ha scritto e quella specie di sconforto che li pervade sono molto lontani dalle cose che scrivo io, credo.

Oltre a leggere tanto, quali sono secondo te le cose che un aspirante scrittore deve assolutamente fare?

Scrivere. Dico sul serio: mettersi lì e scrivere. Finché uno non scrive non sa quel che vuole raccontare. Lo scopriamo solo dopo aver scritto. Quindi, scrivere.

Jacopo Zonca

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