Il prodotto giusto per la sua anima

— Oggi è il suo ultimo ingresso — dice il portiere.

— Buongiorno a lei — dice Edgard.

— Come pensa di festeggiare?

— …

— Non importa. Può tenerlo, il badge, come ricordo. O buttarlo. Veda lei.

— Buttarlo?

— Ascolti, non si offenda, ma è evidente che sia arrivato il momento. Si diverta, vecchio mio, in pensione.

— Ma come, non viene? — sorride Edgard.

— Almeno l’umorismo le è rimasto…

— Ce ne fossero di uomini come lui — pensa il giovane Tucson, fissandogli le cuciture del cappotto, in coda sulla scala mobile — Edgard ha fatto della carriera la sua vita.

— Sembra troppo vecchio per andare in pensione — pensa invece Yezmeralda, tre gradini più in alto.

— Si svegliasse freddo — dice Wilbur, che stava semplicemente parlando dei fatti suoi al telefono in orario di lavoro. Del resto era famoso per essere un coglione, Wilbur, mica uno capace di leggere nel pensiero.

La nuova direzione della Grande Fabbrica Kleinz aveva riconfermato per Edgard l’assegnazione di un ufficio ad uso personale al terzultimo piano – questo nonostante nessuno tranne il Direttore sapesse con certezza di cosa si occupasse. Dal suo primo giorno in quella stanza erano passati trentasei anni e la macchina da scrivere era stata rimpiazzata da uno schermo e una tastiera, e così come l’armadietto era rimasto vuoto anche i quaderni sulla scrivania avevano solo fogli bianchi. Non vi erano poi traccia né di penne né di matite, e nemmeno portapenne o portamatite.

Sembrava l’ufficio di un fantasma in ferie.

— È permesso?

— Prego — dice Edgard.

— Mi scusi il disturbo, signor Edgard — dice Yezmeralda, bloccandosi sull’uscio — Ma il signor Direttore mi ha chiesto di convocarla per le cinque.

— Ci mancherebbe.

— Arrivederci.

Recarsi al lavoro, scomparire dal resto della vita per il tempo necessario e tornare a casa. Queste le sue giornate. Talmente identiche da pensare, perché qualcuno potrebbe farlo, che per un uomo talmente metodico timbrare l’ultimo cartellino rappresenti un gesto insignificante – così come si potrebbe pensare che una Balaenoptera physalus possa germogliare ciliegie sul dorso, ma sarebbero, entrambe, credenze sbagliate dalla radice al frutto.

— Aspettavo questo momento da tanto Edgard — dice il Direttore.

— Cosa posso dire…

—Sono felice di ritrovarmi di fronte a lei. Anche se il mio caro padre l’ha assunta più di trent’anni fa e da allora, ogni volta che mi tornava in mente, forse non ho fatto che temerlo questo giorno.

— Suo padre è stato un grand’uomo.

— Mi fa piacere che la pensi così. Del resto è stato lui ad assumerla…

— Rendo grazie a suo padre, signor Direttore, per ogni cosa della mia vita. Compresa la mia famiglia.

— E io ringrazio lei, Edgard, per il suo lavoro. Non è da tutti accettare un incarico del genere.

— Ognuno fa quel che può. O deve, insomma.

— E lei lo ha fatto volentieri?

— A tratti — ammette Edgard, serrando la mandibola — A tratti, signor Direttore. Del resto suo padre mi aveva avvertito che sarebbe andata a finire così, che a volte avrei odiato il mio incarico. Ovviamente all’inizio non gli ho creduto. Poi, come sempre o quasi, suo padre ha dimostrato di avere ragione.

— Si figuri Edgard, è più che comprensibile. La Grande Fabbrica Kleinz conta tremilaquattrocentodue dipendenti. Ma nessuno di essi è unico. Soltanto lei.

— Ho votato la vita al mio incarico. Tutto qui. E non lo dico di certo per vantarmi.

— E questo le fa onore — conviene il Direttore — Vogliamo quindi arrivare al dunque?

— Io, vede… non ci sono riuscito.

— In che senso Edgard — risponde il Direttore, — Che genere di sciocchezze va dicendo? Ho ricevuto ogni sua consegna.

— Certo signor Direttore. Ogni giorno, per tutti questi anni, sono venuto qui, nella Grande Fabbrica Kleinz, a sedermi dietro la mia scrivania. Il patto era che impiegassi la giornata come meglio credevo e sa, sono un uomo in fin dei conti noioso…

— Veloce, Edgard.

— Mi scusi. Dicevo che per più di trent’anni non ho mai mancato una consegna. E che il tempo in ufficio non l’ho mai utilizzato per passatempi bizzarri, nonostante avrei potuto, lo sa bene, avrei potuto concedermi chissà quali stranezze. E invece… Suo padre mi aveva chiesto di riflettere, ogni giorno, e prima di andarmene scrivere una pagina per lei. Una soltanto. Ma farlo per lei. In questo modo, diceva suo padre…

— E allora non capisco, Edgard, si spieghi. Cosa non è riuscito a fare?

— Vede, signor Direttore, suo padre si sbagliava.

— E perché mai?

— Vede, perlopiù ho copiato. Senza ritegno. Ma non è questo il punto. Ho copiato come copiano tutti, rifacendomi a cose che conoscevo. Ispirazione concreta la chiamo. Il fatto è che suo padre mi aveva affidato anche un altro compito. Un compito segreto, o meglio, una sorpresa per lei.

Il Direttore a questo punto sorride con le lacrime agli occhi, e abbandonatosi a un sospiro sgonfia il costato di tutta quell’aria contratta durante la discussione. Neanche se n’era accorto, ma lo scambio gli stava sottraendo parecchie energie. Eppure il pensiero che suo padre si fosse premurato di riservagli, dopo tutti quegli anni dalla scomparsa, un ulteriore gesto per lui…

— Vede signor Direttore, secondo suo padre avrei dovuto, nel mio ultimo giorno, scriverle qualcosa di particolare. Questo, sosteneva, sarebbe stato il motivo di tutto. Tutto ciò che scriverai sarà in funzione dell’ultima frase, la ragione di tutto. Mi sembra di sentirlo. E glielo ripeto signor Direttore, suo padre era grand’uomo. Ma di scrivere non ne capiva nulla. Era un grand’uomo e basta. Che idealismo era quello? Roba per grandi uomini d’altri tempi, lasci che glielo dica.

— Mi stia a sentire, Edgard…

— Si fermi. Il fatto è che io e lei siamo molto diversi. Lei ha avuto ogni cosa fin dalla sua nascita. Io no. Lei non ha dovuto preoccuparsi di ciò che sarebbe stata la sua vita, perché lei sarebbe diventato il nuovo Direttore della Grande Fabbrica Kleinz. Era scontato, lo sa. E quando un giorno mio figlio diventerà di una pasta simile alla sua, dato il denaro con cui mi ha ricoperto suo padre…

— Che c’è di male in questo?

— Nulla. Ma la maggior parte delle sue ferite sono state prevenute dalla famiglia in cui è nato. Io ho dovuto, mi perdoni la banalità, leccarmele da solo. E il rischio non è stato tanto rischiare che a furia di inumidirle queste non guarissero. Il punto è che ho dovuto farlo così tante volte da consumarmi la lingua.

— EDGARD! ME LO DICA. COSA HA SCRITTO OGGI?

— Vede signor Direttore se uno per mestiere scrive, e lo fa per tanti anni, quest’uomo cambierà molte volte parere su quale sia l’aspetto più alto e più nobile, se vogliamo, di questo gesto. L’aspetto che prediligo negli ultimi tempi è difficile da spiegare. Persino da vedere. Ecco perché nel tentativo di farle capire ciò cosa intendo sono costretto a raccontarle di come quella volta, molti anni fa, mi sono rifugiato dagli scrosci di un temporale estivo varcando la soglia di una piccola libreria, appena fuori dal centro di Gran Domenica. Penso sia stata una delle ultime, una di quelle che ha provato a resistere… Comunque, mi scusi se le sembra che tutto d’un tratto stia sproloquiando, dicevo, in questa libreria mi sono imbattuto in qualcosa di buffo, un volume molto particolare: un piccolo saggio che raccoglieva delle regole per il lancio delle bolas. Io non le ho mai viste dal vivo, delle bolas, e nemmeno mi interessano le armi – medievali o moderne che siano, per me non fa alcuna differenza. Quel libro mi era sembrato interessante per via della sua storia. Appena l’ho preso in mano, estraendolo da uno scaffale, il libraio mi ha raccontato che per secoli gli abitanti dell’isola di Saqqão si sono tramandati oralmente delle massime per il lancio delle bolas in vista della stagione di caccia, che s’inaugurava nel giorno del Santo Regno. Poi un uomo ha voluto raccoglierle in forma scritta, e ne sono venute fuori settantuno regole. Parliamo del tardo 1300.

— Settantuno?

— Esatto, signor Direttore. Ma come questa perplessità si è istantaneamente palesata in lei, diciamo che persino quell’uomo ebbe le sue remore. E insieme al figlio che di mestiere faceva il soldato, riuscì a condensare gli insegnamenti in ventotto punti. E già questo è interessante, il romanticismo insito negli esseri umani: credere in un numero finito di regole atte a esprimere un’azione al massimo della sua potenzialità. Quindici princìpi per allevare cavallucci marini. Trentasei segreti per attraversare il deserto dei Gobi. Dodici regole per crescere i figli. Cinque trucchi per inspirare dal naso… ma ciò che mi ha convinto a comprare il libro sono state le ultime pagine, l’appendice, dove il maestro di bolas aveva aggiunto nove spartiti musicali. Il che è utile anche per ricordare con che cosa si compili, uno spartito, cioè con un linguaggio universale intraducibile a parole che – come la matematica – per giustificare la sua compiutezza deve essere assolutamente perfetto e oggettivo, ma – come il linguaggio – la sua esecuzione è puramente personale, relegata alla sfera più intima del musicista. Insomma, alla fine ho deciso di comprare il libro. Seduto in treno, leggo le ventotto regole per il lancio delle bolas. Pazzesche. Erano fondate su questo presupposto utopistico dell’esprimere il gesto al suo massimo potenziale. Quando ci si appresta a un lancio di questo tipo, per esempio, s’incontra il problema di come sistemare le gambe.

— In che senso, Edgard, le gambe? Si lanceranno pure con le mani, influenzerà la rotazione del braccio magari, o il polso…

— Vede, signor Direttore, anche io la pensavo come lei. I cacciatori dell’isola di Saqqão invece avevano questo cappello di cuoio che era parte della divisa ufficiale, la cui circonferenza indicava l’esatta distanza da mantenere tra le caviglie in fase di lancio. Ed ecco un altro dei ventotto punti: si stanno facendo roteare le bolas sopra la testa, e a un certo punto occorre guardare il bersaglio – perché mica lo si fa sempre, solo quando è ora… Come capirlo? Al terzo giro, mica al sesto o al settimo. Al terzo. Semplice come contare fino a tre. Poi il momento culmine arriva quando si devono staccare le dita dai lacci, ed è spiegato così dal maestro Dev’essere come uno scroscio improvviso di pioggia sopra un villaggio. Che a pensarci, è un’indicazione bellissima, da dare a qualcuno che sta lanciando per uccidere o tramortire. Ma ciò che volevo dirle signor Direttore è questo, mi perdoni se a volte divago. Nel preciso istante in cui il maestro d’armi terminò la sua opera, fissando i concetti cardine del lancio delle bolas in sole ventotto regole – compresi i sette spartiti musicali -, nell’isola di Saqqão comparve per la prima volta la polvere da sparo. E allora, da quel momento, a caccia o in battaglia che sia, tu con le bolas diventavi un perfetto cretino o meglio, un tizio molto elegante, ma inutile. Eppure questo libricino delle ventotto regole entrò a far parte della tradizione locale, e diffidenti com’erano gli abitanti dell’isola durante il Santo Regno rimase un segreto per secoli. Il punto della questione infatti non stava nel colpire un bersaglio, imbrigliare il collo o le zampe di un canguro, una faina, un facocero… Quel preciso qualcosa su cui si fonda il manualetto, persino oggi, a sette secoli e migliaia di chilometri di distanza, si trova dentro ognuno noi. Sto parlando della capacità di studiare tutti i dettagli necessari per compiere un gesto al massimo del suo potenziale. Sono necessarie forza, determinazione, esperienza, talento e capacità di esercitare la bellezza – tutto cose che generano un’armonia.

— Sì ma non capisco…

— Cosa c’entrano le bolas con lo scrivere, signor Direttore, glielo dico subito, so che non vuole chiedermelo ma la sua espressione è più eloquente di quanto creda. Le due cose sono intimamente legate perché hanno lo stesso scopo. Ovvero imbrigliare qualcuno. Chiunque fosse il lettore, prima d’essere tale, era una preda – e lettore lo diventava se correttamente predato. Tanto che esistevano scrittori – i cacciatori più ambiziosi – che scrivevano per imbrigliare i loro simili. Ferzan Oprüptehn per esempio diceva Io scrivo per rendere impossibile agli altri farlo – cosa che a mio avviso gli riuscì. Ecco perché non importa dove finiranno le bolas. Ciò che conta è la preparazione, la meticolosità del gesto. Le scelte che in tutta la vita fino a quel momento si sono fatte per poterle lanciare. I dettagli.

— Continuo a non seguirla Edgard, cosa c’entra tutto questo con quello che le ha chiesto mio padre? Non nego che sia interessante, ma davvero non comprendo cosa stia inseguendo con queste sue parabole. Che diamine c’entra tutta ‘sta roba con lo scrivere una pagina al giorno per il figlio dell’uomo che l’ha assunta?

— So bene signor Direttore che quanto le chiedo è difficile. Lei ha altre dimestichezze. Prima di lavorare qui per esempio, nemmeno potevo intuire l’esistenza di tante delle cose con cui lei ha a che fare quotidianamente. Un esempio può essere il sistema di pesatura a cancellazione delle vibrazioni indotte dai sistemi industriali. Vede, in tutta la mia vita non avrei mai immaginato di sapere che le macchine automatiche tipiche delle industrie di trasformazione, possono, vibrando, falsare il risultato nella misura del peso e generare così piccole differenze nelle quantità di materia prima contenuta, per esempio, in una bustina del tè o nell’altra. Differenze che costringono l’industria a un sovradosaggio, con la funzione di salvagente sui diritti dei consumatori. E quindi che le industrie sprecassero un sacco di materia prima e il sistema di pesatura Kleinz abbia risolto questa problematica… In ogni caso lei, signor Direttore ha una mente molto concreta. Tenga presente che sta parlando con qualcuno che le chiede di distinguere una goccia d’acqua dall’altra, all’interno di un bicchiere che forse nemmeno esiste. Non sto pretendendo di fare filosofia, chiamiamolo esercizio, ma provi a seguirmi ancora per un po’. Le farò un altro esempio. Del resto è il mio ultimo giorno di lavoro. Mi dispiacerebbe enormemente andarmene senza averle spiegato il perché del mio fallimento.

— Si figuri, proceda.

— Bene non perdiamo tempo, vada su Google. Se non le dispiace lasciarmi la tastiera… queste che vede qui sono stampe di Murasakibara. Potrebbero aiutarla a comprendere. Ciò che non si afferra con il pensiero, a volte, appare subito chiaro agli occhi di uno sguardo attento. Ecco le stampe. Vengono dallo Zaol – pieno 1700. Sono bellissime. Ma di che bellezza?

Qualcuno bussa alla porta.

— È permesso?

— Prego — dice il Direttore.

— Signor Direttore — dice Yezmeralda, bloccandosi sull’uscio — Mi scusi per il disturbo, ma stiamo per chiudere.

— Dica al portiere che ci penso io.

— Ma è sicuro, voglio dire, possiamo restare…

— Ho detto andate.

— Riprenda, Edgard.

— Eccoci qui, dicevamo… Questo signore qui, questo artista, si chiamava Murasakibara. Per farle capire la sua grandezza, faccio un esempio: è un artista che si correla a questo genere d’arte come Chestnut Squirrel sta alla pallacanestro. Era un talento di quelli virtuosi, tanto che cercando in rete è facile trovare aneddoti o dicerie sul suo conto – questo anche per via della sua arroganza. Faccio un breve esempio. Una volta venne sfidato, sì perché all’epoca i pittori tendevano a sfidarsi davanti a un pubblico, come fossero pugili. Quel giorno lo fecero davanti all’Imperatore di Zaol e, va da sé, all’esercito. E qui Akahiro, l’avversario di Murasakibara, portò un’opera alla quale aveva lavorato per sei anni. Bellissima. Tanto che quando levò la tela che l’aveva tenuta celata fino a quel momento dalle prime file dell’esercito partì un applauso che si espanse in tutta la pianura. Pensarono tutti che il maestro rivale fosse spacciato…

— E non lo fu?

— No, signor Direttore, perché quel giorno Murasakibara aveva portato con sé una tela bianca e due barattoli di colori, l’azzurro e il rosso. E un gallo. Allora intinse il pennello nel primo barattolo e senza mai staccarlo ricoprì la tela di colore; infine immerse le zampe del gallo nella vernice rossa per poi appoggiarlo, delicatamente, sopra l’azzurro. Tempo di fare tre o quattro passi sulla tela, ammesso che lo zampettare dei gallinacei possa considerarsi un passo, e l’animale se ne andò per i fatti suoi. Il titolo dell’opera? Foglie di acero rosso sulla corrente del fiume Yatsura… La vede, ora, la sua grandezza? Consideri che quando arrivarono le stampe di Murasakibara qui a Gran Domenica la gente perse il senno – o meglio, accadde a chi poteva permettersele – e per disporne, magari, di una raccolta, queste persone rinunciarono a nuovi abiti, ai viaggi in carrozza, licenziarono uno dei cuochi… Tutto per qualcosa che nemmeno capivano. La civiltà zaoliana era completamente diversa dalla nostra. Tanto che dallo Zaol arrivarono anche delle guide, allegate alle raccolte, per spiegare da che prospettiva andavano ammirate queste opere: voi occidentali, dissero, ogni volta che guardate un’opera d’arte oppure leggete un libro vi aspettate di entrare in contatto con l’assoluto. Assoluto che in genere corrisponde a una lezione, una verità nascosta. Voi occidentali cercate delle emozioni da cui trarre un qualche insegnamento. Una morale. Per noi zaoliani è diverso. E il nocciolo della questione era questa frase, che è bella come un signor lancio con le bolas, cioè che quando uno zaoliano sfoglia una raccolta di stampe lo fa per guardare una scelta di quanto ci sia, nell’universo di più raro, e di più caro nell’animo umano, forgiato con un materiale prezioso per l’unico scopo di testimoniare il gusto e l’inventiva di un maestro. Un tempo signor Direttore si leggevano libri perché cambiavano la vita, si leggevano libri perché insegnavano un sacco di cose, si leggevano libri per trovare i propri sentimenti e riconoscerli, educarli. Ma un tempo, signor Direttore, ed è questo che cerco di dirle dall’inizio, si scrivevano anche, i libri, e lo si faceva per un altro motivo: un tempo si sceglieva quanto di più raro ci fosse nell’universo, e di più caro nel nostro animo, e lo si lavorava con la mente, il cuore, gli occhi, le mani… si sceglievano con grande cura le parole, il respiro della storia, la disposizione delle informazioni, e lo si faceva semplicemente per testimoniare che cosa fossimo capaci di fare. Perché i maestri che esprimevano il loro gusto, signor Direttore, quei maestri eravamo noi. Niente più di questo. Ma niente di meno, signor Direttore, niente di meno di questo.

— Sta dicendo che mio padre l’ha assunta per questo? Semplicemente perché potessi leggere anche io, com’era abitudine nel secolo scorso?

— Sto dicendo, signor Direttore, che il motivo per cui suo padre mi ha scelto per questo compito, dandomi in cambio la possibilità di avere una casa, una famiglia… insomma, assumendomi, suo padre ha deciso di donarle ogni giorno la gioia e il privilegio di esplorare la ricomposizione di un momento raro, costruito su misura per lei e le sue esigenze. Suo padre sapeva che l’abitudine alla lettura le avrebbe in qualche modo giovato. Così quando è morto Jörhan, il suo terzo figlio, ho scritto per lei ciò che un padre vorrebbe sentirsi dire in una situazione del genere. E quando invece ha ottenuto i suoi successi, signor Direttore, io ero qui per studiarla e cercare di confezionare ogni giorno il prodotto giusto per la sua anima. Spero abbia apprezzato. Anche se, contrariamente a ciò che pensava suo padre, non vi è alcuna lezione morale in questo…

— Nessuna lezione morale — fa eco il Direttore — Ma qualcosa dovrà pur significare.

— Non lo nego — risponde Edgard — Questo proprio no.

— E se fosse…

— Signor Direttore, mi dispiace. Ma ora devo proprio andare.

— Stia bene, Edgard. E grazie, sa, per tutto questo.

— Grazie a lei.

— …

— Edgard?

— Sì?

— Non è che potrebbe stare con me per un’ultima volta?


Nicolò Locatelli è nato a Rimini nel 1993. È laureato in Filologia moderna con una tesi su Fitzpatrick Wergenbaum, ha frequentato la Scuola Holden e lavora come responsabile della comunicazione per un’azienda. 

Redazione

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