Teoria delle descrizioni definite – Un salto nella filosofia del linguaggio

Questo articolo è il primo di due articoli correlati. La seconda parte uscirà lunedì, 4 Ottobre.

Per “frase denotativa” io intendo una frase del genere delle seguenti: un uomo, qualche uomo, qualunque uomo, ogni uomo, tutti gli uomini, l’attuale re d’Inghilterra, l’attuale re di Francia, il centro di massa del sistema solare nel primo istante del XX secolo, la rivoluzione della terra intorno al sole, la rivoluzione del sole intorno alla terra. Così una frase è denotativa solamente in virtù della sua forma.[1]

Introduzione

Le descrizioni sono quelle espressioni enunciative, che possono essere definite (e allora iniziano con un articolo determinativo) o indefinite (e allora iniziano con uno indeterminativo), il cui studio è, da oltre un secolo, di fondamentale importanza per i filosofi del linguaggio. Il motivo per cui esse sono così interessanti è che la loro analisi logica corretta ha ripercussioni sostanziali sulle nostre concezioni metafisiche ed epistemologiche.[2]

Come abbiamo detto poc’anzi, le descrizioni possono essere definite o indefinite. Nel primo caso, la loro forma grammaticale è: l’F, il P, la Q – con F, P, Q che sono termini di qualunque tipo; nel secondo caso, la loro forma grammaticale è: un F, una Q.[3] Proviamo a fare degli esempi. Una descrizione definita è la seguente: “lo scrittore dell’Etica Nicomachea è greco”, o “il primo presidente nero d’America è stato il 44° della lista”, o “il cavallo di Alessandro Magno morì nella battaglia dell’Idaspe”; una indefinita è questa: “un architetto ha costruito questo palazzo”, o “un cane si sta annoiando” e così via.

Il primo filosofo che si è occupato in maniera estesa di questo tipo di espressioni è stato il britannico Bertrand Russell (1872-1970) e, infatti, la più celebre delle teorie delle descrizioni definite è proprio quella contenuta nel suo articolo, del 1905, On Denoting, pubblicato sulla prestigiosa rivista di filosofia Mind. Molti sono stati gli apporti, i commenti e i contributi a vario titolo alla teoria, da Schiffer (2005) che la ritiene la teoria, ormai centenaria, oggi dominante in materia di descrizioni definite, a Lambert (1990) o Landini (2002) che ne offrono una ricostruzione dettagliata e precisa, fino addirittura a Neale (1990) che ne propone un’estensione e un’apologia. D’altronde, già i contemporanei di Russell si resero conto della formidabile fecondità di siffatta teoria; fra tutti fu A. J. Ayer (1936) a reputarla un modello di analisi filosofica, mentre F. P. Ramsey (1931) addirittura la definì il “paradigma della filosofia”. Non tutti i filosofi a lui coevi furono, però, concordi con quanto Russell sosteneva. Pensiamo, a tal proposito, a P. Geach (1950), che ritenne l’analisi di Russell di descrizioni con soggetto inesistente altamente defettiva, o a S. Hallden (1948), che criticò l’analisi di Russell sull’identità.

In questo articolo, ci occuperemo della teoria delle descrizioni definite dividendola in due paragrafi distinti: nel primo esporremo l’analisi russelliana intorno alla forma logica delle descrizioni, mentre nel secondo saranno messi in luce i benefici teorici garantiti da una analisi di tal fatta.

La teoria delle descrizioni definite di Russell.

Per Russell l’analisi logica delle proposizioni, e in particolare delle descrizioni definite, facendo uso della logica predicativa del primo ordine, ha per fine la chiarificazione delle nostre intuizioni pre-teoretiche, dell’uso che facciamo del nostro linguaggio naturale, nonché di evidenziare, chiarire e rendere esplicite le nostre assunzioni ontologiche nascoste nella struttura formale del linguaggio.[4] Il verbo ‘essere’, per esempio, ha varie funzioni – non troppo diversamente da Russell, Aristotele diceva che l’ente si dice in molti modi[5] – e queste funzioni, che nel linguaggio naturale vengono tutte espresse nello stesso modo, cioè coniugando il tempo verbale, vengono invece distinte in logica formale in almeno tre modi. L’essere, infatti, si dice in (almeno) un senso predicativo, in uno identitario e in uno esistenziale. Consideriamo le seguenti espressioni:

  1. Platone è un filosofo.
  2. Platone è Aristocle.
  3. Platone è.

Nella prima frase, viene usato l’essere in senso predicativo: si attribuisce una proprietà a un soggetto; nella seconda frase, l’essere è usato in senso identitario (il vero nome di Platone, infatti, era Aristocle e si afferma l’identità fra questi due nomi); infine, nella terza frase si afferma l’esistenza di un uomo che è Platone. Nel linguaggio naturale tutti questi tre sensi vengono appiattiti sintatticamente ricorrendo al termine “è”. La logica contemporanea, però, deve disambiguare i vari significati affinché non vi sia possibilità di confusione. Si usano, quindi, i seguenti simboli: stia “p” per Platone, “F” per filosofo, “a” per Aristocle, allora le traduzioni formali equivalenti dei tre sensi del verbo essere saranno rispettivamente:

1. F(p).
2. p = a.
3. \exists p

Come si può vedere in questi ultimi casi, nessuna delle frasi ha la stessa forma sintattica delle altre. Questo significa che alcune frasi avranno un certo importo ontologico (per esempio qualche ente esisterà o meno), mentre altre no. Distinguere questo importo ci permette di argomentare in modo rigoroso e chiarire i nostri concetti, preservando la validità dei ragionamenti.

Russell, pertanto, vuole rendere esplicita la forma logica delle descrizioni. Quelle indefinite, la cui struttura logica è del tipo “un F è G”, hanno forma:

\exists x(Fx\ &\ Gx)

che si legge “esiste qualcosa che è F e che è G”. Espressioni come “un cane si annoia” si traducono in “esiste qualcosa che è un cane e che si annoia”. Questo tipo di proposizioni non è granché problematico dal punto di vista teoretico. Più complessa, invece, è la traduzione di espressioni che sono descrizioni definite come “il fondatore del Liceo è filosofo”, la cui forma può essere astratta come: “l’F è G”. Queste frasi si traducono come segue:

\exists x(Fx\ &\ \forall y\left(Fx\rightarrow y=x\right)\rightarrow Gx)

Questa formalizzazione si legge: “esiste un qualche x tale che se x è F congiuntamente a ogni altra cosa y, tale che se y è F allora y è identica a x, allora x è G”.[6] Questo è un modo molto tecnico e piuttosto pomposo per dire che una descrizione definita deve soddisfare tutte le seguenti condizioni per potersi ritenere effettiva:

  1. C’è qualcosa che è F [criterio d’esistenza].
  2. Al massimo una sola cosa è F [criterio di unicità].
  3. Ogni cosa che è F è G [criterio di massimalità].[7], [8]

In altre parole, per Russell le descrizioni hanno una funzione quantificazionale – perché ogni descrizione viene espressa tramite un reciproco rimando di quantificatori esistenziale prima e universale poi – che ci permette di individuare un certo oggetto restringendo il campo d’applicazione del quantificatore “esiste” innestando entro il suo range il quantificatore “per ogni”.

Consideriamo la proposizione: “Bruce Wayne è Batman”. Intuitivamente, il nome “Bruce Wayne” può essere considerato un’abbreviazione per una descrizione definitiva che è lecito rendere come “il figlio di Thomas Wayne”.[9] Sostituendo, otteniamo la frase:

  • Il figlio di Thomas Wayne è Batman.

Questa descrizione, che ha ancora per riferimento Bruce Wayne, è analizzata nella teoria di Russell come una congiunzione che esprime tre enunciati distinti:

  • Esiste x, tale che x è il figlio di Thomas Wayne.
  • Per ogni y, se y è il figlio di Thomas Wayne allora y è identico a x.
  • Se x è il figlio di Thomas Wayne, allora x è Batman.

Secondo la teoria, dunque, quando proferiamo un enunciato della forma “l’F è G” stiamo, in realtà, enunciando una congiunzione di almeno tre enunciati, che contempla almeno tre sensi del verbo essere: uno esistenziale, uno identitario e uno predicativo.

 Se l’analisi di Russell è corretta, allora la teoria delle descrizioni definite può, e deve, rispondere a tre problemi filosofici: uno logico-semantico, uno epistemologico e uno metafisico.[10]


[1] Russell 1905, p. 479; traduzione mia qui e in avanti.

[2] Ludlow 2021, cap. 1.

[3] Ibidem.

[4] Irvine 2021, cap. 4.

[5] Aristotele, Metafisica, libro V, 1017a8-b9.

[6] Russell 1905, pp. 481-482.

[7] Ivi, p. 481.

[8] Ludlow 2021, cap. 2. Il criterio d’esistenza assicura che si stia parlando di qualcosa che è vero; quello di unicità che la descrizione denoti esattamente un solo oggetto, cioè un oggetto specifico; quello di massimalità che nessun’altro oggetto è quello di cui stiamo parlando. Si noti che l’analisi di Russell è una sorta di ricetta per tradurre ogni tipo di descrizione definita.

[9] Si veda, per un’introduzione alla teoria descrittivista dei nomi propri, Ludlow 2021, cap. 4.1.

[10] Russell 1905, p. 482.

Matteo Orilia

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