L’alba nell’acqua

“Non berne così tanta. Mettila via. Dobbiamo essere cauti.”

“Credi che moriremo?”

“Non dire sciocchezze. Noi non moriremo, non oggi.”

“Allora domani, o dopodomani o fra qualche giorno, oppure la prossima volta che ti verrà un’altra brillante idea.”

“Basta! Smetti di bere.”

“Certo. Non fare questo, non fare quello. Pensa a quello che hai fatto tu! Ridammi la bottiglia, ho ancora sete.”

“Non berremo più fino a domattina.”

“Perché dovrei privarmi ora dell’acqua? Ne voglio bere finché voglio. Non esiste il tempo che tu pretendi ci salvi.”

“Lo so che hai più paura che fame. Credi che io non provi spavento per quello che ci accadrà se non ci troveranno? Dobbiamo sopravvivere con quello che abbiamo, domani andremo ad Ovest, anche se è la parte meno frequentata di certo verranno lì a cercarci.”

“Come fai a portarmi nella parte Ovest se ci siamo persi? Tu non sai dove siamo!”

“Ragiona, voglio salvarti. Se tu non mi vorrai più dopo lo capirò. Davvero.”

“Su che cosa dovrei ragionare?”

“Su ciò che ci sta succedendo.”

“Ecco: il pomeriggio alto non lascia l’ombra alle cose. Siamo qui da sei giorni, sei stato tu a proporre di vedere gli spazi incontaminati, la terra deserta. E qui ce n’è molta. Siamo stati avventati, idioti a cercare un luogo inarrivabile per chi ci starà cercando.”

“Abbiamo cibo per un altro giorno, poi resteranno le forze dell’anima a guardarci deperire. Stai impazzendo? Sei furiosa?”

“Mi sono disinnamorata di ogni cosa. La verità della mia esistenza è finita fagocitata dai gradi di questa savana, trentotto gradi capaci di discutere con l’attrattività della vita. Credi che saremo lucidi fino all’ultimo respiro? Quell’acqua ci salverà domattina? O è meglio berla nel pomeriggio. Sì, quando torneranno questi gradi così critici.”

“Stai delirando. Noi sopravvivremo. Te lo prometto. Andremo a casa e racconteremo di questa odissea, ricorderemo la disperazione di quando ci siamo resi conto di esserci persi e dell’essere stati così avventati. Andremo ad Ovest domani e tra qualche giorno saremo nelle nostre case. Comunque resteremo segnati. Se provi questo non puoi più tornare. Perdonami!”

“Avanti, dammi quell’acqua e ti perdono. Se devo morire voglio farlo in fretta, non più razionando né ragionando. Voglio morire come un animale, senza drammi. Esattamente gettata a terra e dimenticata, al massimo spostata su un lato della strada, con l’indifferenza del resto delle cose che mi passano accanto. Mi ha sempre fatto ribrezzo il modo in cui vengono ignorati. La morte sta lì a manifestarsi e noi crediamo che solamente la nostra fine sia l’espressione suprema del delitto alla vita.”

“Nessuna razza piange per un’altra. Anche fra gli animali succede. Si mantengono le distanze.”

“Perché ogni cosa creata è differente? Non potevamo essere la stessa temperatura di questo giorno o la stessa confusa strada che abbiamo perduto o meglio il cerchio che stiamo tracciando alla cieca per ritrovarla?” 

“Tu deliri.”

“No, non penso. Che cosa dovremmo fare in questi ultimi giorni?”

“Non saranno i nostri ultimi giorni.”

“Immagina che tutto questo possa essere visto dalla massa. Cosa si aspetterebbero da noi?”

“Vorrebbero vederci salvi.”

“Dovremmo intrattenerli prima. Loro vorrebbero che io usassi questa tua colpa infame per mettermi contro di te. Si nutrirebbero del nostro effettivo distacco. Tu da una parte e io dall’altra. Prima della rottura ci scanniamo le carni e ognuno per la sua strada.”

“Io e te non ci separeremo. È follia. Se trovassero uno dei due l’altro sarebbe perduto.”

“Lasciami finire. Allora, siamo distanti, malmessi. Odiamo l’idea di esserci perduti in un parco infinito. Io ho bevuto l’ultimo sorso di acqua, tu sei alla ricerca dell’Ovest. Impazziti all’idea che la morte potrebbe sopraggiungere. Da così giovani e per lo stupido tentativo di cercare una via alternativa, fare un percorso insolito. Chi dei due terrebbe il fucile? Tu, perché io non so usarlo.”

“Che cosa faresti sola?”

“Brancolerei come un’inetta, perché saprei di non avere più un futuro. Noi ora lo sappiamo.”

“Avremo il futuro e ce ne pentiremo a volte, ma non è niente rispetto al sapere di non averlo.”

“Se mi sarà dato di averne un altro giuro che conquisterò la gioia con gli stessi requisiti dati ad una pazza. Sarò incapace di pensare, amorale ed eccitata. Se noi vivremo ci dimenticheremo l’uno dell’altra e io viaggerò, forse prenderò ancora una strada fatale, ma santo demonio io vivrò ancora oltre questa desolazione! Sarò di nuovo a casa, abbraccerò altra gente oltre te, dirò ciò che voglio, mi interesserò di ogni sciocchezza, imparerò delle cose, userò il mio corpo, a più non posso, la mia voce, fino a svenire.”

“Intendi lasciarmi?”

“Ma certo. Mi porti qui, ci lavori da poco tempo e ti fingi grande conoscitore della riserva. Credevi di essere originale? Ci sei riuscito. Ora guardano te, disperso dall’altra parte. Che cosa faresti?”

“Verrei a cercarti.”

“Metti da parte il tuo senso di colpa. Che cosa daresti al grande pubblico? Tu più di me potresti dare spettacolo. Cacciare animali, metterti a sparare senza sosta con la speranza che qualcuno ti senta, masturbarti.”

“Quello non vorrebbero vederlo.”

“Oh, credo che vorrebbero sapere che cosa abbiamo fatto qui in questi sei giorni. Non sapere come ci siamo persi, se ti ho odiato subito, come abbiamo usato il cibo che avevamo con noi, se abbiamo ancora addosso gli stessi abiti. Loro vorrebbero sapere quell’altra cosa.”

“Troppo spaventati all’inizio e troppo fiacchi e maleodoranti ora. Potrebbero pensarla così.”

“Di certo non glielo racconteremo. Ma vedere te che ti masturbi sarebbe altro. Come un vecchio che tocca una giovane, balzare verso la vita che fugge via.”

“Le farei di nascosto quelle cose. Però una cosa per loro vorrei farla.”

“Che cosa? Ti prego dammi l’acqua, mi sento impazzire.”

“No, ascolta. Io descriverei questo posto, sarei le scritte per i sordomuti e la voce per i non vedenti.”

“E come lo descriveresti?”

“Bassi e roventi gli alberi d’ago tremolano piantati nell’afa ingorda. E vanno con la scia di piante vili alle pietre ammassate a creare rocce pari. È l’erba a mostrare il sistema arido, ma non morto, ancora vivo nel rogo dell’aria di brace.”

“Non serve l’elogio alla natura. I sordomuti possono vederla e i ciechi toccando ogni cosa se la immaginano meravigliosa. Dovresti descrivere il dramma umano.”

“Lasciamo la foga di voler sopravvivere nella marcia alle rupi lisce. Guardare le nuvole correre veloci rende inermi. Non hanno bisogno di una direzione. Dovunque sia la luce ora restiamo nascosti fra i massi alla ricerca della loro ombra, lontani dagli alberi nani che bruciano alle temperature morbose.”

“Quanti giorni sono?”

“Otto.”

“Ora sei convinto che moriremo?”

“Sì. Non ce la faremo. C’è stata un’alba una volta. Talmente epica…”

“In quale giorno?”

“Non ricordo, ma c’era ancora l’acqua. Quell’alba nell’acqua, rendeva rigogliosa ogni cosa, era l’incanto venuto e tornato alla verità del nulla.”

“Perchè non me l’hai mostrata?”

“Tu farneticavi con la voglia di sopravvivere, era impossibile farti notare la bellezza.”

“È incredibile come si possa cambiare in così poco tempo. Prima di venire qui ho urlato a mia madre qualcosa che non ricordo, le ho impedito di darmi un bacio e sono uscita sbattendo la porta. Per questo non si conosce il giorno della propria morte. Diventeremmo persone straordinarie con tale consapevolezza. Lassù ci deve essere qualcosa che ci vuole vedere vili ed egoisti. Ora non riesco a lasciar andare la tua mano.”

“Ci staranno cercando. Credi che si abitueranno alla nostra perdita?”

“Sì, si adegueranno.”

“Ti adegui alle persone che ti crescono, al posto che ti ospita, alle regole che ti guidano, agli altri che ti osservano. È la gravità che ci fa essere persone responsabili? Volare significa compiere assurdità? Librarsi là dove non esistono costrizioni.”

“Entrare in un parco. Credersi onnipotenti. Non ci accadrà nulla, ci attende un tragitto spettacolare. Poi venire a sapere dalla terra dell’inesistenza di vie di scampo.”

“Ecco altri giorni passare, perdono significato, come ogni cosa là fuori riprodotta all’infinito. Siamo fortunati a dover morire qui. Il mondo è ingiusto e perverso, retto da equilibri di soggezione, non dà possibilità di assuefazione eterna.”

“Sei allucinante come questa roccia. Tiene per tutta la notte le stelle a valle del suo arco issato al cielo. Quanto deve essere capiente per poterle avere tutte dentro di sé? Facevo un sogno ricorrente. Mi mettevano un cuore di maiale e giravo con quello nella folle convinzione di avere anche il muso di un suino. Tutti mi guardavano con quel muso umido e forato. Credevo di preferire non esistere piuttosto che avere quelle sembianze. Quale imbarazzo proverei ora di vivere con quel muso? Nessuno.”

“Arriva. Questo è il giorno. Ne abbiamo discusso. Nella fame più nera ci siamo decisi. Io non morirò di stenti. E nemmeno tu devi. Amore mio, dobbiamo ucciderci. Ci saranno due spari. Facciamolo mentre ancora adoriamo l’esistenza. Dopo sarà tremendo, non ce ne vorremo andare ed il moto della vita sarà imbevibile. Siamo giunti ad ovest. Allontaniamoci da questo precipizio, non siamo quell’albero legato allo strapiombo.”

“L’albero pronto alla caduta è laggiù. Ogni opera del tramonto si tramuta in notte. Io non sono la donna e tu non sei l’uomo. Ma questo è il viaggio che si conclude. Che cosa ci auguriamo ancora?”

“Di non soffrire per il colpo. Ti terrò morta fra le mie braccia e mi sparerò così, col mio sangue nel tuo. Non mi guardare mentre ti ammazzo, guarda quell’albero appeso.”

“Ce la farai ad uccidermi? E se poi mi vedi esamine, perduta, ti ricredi e non ti ammazzi?”

“Morirei comunque.”

“Ma io devo esserne certa.”

“Non posso sparare a entrambi nello stesso attimo.”

“Provaci.”

“È impossibile. Io ti sparo, ti raccolgo da terra, mi metto seduto con te e lo faccio. Mi tolgo la vita di dosso.”

“Non posso fidarmi ancora. Lascia che ti spari io per prima.”

“Non ne avresti il coraggio. Sei debole, impressionabile, daresti di matto a vedere tutto quel sangue, col respiro scemato, saresti tu a non volerti più sparare. Brancoleresti qui vicino e moriresti come una bestia. Invece puoi morire con ingegno. Lasciamelo fare.”

“Dovremmo chiedere a loro a che cosa preferiscono assistere. Tu che mi uccidi e poi ti fai fuori cercando nell’ultimo atto della tua vita di gettare via il fucile per non essere incolpato di effettivo omicidio, o io che sparo a te e poi a me stessa e tengo il fucile stretto al mio petto perché non ho timore che la diffamazione mi segua nel prossimo viaggio. Sei insicuro, ti preoccupi che possano inventarsi di litigi e presunte separazioni e ti umilino?”

“Smettila di parlare con gente che non esiste, non chiederemo nulla a nessuno, basta che muoviamo le nostre lingue aride per capire che siamo giunti alla conclusione.”

“Hanno capito bene? Ecco come arrivano i finali!”

“Se troveranno il fucile nelle tue mani nessuno crederà alla pietà che ci porta a fare questo. Penseranno che dovevi difenderti e poi che presa dal panico tu ti sia fatta fuori.”

“Di nuovo il tuo stupido orgoglio. Non dovresti avere costrizioni in procinto alla morte. Stanno guardando, increduli che la storia possa avere preso questo andazzo improvvisato dalla presunta bontà con cui vogliamo sfamarci. Pensano che tu voglia farla finita il prima possibile e che io non sarei capace di compiere omicidio e suicidio. Ma lo sono, sono pronta a tutto. Forse anche ad andare avanti col cercare l’Ovest, hai detto che era qui vicino, perché non si materializza? Perché non siamo stati più attenti? Perché non esiste un modo per sopravvivere?”

“Finiscila. Non esiste più l’Ovest, esiste solo la sete, lo comprendi? Voglio solo salvarti, voglio la grazia dell’epilogo. Puoi farlo tu, non m’importa che cosa penseranno.”

“Dammi il fucile, sparo un colpo per la mira.”

“Spara. Hai sparato oltre il cielo. Ora avvicinati. Mettimi la canna qui, fra le tempie. Non spaventarti per il fracasso e per lo schizzo delle cervella. Quando verrai di là mi dirai che cosa si prova.”

“Posso già dirtelo. Premo contro la tua testa e sorvolo questo posto, lo vedo disteso e comprendo l’insignificanza del tormento che mi ha dato finora sapere di esservi intrappolata. Dopo che sarai volato via crederò che il suicidio sia qualcosa che si avvicina alla perfezione. Diventerà perfezione compiuto dopo l’omicidio?”

“Dopotutto bisogna morire. Continuo a ripetermelo per cercare quello che per me era il coraggio. Ora pare niente, come il resto delle cose che ho vissuto. Ho paura.”

“Non averne. Siamo giunti sino a qui. Voglio che mentre ti sparo immagini che siamo sulla strada giusta, sul procinto di uscirne, trionfanti di gioia. Non ti lascerò dopo. Verrò con te, fin dove potremo andare assieme. Sto per ucciderti. Ci stai immaginando salvi?”

“Sì, siamo salvi, santo cielo! Siamo salvi!”

“È terribile! Sei salvo! Sei salvo! Adesso arrivo, mi salvo anch’io. Adesso mi sparo, questo tuo sangue è vivo. Ora si mescolerà al mio.”

“Sono avvilita. È ignobile il mio volere altro tormento, ancora altro da vivere. Quel precipizio ci ha presi a sé ed inghiottiti, non abbiamo guardato oltre il desiderio di morte. Mi avranno giudicata mentre guardavano il suo corpo cadere e il mio continuare a muovermi, lontano da lui. Ora sono impazzita sul serio, vedo della vegetazione da quell’altra parte, è quella la strada del ritorno? Era così sicuro di andare verso Ovest, ha rinunciato a salvarsi per concedere la tragedia? E quelli che guardano sono sconcertati?”

“Esiste un sentiero laggiù, come esistono ancora le mie forze, ne sono gravida. Non cammino ma corro col vigore di un sopravvissuto. Qui la vegetazione si fa più fitta, è ancora buio, da quanto tempo sto correndo? L’odore delle piante mi assale, è pungente e depravato, mi schianto a terra, sono depravata anch’io, ho sete, sete di vita, di andare per altri sentieri, di inginocchiarmi ancora di fronte ad altri dilemmi, non sono razionale, ma il genio della sopravvivenza si scaglia contro la mia ragione e mi spinge oltre, avanti ai miei pensieri suicidi, passo sopra l’omicidio che ho compiuto. È questa la mia condanna, voler vivere oltrepassando ogni ragione. Loro danno retta al mio sproloquio, ma io tornerò indietro e mi ucciderò, non posso vivere con questo tormento, non sarò la codarda che guarda il paesaggio mutare, proseguo e il mondo si fa meno tetro, come i miei occhi pieni di lui.”

“Posso distinguere una traccia umana. C’è un cartello, una direzione, e questa è la strada, questo era il saccente Ovest e la nostra una sarcastica visita alle prove dell’esistenza. Sono un’infame, mi avvento sul cartello piazzato per terra, per leggerlo. Mi rivolgo al rimorso di non essermi fatta saltare le cervella sopra di lui, questo è il più furioso dei vaneggiamenti, ecco i raggi storpi che salgono in cielo, non importa quanto sarà immane il peso della persecuzione, proseguo nella luce deforme della retta via e penso a quelli della massa pesare ogni mio delirio, eppure questa luce è così preziosa e vile. L’uscita è vicina e l’ingegno insicuro, dovrò giustificare tutto questo, userò la sua paura più grande per scagionare la mia condotta, non potrà di certo replicare alle mie accuse. Posso solo convincermi che se lui avesse potuto sarebbe stato feroce tanto quanto lo sono stata io.”


Anisa Miri nasce a Durazzo (Albania) nel 1990, emigra in Italia con la famiglia nel ’93, frequenta il liceo socio-psico-pedagogico e dopo il diploma esercita la professione di educatrice per sette anni. Poi svolge diversi lavori sino a decidere di scrivere un romanzo forse interminabile.

Redazione

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