“Sono fame” di Natalia Guerrieri: ecco perché non si dovrebbe mai fare un piano

Sono fame, Natalia Guerrieri
Pidgin Edizioni, 2022

“Ecco perché non si dovrebbe mai fare un piano. Se non hai un piano, niente può andare storto”. La battuta più riuscita della sceneggiatura di Parasite, rinomato premio Oscar della stagione 2019, è sicuramente quella che dà senso all’intera vicenda raccontata nell’ultima uscita di Pidgin Edizioni.

Pidgin Edizioni si è promessa di raccogliere nella sua collana Ruggine la narrativa più ruvida e sperimentale che c’è. E probabilmente “Sono fame” di Natalia Guerrieri è al momento l’apice di questa visione del mondo. Una visione che punta i suoi occhi lucidissimi sulla ruggine, appunto, delle fondamenta della società che viviamo, proprio oggi e proprio ora.

Il riferimento al Parasite di Bong Joon Ho è assolutamente non casuale. Non a Parasite in quanto opera unica, anzi c’è, nel taglio narrativo di questo romanzo, un sottofondo filosofico che si rifa molto all’arte che più di ogni altra nasce da una filigrana sociale abituata allo sfruttamento, all’annientamento, all’affollamento e alla perdizione personale, cioè quella orientale. C’è anche l’estremo opposto, ossia il riferimento alla critica più occidentale che c’è al nuovo (o forse ormai vecchio) pilastro che sostiene il cielo -al modo di certe credenze religiose- ovvero sia la tecnologia. Emblema pop di questa critica è stata per alcuni anni la serie inglese Black Mirror di Charlie Brooker, che ha regalato picchi di scrittura televisiva quale Nosedive, che, ancora una volta, non ha poco a che fare con il piccolo, ma gigantesco, motore meccanico che mette in moto la vicenda di “Sono fame”. Natalia Guerrieri, presentando il romanzo, ha lei stessa spiegato il sottofondo filosofico della storia, che si rifà alle riflessioni sul realismo capitalista di Mark Fisher e a Byung-Chul Han, tra gli altri, studiati dalla protagonista in una sorta di chiave di lettura della sua storia personale.

In questa storia, Chiara tenta il salto di vita nella capitale lasciando la sua cittadina a misura d’uomo e di familiarità. Lascia anche la famiglia, un piccolo nucleo menomato, così si deve dire, dall’abbandono improvviso del padre. Si potrebbe ritenerlo menomato anche dal disagio psichico che affligge sua sorella Lucy, che ha contribuito a una crescita adeguata ai suoi bisogni, come un fiore che nasce piegato dal palo intruso, che, rivisto in prospettiva dalla lontananza nella capitale, ha portato a scatti d’esasperazioni inevitabili, ma in fondo privi di cattiveria. Solo, nella prospettiva dell’identità di Chiara, può, come tutti i fatti della crescita, aver contribuito alla sua fame. Da qui, il titolo scava in profondità nell’esistenza della protagonista, che sembra quasi inevitabile che sia una donna, e una giovane.

Chiara, laureata in filosofia e con il piano di lavorare per una casa editrice, trova di fronte a sé solo sbocchi monchi. Stage non retribuiti e troncati senza nessun apparente motivo la portano sulla strada di un’app per consegne di cibo, che assume un’identità distopica davvero molto simile all’app dell’episodio Nosedive di Black Mirror, in cui la società si era ridotta a misura dei punteggi assegnati ai singoli esseri umani su un’app dello smartphone. Envoyé assume piccole rondini, giovani buttati in mezzo al traffico di una caotica capitale con biciclette continuamente soggette al rischio di morte, con la mistificata promessa di una libertà derivata dalla possibilità di lavorare quando si vuole, spinti solo dalla sfida (personale e non), quasi scherzosa, di guadagnare punti.

Tuttavia, questa falsa libertà si comincia a intrecciare con una prospettiva di morte, che non riguarda più il rischio evidente sul lavoro, nella forsennata e poco tutelata caccia all’ordine, ma anche l’ambiente urbano tutto e le fondamenta stesse della società. La minaccia comincia a farsi permeante come la corporalità della capitale, che pare assumere una carne, delle propaggini fisiche e nauseanti, che si manifestano in individui decomposti dall’esistenza. Le analogie e le metafore sono tutte carnose, materiali, fisiche dal lato fastidioso della corporalità (wurstel, cetacei sudati, sgrumo di sporcizia in uno scarico). L’ambiente è polveroso, sporco e serrato all’estetica della periferia. (Come molti edifici della capitale sembra destinato al disfacimento). Gli odori sono costantemente frammisti e nauseanti (cavolo e deodorante). Gli incontri derivati dalle consegne di cibo sono grotteschi, fiabeschi nel modo originale un po’ cruento di intendere le fiabe, immersi in un immaginario strano e pericoloso (una lepre che sbatte la testa al muro, anziani maltrattati, individui malnutriti, sporchi, cadaveri di famose star).

Esistenza, e non propriamente una vita, anzi quasi una sopravvivenza, è quella che si trova a portare avanti Chiara una volta assunto questo lavoro: questo le consente solo l’affitto di uno sgabuzzino in un appartamento affollato da almeno altri quattro coinquilini, con spazi sporchi e non accuditi da persone troppo intente a cercare la loro strada nel mondo per apporre cura all’ambiente. La casa della famiglia diventa una casa-caverna di animaletti al fondo della catena biologica, a stento in grado di dormire un sonno sereno. La convivialità è resa pressocché infattibile, lì dove l’individualità è troppo caricata di ansia d’arrivo per sfociare in vero affetto. Con conseguenze anche attivamente inumane, per guadagnare il proprio spazio vitale, come lo sfratto di altri incapaci di trovare un altro posto da sé. Anche il complesso residenziale assume l’aspetto di un carcere angusto, e i coinquilini intravisti dalle finestrelle grigie l’aspetto di carcerati che condividono una pena.

La storia si muove allora su questi tre binari: la famiglia come gabbia, la capitale come bara, la tecnologia come organismo mostruoso, estensione tentacolare di corpi asfissianti, troppo fisici, troppo invadenti. La sensazione di occupare abusivamente, per puro senso della sopravvivenza, minuscoli angoli di spazio, lancia una riflessione fondamentale sul diritto di occupare il proprio posto nella vita. (Questo posto è così stretto. Siamo come una mandorla con due noccioli, è qualcosa di innaturale) La tematica è assolutamente sociale sotto, perché l’idea di dover combattere per guadagnarsi il luogo della propria vita può inibire la più tenace delle ispirazioni personali. E poi anche la morale, cosa che si scopre coinvolgere Chiara a metà della vicenda, in maniera perfino sorprendente, cadendo nel tranello della dinamica corrotta del sistema universitario. Ma è anche un significato personale.

Allora la fame del titolo sembra essere quella di chi ha davvero voglia di vivere la propria vita, pur trovandosi in un deperimento fisico tale da non provarla davvero più, la fame. In cui le mestruazioni assumono la forma di una bestia che scarnifica i muscoli. In cui il sudore, l’odore, la dolenzia rendono impossibile nutrirsi e accudirsi. La fame è anche quella dell’app che spinge a fare consegne forsennate. È anche quella dei clienti che mischiano le cucine del mondo in un modo tale da non godersi davvero più niente. È anche quella della città che ingloba i destini vacillanti.

Vorrei allontanarmi da ogni parte di me.

In questo contesto, è dunque la società o l’individuo a non rendere più fattibile il piano? A non rendere più sfruttabili le competenze? È come si dice in Parasite, è meglio non fare piani per non rimanere delusi, ma è meglio non farli per spirito di conservazione personale o accade per spirito d’abbattimento individuale? Oppure tutto viene dalla società perduta?

Questa dicotomia tra individuo e società è ben riassunta nella vicenda personale di Chiara. La voglia d’arrivare è tipica di uno spirito giovane, riguarda i neolaureati di questo paese come forse quelli di nessun’altro, in particolar modo se dedicatisi alla letteratura, alla filosofia e alle scienze dell’umano. Se l’umano sta via via sparendo dalla società, lì dove lo smartphone è ormai l’unico santuario di esistenza – distrae dai libri, salva le situazioni precarie, offre e toglie letteralmente lavoro -, le cose dell’umano diventano la controparte assolutamente più priva di significato a qualsiasi altro progetto di vita. A maggior ragione perché oltre gli schermi non c’è che silenzio, nessuna salvezza né amicizia. Persino nel pericolo mortale, un Mario dall’altra parte dell’app (il tutor che guida Chiara nelle consegne), tace. Anzi comincia a diventare antagonista. Anche la rassegna confusionaria e poco fiduciosa del web rispecchia lo squallore circostante, una cosa che notiamo tutti sempre, con pubblicità intrusive, come se le città e lo spazio digitale si sovrapponessero in una lenta decomposizione che ricorda uno splendore iniziale di cui, non accorgendocene, abbiamo perso ogni traccia. Mi sembra di perdere un pezzetto di ciò che sapevo, giorno dopo giorno.

La violenza, la perdita della rotta morale, e, inevitabile, il dubbio sulla propria capacità di tessere legami puri e veri (Viviamo parallelamente, senza mai incrociarci. Mi dico che non ho idea di cosa significhi stare insieme e amarsi), arriva a un punto in cui l’esistenza stessa di Chiara sembra essere in bilico. La serie di omicidi che comincia a falciare rondini intorno a lei, le violenze corporee cui si trova invischiata per perdita di giudizio la portano in uno stato mentale, che è sempre fisico, in cui l’unica pace possibile la trova nelle stradine di un cimitero. Nella voglia di morire, di dormire in una bara. Unico vero momento poetico e profumato – dell’odore della terra, della pioggia, della libertà- della narrazione, che altrimenti scorre, volutamente, lunga e lenta, rotolante, trascinata da una consegna claustrofobica all’altra, in una nausea di odori e viscidume da cui non c’è scampo, neanche per un attimo. Si arriva a un punto in cui si comincia a disperare del destino di una giovane che non ha altri accessi alla felicità personale, ma anche a chiedersi se non c’è davvero volontà a cambiare la rotta di un piano che, pur finito male, è pur sempre un piano.

Anche in Parasite la riflessione sembra senza speranza. Anche in Twin Peaks le entità malvagie sembrano non estinguersi mai. Ma, pur nell’abbandono, pur nella sfortuna, pur nell’impossibilità del mondo di fronte alla volontà di crescere (se non a un vero talento), la dicotomia tra vivere e sopravvivere è anche quella tra subire e agire, in un modo che sia anche solo fallire, scappare e resettare tutto. Rompere lo smartphone, rasare il capo ferito, abbandonare il proprio sgabuzzino guadagnato in una lotta, tornare alla vera libertà è possibile. La vera libertà non è un inganno, si riconosce, perché ha i contorni di dove siamo cresciuti e dove, nonostante tutto, siamo stati amati. Questo lieto fine, che tarda ad arrivare, in un rapido espirare nella vicenda arrivata a un’esplosione di violenza che ha ricoperto tutto di nebbia, è la vera espiazione di questa storia. È il modo in cui fa del piano personale un motivo non solo sociale, ma anche individuale, che permette di ritrovare se stessi. In questo senso, questa piccola distopia urbana assume l’aspetto di una fiaba a lieto fine. Una cosa che, in fondo in fondo, scrosta la ruggine dalle nostre fondamenta e dà speranza a ogni secolare pensiero pessimista sullo stato del mondo.


Chantal Salvinelli

Redazione

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