Storture e dolore

Un bambino retto da quattro braccia è l’immagine attraverso cui siamo stati abituati a guardare il mondo. Quindi l’immagine attraverso cui ci prospettiamo nel futuro. Io, mio figlio e mia moglie. Girato in ogni versione possibile. Resta comunque questo: due persone che si amano e che crescono un figlio. Un figlio convinto che l’amore debba arrivare da due teste, da quattro mani, da abbracci notturni in lettoni matrimoniali, gite in montagna con macchine familiari.

Si parla di famiglia. Di metter su famiglia, che vuol dire essenzialmente avere un’altra persona da amare, una casa in cui abitare, un lavoro che possa sostenere la vita di entrambi e un figlio da crescere, obiettivi comuni da raggiungere. Quel figlio, quella vita, diventano la prova, il banco di gioco in cui capire se l’azienda sta funzionando.

Sia chiaro, il fallimento non porta cadute finanziarie, il mancato raggiungimento di certi obiettivi, di certe aspettative porta una scissione con le conseguenti rimozioni sentimentali che i tre soggetti partecipanti, di cui uno senza colpe se non quella di essere nato, subiranno. È ovvio che ci siano dei rischi. In ogni decisione c’è un rischio.

Qualcuno dice che altrimenti non ci sarebbe il bello. Resta comunque il fatto che il fallimento di una famiglia comporta la crescita, in qualche modo perversa, di una vita. Non che una famiglia fallisca solo con una rottura netta. Ci sono situazioni, situazioni nelle situazioni. Si potrebbe dire che ogni famiglia ha le sue storture e cresciamo dentro esse, magari adattandoci o solo plasmando la nostra esistenza. Il crescere in una situazione è l’accorgersi stesso del vivere. La famiglia è il primo ambiente con cui entriamo in contatto. L’ambiente che insegna le basi della vita. Perché poi la famiglia diventa nostra e quelle storture, appartenenti ad ogni singolo nucleo, si normalizzano per chi c’è dentro.

Ecco che zia Patrizia viene picchiata dal marito e la cosa non sembra lasciare tracce nel prosieguo della storia. Ecco che Saverio, presentato per la prima parte del film come marito ideale, tradisce Maria. I due litigano, urlano, sembrano non volersi guardare più in faccia, ma sono consapevoli della ciclicità di questi eventi. Saverio non smetterà di tradire la moglie. Maria ne sarà sempre consapevole. I figli attenderanno le notti di urla con terrore, consapevoli della quotidianità di questi atteggiamenti. Diventano parte della vita, nel puro senso del termine.

I figli a loro volta saranno genitori che ingloberanno le storture unendole a quelle delle persone con cui costruiranno una famiglia. È così che si presenta la famiglia in “È stata la mano di Dio”, di Paolo Sorrentino, visibile su Netflix. Come una persona che tenta di nascondere i propri difetti. Una casa con il caminetto è simbolo di ricchezza. Una casa con il caminetto è l’aspettativa che viene raggiunta. Un successo che consacra la figura di due persone che riescono a raggiungere i desideri che li hanno spinti ad andare avanti.

È un caso che proprio quel caminetto sarà la fine? È un caso che, attraverso la realtà dei fatti, quel caminetto sancirà la consacrazione di due genitori perfetti agli occhi dei figli? Cosa c’è di più santificante della morte? Nulla. Chi muore è santo. Ma la morte in una famiglia non è contemplata. Muoiono i nonni, non i genitori, men che meno i figli. Eppure accade di continuo.

Le brutte storie sono il sottofondo di questo mondo. Rumore di fondo che, nel film, è sempre presente, tranne quando Fabietto ha le cuffie. Quando indossa le cuffie e quando vede Maradona in macchina, in quell’istante non c’è rumore: ha visto Dio e il tempo si è fermato.

La morte in una famiglia è sempre nelle case degli altri, mai nella propria. Poi le cose accadono. La scena della morte dei genitori, di Saverio e Maria, è volutamente semplice. Sembra si addormentino e poi la mazzata, sembra irreale. La chiamata, la corsa in macchina, il pianto, la morte. Fabietto dirà: “Non me li hanno fatti vedere, quando sono morti, non me li hanno fatti vedere”.

Cosa avrebbe dovuto vedere? I cadaveri sono solo persone morte. In sottofondo, c’è sempre Maradona che ha salvato Fabietto. Mi è piaciuto il modo di trattare Maradona, anche lui solo parte dello sfondo. È, come il cinema, solo una distrazione dalla realtà. Dall’insoddisfazione che regna sovrana in ogni primo piano, in ogni sguardo. Non c’è mai solo Maradona o solo il cinema, e perché dovrebbe? Questa è la storia di una famiglia. Questa è una storia che parla di solitudine.

Cos’altro ha Fabietto? In quella prima parte di film in cui ti mostra le dinamiche relazionali, storture ovunque, stranezze di quella famiglia che la rendono realistica, ci fanno pensare, inevitabilmente, alla nostra. E non è un caso che questo film sia quello meno barocco di Sorrentino. È il film più semplice a livello registico, non ha bisogno di grandi trovate per parlare al pubblico.

Il film ti parla perché, in qualche modo, anche tu sei Fabietto. Anche tu sei solo, in mezzo ad una famiglia e tutto quello che ti circonda ti sembra privo di interesse o distante dalla tua figura. Che bisogno c’è di giochi registici? Basta la pulizia. Basta Napoli, che non ha bisogno di una vera caratterizzazione. Non ha bisogno di nulla perché sono i personaggi stessi a portare quello che il regista vuole dire.

Persino la sorella di Fabietto, chiusa in bagno fino all’ultima scena, come se non esistesse nemmeno lei. I piatti apparecchiati in casa Schisa sono sempre quattro, mai cinque. Lei non ha valenza narrativa. È un simbolo.

Penso che per Sorrentino fare questo film sarebbe stato facile sin dall’inizio. Prima di diventare il regista che è oggi, avrebbe potuto decidere di girare la sua storia, farsi conoscere attraverso quella. Come tanti autori esordienti che hanno vissuto storie particolari e scrivono il loro primo libro su quello. È una prassi, poi se sono bravi e avranno altro da dire la loro scia continuerà ad essere seguita. Sorrentino, invece, la sua storia ha deciso di tenerla per sé. Rinchiusa in qualche stanzetta o in qualche comodino. Perché della propria storia una bozza c’è sempre, se sei scrittore. Allora ha aspettato.

Ha fatto il suo cinema. Il cinema di cui parla con Capuano. Quel cinema che non diventa consolatorio perché c’è speranza. No, un cinema che nasce da un dolore, ma non tratta quel dolore specifico. Per questo dice qualcosa, parla con lo spettatore. Sfrutta le sfaccettature di un dolore con forma precisa, ma non si lascia affogare da esso. Lo sfiora, quasi ci gioca. “Perché se non tieni niente da dire sei uno stronzo come tutti gli altri”, dice Capuano. E se parli di dolore sei solo uno stronzo come un altro, il dolore lo hanno tutti gli stronzi. Così è diventato Sorrentino, si è fatto con il talento. Non ha preso la scorciatoia della storia autobiografica pesante. Perché il rischio è di edulcorare al massimo, non riuscire ad essere oggettivi. Non che succeda sempre, non esistono formule. Però per un esordiente è, forse, più difficile raccontare una storia che parla di sé stessi senza nascondersi dietro la propria soggettività.

Ma, a ben pensarci, questo film non parla nemmeno di Paolo Sorrentino. Parla della sua famiglia e di tutto quello che intorno l’ha reso quello che è. Il calcio, il cinema, quella maledetta cassetta di “C’era una volta in America” che non riuscirà mai a guardare con il padre.

Ecco cosa simboleggia la non-presenza della sorella di Fabietto. È la sua storia trattenuta nel bagno per anni. Finché è arrivato il momento – che nel film coincide con la vittoria del Napoli (casualità?) – in cui si è sentito pronto per raccontarla. Si è sentito abbastanza obiettivo.

Non basta il dolore per fare una storia, devi avere qualcosa da dire, devi avere le palle – a questo è servito l’intero dialogo con Capuano, di fronte al mare di Napoli. Un esordiente alle prime armi, magari, non sarebbe riuscito ad arginare il dolore, l’ingiustizia della propria storia. Sorrentino quando ha avuto qualcosa da dire l’ha detto. Attraverso una famiglia che è la nostra famiglia. La famiglia in cui si cela il germe della creatività di un autore. Non ti disunire Schisa, non ti disunire perché non ti hanno lasciato solo, ti hanno abbandonato. Non ti disunire da quel dolore. Non perderlo mai, perché se lo perdi ne perderà anche il tuo cinema.


Giuseppe Fiore

Redazione

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