Padre G. 

Bologna, Porta San Mamolo        

Padre G. è basso, corpulento, occhi azzurri.    
Sui sessanta.    

Padre G. percorre la navata, accende alcune candele. Entra nel confessionale, si siede.        
Una voce sussurra in penombra.


– Buongiorno, padre.       

Il prete si spaventa.

– Buongiorno, figliolo. Pensavo non ci fosse nessuno.  Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo…         

Un ragazzo è seduto dall’altro lato del confessionale, si fa il segno della croce.   
Padre G. ha le mani giunte.     

– Quali sono i tuoi peccati?      
– È da tanto che non mi confesso… 
– Quanti anni hai?   
– Ormai sono ventotto.    
– Non temere, ti ascolto…        

Il ragazzo osserva la grata che lo separa dal prete.       

– Mi vergogno così tanto…      
– Fatti forza.    

Padre G. si sporge in avanti, verso la grata.    
Il ragazzo sta piangendo.         

– Ho paura, padre. Ho paura per la mia anima.        
– Parlami, ragazzo mio, così che possa assolverti ed alleviare le tue pene.  
– Temo che se lo facessi, potrei macchiare anche il suo spirito…
– Questa è la mia missione, non temere per me.         
– Ne è sicuro?  
– Cosa ti affligge?    

Il ragazzo resta in silenzio, poi tossisce come per schiarirsi la voce.     

– Ho ammazzato un uomo.      
– Cosa?!   
– Questa mattina.     

Padre G. deglutisce, si massaggia la gola. Comincia a sudare. 

– Com’ è successo?  
– L’ho bruciato vivo.

Il tono del ragazzo ora è freddo, distaccato, le parole sono chiare e precise.   
Il prete si aggiusta il colletto.

– Perché l’hai fatto? 
– Se lo meritava. Sì, padre, l’avrebbe fatto chiunque…      
– Chi era?
– Lo conoscevo da quando ero piccolo, all’inizio era solo un conoscente, poi divenne un vero e proprio amico di famiglia. Un uomo gentile e cordiale, lavorava la terra.       
I primi tempi veniva a trovarci saltuariamente, portava a mio padre del buon vino e a mia madre ortaggi appena colti. Poi cominciò a farci visita sempre più spesso, lo incontravo per strada quasi tutti i giorni, veniva a salutarmi all’uscita della scuola, mi portava in dono dei piccoli animaletti di legno che intagliava nel tempo libero. Gli volevo bene. Non mi sfiorò mai neanche con un dito, ma lei lo sa come vanno certe cose: la gente mormora. I miei genitori lo allontanarono. Non lo rividi mai più. Fino ad oggi.        
– Cos’è successo?     
– L’ho riconosciuto subito. Lui invece ci ha messo un po’ a capire chi fossi. Era così invecchiato. Da quando la gente cominciò a sparlare, si era trasferito in una campagna isolata dal mondo. Tornava qui in città solo per delle commissioni, una o due volte all’anno, camminava con la testa bassa, rasentando i muri ed evitando le strade principali. Gli ho offerto un buon bicchiere di vino in una piccola osteria non lontano da qui. Abbiamo parlato. Mi sono accorto che in fondo era sempre lo stesso. Un uomo gentile, un uomo cordiale.
– Perché l’hai fatto, allora? Perché l’hai ucciso?

– Attenzione, padre… non mi deluda. Come se ci fosse un motivo giusto o sbagliato per uccidere un uomo… Dio insegna che non si fa, giusto? È una brutta cosa…    

Padre G. si porta le mani sul volto, continua a sudare.    
Il ragazzo sorride.   

– Ma non si preoccupi, glielo dirò. Eravamo in quella piccola osteria, aveva l’aria stanca, l’umiliazione negli occhi. Abbiamo parlato di quello che gli era capitato, di quanto fossi terribilmente addolorato.  Poi è successo.        

Padre G. si avvicina alla grata.

– Cosa?    
 
Il ragazzo resta in silenzio per qualche secondo.        

– Ho ricordato tutto.
– Che cosa?      
– I piccoli animali di legno, le passeggiate, le visite a casa dei miei. Quando mi portava nella sua campagna per aiutarlo a raccogliere i cavoli, quando a fine giornata prima di riaccompagnarmi a casa, mi portava nel capanno e mi abbassava le braghe. Le sue carezze, il suo alito caldo sul collo, i suoi baci…        

Padre G. si porta le mani alla bocca, ha gli occhi lucidi.      

– Ma hai detto che non ti aveva mai sfiorato!  
– È quello che mi sono ripetuto in tutti questi anni.

– Signore mio…       
– Mi sono offerto di riaccompagnarlo a casa, fino alla sua campagna, gli ho dato una botta in testa e l’ho lasciato bruciare dietro una pila di paglia.         
– Santo cielo… e poi cosa hai fatto?
– Poi sono venuto qui. Ora mi dica, ho fatto bene? Quell’uomo se lo meritava, no? Non ero l’unico, ce n’erano altri di bambini…      
– Solo a Dio spetta dare e togliere la vita.                  
– Non mi pento di quello che ho fatto.     
– Perché sei qui, allora?   

Il ragazzo si avvicina sempre di più alla grata, riesce a vedere il profilo del prete.  

– Mi chiamo Fabrizio Sarti. Mi denunci, padre. Dica alla polizia quello che ho fatto.        
– Sai che non posso farlo…      
– Allora avrà lasciato un assassino a piede libero. Un pluriomicida…
– Come sarebbe?      
– Crede che mi fermerò qui? Andrò da tutti coloro che lo conoscevano, dalla sua famiglia, dai suoi amici, scoprirò cosa sapevano, se hanno taciuto in tutti questi anni. E li ammazzerò come si fa coi maiali.
– Ma cosa dici? Ragiona…       

Il ragazzo esce dal confessionale.    
Il prete si alza di scatto, cerca di uscire. La porta non si apre.

– L’ho bloccata, padre.     
– Fammi uscire! Cosa credi di fare? 
– Deve dire a tutti ciò che le ho raccontato…   
– Aiuto! C’è qualcuno?    
– Altrimenti, comincerò proprio con lei, il parroco del quartiere, il confessore dei dannati, colui che probabilmente ha sempre saputo e non ha mai detto nulla…        
– Aiutatemi!     
– Tutte le uscite sono bloccate dall’interno. Ci siamo solo noi due. 
– Io ho fatto un voto sacro. Sei tu che devi confessare!      
– L’ho già fatto, padre… ora tocca a lei.   

Padre G. si dimena nel confessionale, tira pugni e calci. Il ragazzo cammina verso l’altare.        

– Mi sente, padre G.?        
– Che cosa vuoi da me?   
– Gliel’ho già detto. Solo lei può fermarmi. Solo Dio può farlo.

Padre G. respira a fatica.          
Il ragazzo è a lato del confessionale. Tra le mani regge due candele. Avvicina le fiammelle alle tende che ornano il confessionale.   

– Lo sente questo odore? 
– Cosa stai facendo? No! 
– Sta per incontrare quel Dio che tutto vede, così giusto, così misericordioso… che cos’ha da temere?   
– Signore mio, ti prego aiutami!       

Il prete si scaglia contro le pareti del confessionale. Si dispera, piange a dirotto. Fabrizio siede a terra, osserva il confessionale.         

– Come si sta lì dentro?   

Il fuoco comincia a crescere, si sente lo scoppiettio dei primi legni.     
Fabrizio incrocia le mani dietro la nuca. Si stende. Sorride.       

– Confessi, padre… 

Il prete tossisce sempre più forte.    

– D’accordo, lo farò!
– Deve giurarlo…    
– Lo giuro su Nostro Signore Gesù Cristo!       

Fabrizio si alza, sblocca la porta del confessionale. 
Padre G. esce tramortito, si rotola a terra, il fumo lo avvolge.       
Il ragazzo è in piedi, di fronte al prete che ansima.   

– Mantenga la sua parola.        
– Perché? Dimmi perché! 
– La paura ci fa capire davvero chi siamo, non crede? Mi perdoni, padre…    
– Tu non vuoi il mio perdono, tu non hai fede…        
– Mi perdoni… perché le ho mentito.       
– Che vuoi dire?

– Uomini di chiesa, di legge, di medicina… avete il potere di salvare il mondo, semplicemente ascoltando. Eppure, vi serrate nei dogmi, nell’omertà. Tutti così ligi ad uno stupido gioco di ruoli. Lei lo sapeva, non è così? Lei conosceva quell’uomo, vero?   
– Sì. 
– Sapeva tutto.
– Sì… e non puoi neanche immaginare il dolore che provavo, tutte le volte che veniva da me e mi diceva cosa aveva fatto, tutti i suoi terribili peccati. Ho cercato di aiutarlo, di parlargli… era malato…  
– Lo dica, padre…   

Fabrizio aiuta Padre G. a non cadere, si avvolge il braccio del prete intorno al collo ed escono dalla porta sul retro della chiesa.    
Si fermano in uno spiazzale.   
Nessuno intorno.    
Padre G. si siede su una panchina. 
Fabrizio resta in piedi.    

– Lo dica…       
– Grazie.  
– Grazie per cosa?    
– Per averlo ucciso, avrei voluto farlo io, tanto tempo fa.
– Mi perdoni, padre… perché le ho mentito.   

Padre G. osserva il ragazzo, in silenzio.  
Fabrizio ha il viso serio. – Sì, padre. Non ho ammazzato nessuno… gli ho offerto del vino, poi l’ho lasciato andare. Non ho ucciso nessuno… a parte il suo dio. Si tolga quell’abito… è così sporco.


Emanuele Muccillo nasce a Marcianise, nella provincia di Caserta il 19 settembre del 1991. Laureato in lettere moderne all’Alma Mater di Bologna, dove risiede in pianta stabile da oltre cinque anni e specializzando in Filologia Moderna. Nel 2020 autopubblica il suo primo romanzo su Amazon.it dal titolo “L’ottavo segreto di Bologna”: un libro che vuole essere una sorta di anti-guida turistica per tutti gli studenti fuori sede del capoluogo emiliano. Il romanzo è valso all’autore due articoli pubblicati sul giornale online “La gazzetta di Bologna”. Attualmente lavora sul suo prossimo romanzo che uscirà nel 2022.

Redazione

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