Teoria della Prosa – Viaggio a Confini della Nouvelle

Ricardo Piglia, Teoria della Prosa
Wojtek Ed., 2021

Cos’è la nouvelle? L’ibrido tra la forma breve e il romanzo, un non-luogo nel quale si è totalmente all’oscuro, alla ricerca di un appiglio. C’è un segreto in questa forma, o forse il segreto è la nouvelle stessa, ed è esattamente questa la domanda che Ricardo Piglia si pone nelle lezioni che lo scrittore tenne all’Università di Buenos Aires nel 1995, durante le quali furono letti gli scritti di Juan Carlos Onetti, nello specifico: Il pozzo, Il volto della disgrazia, Gli addii, Per una tomba senza nome, Triste come lei, La muerte y la niña e Cuando entonces.

Queste lezioni hanno dato vita a Teoria della prosa, una raccolta pubblicata due anni dopo la morte di Piglia: una sorta di testamento intellettuale? In Italia il libro è finalmente edito da Wojtek Edizioni, a cura di Federica Arnoldi e Alfredo Zucchi e tradotto da Loris Tassi.

Teoria della prosa inaugura anche la nuova collana Wojtek: Ostranenie (остранение, straniamento in russo), diretta da Federica Arnoldi, Anna Di Gioia, Luca Mignola e Alfredo Zucchi.

Le lezioni cui il lettore assiste prendono sì le mosse da Onetti e i suoi scritti, ma non sono monografiche in senso stretto: c’è un’immersione molto forte anche in altre fonti letterarie; inoltre, l’analisi dei testi di Onetti viene sviluppata non nel merito degli scritti, ma nella loro peculiare forma, la nouvelle appunto.

Ma perché questo interesse quasi chirurgico per la nouvelle? Il punto è che questo genere letterario ibrido, ambiguo, che agisce uno slittamento di posizioni tra il lettore e lo scrittore, custodisce un segreto: «Sarebbe a dire che la nouvelle è un tipo di narrazione in cui ciò che conta è l’esistenza del segreto in sé e il fatto che esista uno spazio vuoto, per così dire, una cosa di cui, dall’interno della narrazione, si è all’oscuro»[1].

È la nouvelle, più del racconto o del romanzo “tradizionale”, la vera custode del segreto che genera una rivoluzione – così come Poe è stato il vero rivoluzionario della forma racconto, grazie alla struttura narrativa enigma-sorpresa-poliziesco – narratologica sì, ma anche sul rapporto tra lettore e scrittore.

Chi è il vero lettore? «Il lettore ammirevole non si identifica con i personaggi del libro, ma con lo scrittore che ha composto il libro».[2] Ed eccolo, lo slittamento, il deragliamento di posizione che Piglia ricerca e discute lungo tutto il saggio. Ed è anche qui, in questo non-luogo – la posizione del narratore, il vuoto che lascia chi scrive e che nella nouvelle è più pesante che mai – che scopriamo il segreto. Il segreto del narratore che mente, che è in relazione con ciò che scrive in modo del tutto peculiare, e che ci porge una storia alla quale noi decidiamo di credere, dalla quale decidiamo di farci sorprendere.

La nouvelle, da questo punto di vista, costituisce un particolare tipo di “fede”, un salto nel vuoto da parte del lettore nei confronti di un narratore che – per motivi formali, ma questi sono anche sostanziali – decide di sospendere il segreto, di lasciarlo un contenitore vuoto. Non si rivela il segreto, esso è il mistero che genera il salto della fede da parte del lettore. Se ci pensiamo, però, l’atto di fede è anche da parte del narratore, che nasconde e dimentica, fa vacillare il suo universo narrativo e prega che non cada.

A un certo punto del discorso è lo stesso Piglia a rendersi conto che il narratore è il primo (o ultimo?) lettore di sé stesso: è lo scrittore a concludere il suo ciclo narrativo all’interno della storia ben prima che la storia stessa possa mettersi un punto. La domanda che viene da porsi, quindi, è: quando è che la creatura comincia ad emanciparsi dal Creatore?

Il finale, il punto interrogativo che non si risolve per nessuno, è lo scrigno del segreto della nouvelle.

Concludendo, ciò che è davvero sorprendente di Teoria della prosa di Ricardo Piglia – aldilà del magistrale lavoro editoriale dei ragazzi di Wojtek – è che in alcuni punti del saggio\romanzo sembra di trovarsi davanti a un soliloquio, un interrogarsi in sé e su di sé. Piglia ci parla ma parla a sé in quanto scrittore\lettore, in quanto ultimo detective alla ricerca del segreto ultimo della letteratura.

La ricerca, per forza di cose, si rivela inconcludente proprio in virtù del vuoto che essa ricerca: ma forse Piglia non vuole trovare ma, come i migliori filosofi e teologi, disegnare un cerchio, uno spazio vuoto all’interno del quale cercare per sempre, con tutta la meraviglia che questo vagabondare comporta.


[1] R. Piglia, Teoria della prosa, Wojtek ed., 2021, p. 16.

[2] R. Piglia, L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007, p. 149.

Clelia Attanasio

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