Una nuova narrativa dal sapore antico: “Il risvolto delle foglie” di Gianni Andrei

Gianni Andre, Il risvolto delle foglie
Robin, 2021

Esiste una nuova narrativa di scrittori colti, autori con una grande verve, non nuovi alle pubblicazioni, sensibili e soprattutto dotati di quella espressività efficace nel narrare in un italiano perfetto che non disdegna le coloriture e la vitalità dei dialetti e delle loro inflessioni specie se vogliono incarnare la verosimiglianza delle storie e dei loro protagonisti. Scrittori che conducono fisicamente nelle storie e fanno dimenticare di essere dentro ad una narrazione.

Mi pare che ciò si riscontri nella bella raccolta di racconti di Gianni Andrei: “Il risvolto delle foglie” di Robin Edizioni, finito di stampare nell’aprile del 2021.

Il volume raccoglie tre storie diverse e conduce il lettore in tre dimensioni temporali che vanno dagli anni Cinquanta, ai recenti anni Novanta del Novecento, con un breve sconfinamento temporale agli inizi del terzo Millennio.

Storie tratte dalla vita quotidiana, dalle vicende umane che paiono intrecciarsi alla verità psicologica, oltreché temporale, di personaggi talmente verosimili da poterli definire persone realmente vissute che in qualche modo hanno intrecciato le loro esperienze reali a fatti di cronaca, aneddoti, ricordi appartenuti a qualcuno di noi, o a memorie collettive, come di individui che si sono incrociati sul proprio cammino, nel corso dell’esistenza.

Racconti appunto dove la narrazione, la voce, in uno spazio concavo dove far sedimentare il ricordo e far risuonare la memoria, lasciata vibrare di immagini ed altre sonorità, si fa percorso, attraversamento.

Come il risvolto delle foglie, la vita di ognuno ha una doppia sfaccettatura al dritto e al rovescio, tanto da lasciar vedere la pagina superiore di un’esistenza che continua nella pagina posteriore a volte meno lucida, meno liscia, più opaca, o argentea, ruvida, a rilievo, dove le nervature formano una trama più nitida che nella faccia superiore, brillante e traslucida.

È così per i personaggi delle quattro storie che incontrano la loro psiche, la loro vera essenza di uomini e di donne non tanto nella pagina superiore delle loro esistenze, ma in quella pagina nascosta che non si vede e che non si mostra immediatamente o forse proprio in quella filigrana che appare solo in trasparenza quando il contrasto della luce è talmente forte da rivelarla.

I racconti di Gianni Andrei sono dei viaggi sulle coordinate geografiche di luoghi precisi: Ischia con le sue stradine, i suoi anfratti di rocce, con la fabbrica di Tiseo e i suoi vapori, le acque e i riverberi delle acque, i suoi inconfondibili odori, profumi, le sue atmosfere, i tremori ondulati della superficie del mare, della sua natura d’isola tra il verde, il sole, e il nero della sua terra vulcanica. È Ischia la terra di approdo, il periplo intorno alla ricerca del senso, il senso di una sensualità che è donna ed è scoperta che fa rilucere le proprie timidezze maschili, in fondo ad una virilità che non vuole solo cedere all’istinto, ma vuole conoscere e amare.

Amedeo, il giovane ingegnere, si fa condurre da quella sensualità da escursionista dell’isola dove vive la doppia natura della Ischia presente e reale e di quella immaginaria  che è già di per sé miracolo della natura, riverbero di bellezza naturalistica e specchio di una dimensione surreale e mitologica che storia e leggenda le hanno impresso da millenni e dove le dicerie popolari danno corpo e anima a personaggi redivivi e superstizioni che incarnano il passato di qualcun altro nelle donne e negli uomini presenti, come donne e uomini che vissero due volte.

Se ne rende conto Amedeo solo quando lascia l’isola, guardando verso il molo dove qualcuno fermo sulla banchina saluta sciorinando un fazzoletto bianco. È il saluto di un sogno stagliato contro la luce del sole.

Il secondo racconto trasporta il lettore in un’altra dimensione che è quella della città eterna, di Roma, una Roma tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, di un disincanto semplice e a sua volta ancora proiettato in uno spaventoso passato, ancora vicino a quegli anni, rappresentato dalla II guerra mondiale e da una storia viva e mai dimenticata del rastrellamento del ghetto ebraico.

Siamo a Trastevere con la storia semplice di Anna e della nonna Lella, delle superstizioni che si intrecciano ai desideri dei sogni giovanili, alla paura dell’ignoto e del futuro , dei cambiamenti di un giovane corpo di donna che si trasforma per una gravidanza forse ancora prematura, non voluta e il tentativo di incidere sul tempo , di far involvere una realtà che si avvita inesorabilmente e che continua il suo corso e che trasmette ad un’altra vita nascente tutte quelle informazioni che si era tentato di cancellare con un aborto.

Ma qui entra in un gioco di luce la pittura seicentesca, la forza narrativa di un dipinto nella chiesa di Santa Maria della Scala e della persuasione muta di Gherardo delle Notti che rappresenta San Giovanni il Battista nel momento più cruento e drammatico della decollazione in carcere. Il trasporto di quella drammatica visione produce nella giovane Anna la folgorazione di un ripensamento, di un dubbio. Siamo difronte al potere dell’arte che parla da secoli, con un linguaggio immediato e diretto alla coscienza, risvegliandola.

La vicenda però vive in una dimensione parallela il ricordo di un salvataggio, di una diversa Notte di San Giovanni, una notte che segnò il destino degli Ebrei del ghetto e di quelli che ne furono scampati grazie alla volontà e al coraggio di pochi che diedero asilo ai fuggiaschi, come la nonna Lella.

La storia ritorna, restituisce, riaffiora in un ordito che nessuno si aspetta, nemmeno i protagonisti che tessono sul risvolto della Storia una nuova pagina di umanità e di amore ritrovato.

Il viaggio del terzo racconto termina in Umbria in tempi più recenti. Alba, una giovane ragazza entra in un monastero da semplice ricamatrice, lavorante ed incontra una realtà nascosta e chiusa nella semplice quiete celata dalle mura di un eremo.

Una giovane che lascia fuori dal monastero la semplicità e la spensieratezza dei suoi anni, già segnati dalla perdita dei suoi genitori per inoltrarsi in un mondo tutto femminile fatto di preghiera e lavoro manuale. Ore scandite dalla meditazione religiosa, dal silenzio, dal costante passaggio dalla luce all’ombra delle celle e dei corridoi di un monastero accolta da una amichevole ma affettata quotidianità.

In pochi anni Alba conquista la fiducia e la stima delle monache, fa il suo voto di obbedienza e di castità e diviene Sponsa Christi, dopo diversi anni di noviziato. L’incertezza ha abbandonato il campo alla generosità e alla scelta di rinunciare al proprio egoismo per vivere un’esistenza votata agli altri e soprattutto all’amore per la comunità. Sul Monte Corvolo, tra i boschi e la vita montana, la semplicità di certe vedute nascoste le avevano rivelato la dolcezza di una vita meditativa e raccolta che le sembrava essere la forma più armoniosa e consona alla sua persona, finché non diventa madre badessa per volontà delle sue consorelle che le hanno dato questo incarico.

L’armonia dura fin tanto che la quotidiana alternanza di preghiera e lavoro è interrotta dall’arrivo di una giovane donna che bussa alla porta dell’eremo nascosto in mezzo ai boschi e sulla sommità di quel bel paesaggio umbro sul profilo degli Appennini.

Ancora una volta, nell’intreccio delle storie appare il disegno di un risvolto. La giovane e misteriosa ragazza straniera chiede asilo, fuggendo da una situazione rivelata solo successivamente a suor Alba, madre badessa di quel monastero dedito alla preghiera e alla vita frugale.

Tra Alba e la ragazza di nome Safiya nasce in poco tempo una tenera amicizia, il sodalizio di due donne che in qualche modo si somigliano, entrambe rifugiate in una vita che forse non appartiene loro, di chi non si ribella ma asseconda un destino non scelto profondamente. Safiya, ragazza libanese, scappa da una situazione terribile come Al-Qaida che la vuole assoldare e inchiodare al suo potere e al suo orribile nichilismo distruttivo.

Le loro vite, il loro incontro, il parlarsi e il rivelarsi, lo scambio di un bacio improvviso sulle labbra, la natura sconosciuta di un’emozione nuova, della ricerca forse di un affetto o di un altro sentimento o solo il disperato bisogno di esternare un addio con il brivido di una profezia che si autoavvera.

Il bisogno di libertà di due donne simile ad un volo improvviso di uccelli che: “No, non fuggono, ma vanno dove li conduce la voglia di vivere, affrontando i rischi e i pericoli di un viaggio sconosciuto”[1].

Ciò che risalta nei racconti è il profilo femminile delle protagoniste.

Gianni Andrei racconta perlopiù le donne e lo fa attraverso una accurata rivelazione dell’intima individualità delle protagoniste.

“Il risvolto delle foglie” ha vissuto, recentemente, il Salone del Libro di Torino 2021, iniziando il suo viaggio narrativo oltre le pagine.


Marianna Scibetta


[1] Gianni Andre, Il risvolto delle foglie, Robin edizioni, 2021.

Redazione

2 pensieri su “Una nuova narrativa dal sapore antico: “Il risvolto delle foglie” di Gianni Andrei

  1. Squillante di intensità sentimentale e di intimo spessore, non solo culturale.
    L’emozione mi avvolge e mi confonde, piacevolmente, facendomi vibrare.
    Grazie Marianna.

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