Amare come verbo intransitivo. La lettura di Luce Irigaray

“A te, senza appropriazione, senza possesso né perdita di identità, nel rispetto di una distanza […]”
L. Irigaray, Amo a te, p. 155.

Amo a te: non si tratta di un errore grammaticale, bensì della proposta di Luce Irigaray per rinnovare, grazie a una forma sintattica ripensata, l’idea classica di amore.

Irigaray è una filosofa belga, la cui formazione copre più campi (psicanalisi e psicologia, linguistica), che nel 1992 pubblica Amo a te. Verso una felicità nella Storia; è in questo breve testo che l’autrice propone di sostituire la più celebre dichiarazione d’amore con una formula in cui sia reso evidente il complemento di termine: non ti amo, dunque, ma amo a te. Vediamo, però, come quello che può sembrare a primo impatto un mero sofisma da intellettuali gemebondi – detta con Gozzano – affonda in realtà le sue radici in una riflessione ben strutturata da parte di una delle figure di spicco del pensiero femminile.

La “a”, espressione dell’irriducibilità dell’altro

Amo a te significa “osservo nei tuoi confronti un rapporto di in-direzione”. Non ti sottometto, né ti consumo. Ti rispetto (irriducibile). […] L’a impedisce il rapporto di transitività, in cui l’altro perderebbe la sua irriducibilità. […] L’a è il segno della non-immediatezza, della mediazione tra di noi. […] L’a è il luogo di non-riduzione a oggetto della persona. Ti amo, ti desidero, ti prendo, ti seduco, ti ordino, ti istruisco ecc. rischiano sempre di annientare l’alterità dell’altro, facendolo(a) divenire un mio bene, un mio oggetto […][1]

Queste righe tratte dal saggio di Irigaray sono già fortemente eloquenti, ma proviamo a contestualizzare le sue parole. Nella società guidata dai valori consumistico-capitalistici come quella in cui viviamo (e in cui viveva già l’autrice), è facile che i tratti caratterizzanti dell’homo consumens si estendano fino a fagocitare anche l’intera sfera delle relazioni interpersonali: l’altro è un oggetto, sempre e immediatamente disponibile, totalmente dato e conoscibile. Nessun residuo, nessun intimo mistero lo tiene al sicuro dalla tracotanza della soggettività che ne dispone a proprio piacimento, secondo il paradigma che fa dell’io il dominator et possessor mundi.

È proprio contestualmente al tentativo di difendere il tu dalle ingerenze dell’io, che l’a te diviene fondamentale: la violenza che Irigaray intravede nel complemento oggetto presente nel «ti amo» viene smorzata dalla a del complemento di termine che, inoltre, fa del verbo amare un verbo intransitivo.

La a, quindi, funziona esattamente alla stregua di un argine in grado, nella visione della filosofa, di bloccare l’accesso diretto all’altro, al tu.

Il discorso dell’intransitività viene poi esteso ad altri verbi, non solo amare, ma anche toccare, ascoltare, vanno ripensati seguendo il filo rosso della irriducibilità dell’altro a sé (del tu all’io).

La seconda direttrice da seguire, implicata nel concetto stesso di irriducibile, è quella della differenza, della distanza dall’altro: «Avvicinarsi implica piuttosto prendere coscienza della diversità dei mondi e creare vie che, nel rispetto di questa diversità, consentono di dialogare»[2]. Poco oltre, l’autrice sottolinea – con un accenno alla dialettica speculativa di matrice hegeliana – come, nel caso del rapporto, specialmente amoroso, con l’altro, la differenza non viene annullata o superata (aufheben) in un grado superiore dell’Assoluto, ma rimane tale: la differenza non deve né può essere trascesa, pena

È qui che Irigaray innesta un’ulteriore riflessione: quella sul riconoscimento:

“Ti riconosco” è la/una condizione perché esistano io, tu e noi. Ma questo noi non sarà mai pieno né semplicemente positivo. E neppure sarà mai un neutro, un si collettivo. Questo noi è travagliato dal negativo, dall’insostituibile tra noi, dalla trascendenza tra noi. […] “Ti riconosco” significa che sei differente da me, che non posso identificarti, identificarmi a te, né controllare il tuo divenire. Io non sarò mai il tuo padrone. E questo negativo è ciò che mi permette di andare verso di te. “Ti riconosco” suppone che io non possa vederti totalmente[3].

L’avvicinamento reso possibile dal silenzio

«L’importante è che resti una distanza irriducibile dove il silenzio ha luogo»[4] scrive ancora Irigaray, aprendo così la riflessione intorno al vuoto: di conoscenza[5], di possesso, di parole. Così come accennato poco sopra, è grazie al negativo che l’approssimarsi all’altro può aver luogo.

L’attenzione della filosofa si concentra in particolar modo sull’azione dell’ascolto, o meglio, sulla passività cui si sottopone volontariamente un soggetto che decide di disporsi all’ascolto dell’altro: «Ascoltarti richiede dunque che io mi renda disponibile, che sia ancora e sempre capace di silenzio. Questo gesto, fino a un certo punto, mi libera. Ma soprattutto dà a te un luogo silenzioso in cui manifestarti, ti mette a disposizione uno spazio-tempo ancora vergine per il tuo apparire e le tue espressioni. Ti offre la possibilità di esistere, di esprimere la tua intenzione, la tua intenzionalità, senza gridare e persino senza chiedere, senza sovrastare, senza annullare, senza uccidere»[6]; ancora: «“Ti ascolto” lascia spazio per il non-ancora-codificato, per il silenzio, preserva il luogo di esistenza, di iniziativa, di libera intenzionalità, di sostegno al tuo divenire. Ti ascolto non a partire da ciò che so, che sento, che sono già, e neppure in funzione di ciò che sono già il mondo e la lingua, dunque in modo, in un certo senso, formale. Ti ascolto piuttosto come la rivelazione di una verità non ancora manifestata, la tua, e quella del mondo rivelato attraverso di e da te»[7].

Il silenzio che si produce grazie al «ti ascolto» si oppone alla presunzione del «ti capisco, ti conosco, quindi non ho bisogno di ascoltarti e posso persino prescriverti un divenire»[8]; è, piuttosto, l’occasione di vedersi affidare dall’altro – secondo i suoi tempi e la sua libera volontà – piccoli brandelli, seppur sconnessi e lacunosi, di quel mistero inesauribile che egli è, e sempre sarà, per me.

Contro il possesso

La filosofa, nella sua esposizione (in Amo a te, così come in La via dell’amore), fa largo uso di concetti quali: irriducibilità, differenza, distanza, trascendenza, intransitività, non-immediatezza. Ognuno di questi termini fa capo all’assunto fondamentale di Irigaray, ossia il fatto che l’altro, specialmente nel caso della relazione amorosa, mi è indisponibile: non lo conosco e non lo possiedo, né attraverso il pensiero né attraverso la carne[9].

Nonostante questa nobile idea, la tendenza della nostra società è – come accennato in apertura – ben lontana dall’allinearvisi: non è un caso, allora, che dilaghino i rapporti cosiddetti tossici, contraddistinti da dipendenza affettiva, gelosia morbosa, violenza fisica e/o psicologica, fino ad arrivare all’extrema ratio, l’omicidio. In questi rapporti deviati, l’altro rimane un oggetto e, peraltro, il tratto che lo identifica maggiormente è l’essere di proprietà del soggetto, dell’io, che si propone come padrone. E allora la formula di Luce Irigaray, seppure possa apparire in prima battuta l’astrusa invenzione di un filosofo annoiato, ci ricorda che «questo non è amore» (come recita anche il titolo della campagna della Polizia di Stato contro le violenze di genere): amare non implica possesso, né predominio o sottomissione. Amare è un verbo che va ripensato come intransitivo, in grado di scardinare le regole classiche del rapporto tra soggetto e oggetto: «La nostra tradizione, fondata su comprensione, dominio, disvelamento per noi di ciò che è, ha impedito l’approccio all’altro con gesti e parole che ostacolano l’entrata in presenza con lui, o con lei. L’altro non può ridursi a un sostrato a partire dal quale elaboriamo la nostra propria cultura, qualunque ne sia la natura. L’altro è colui o colei verso i quali avanziamo nell’oscurità, dato che la rivelazione del loro avvento non è mai esposta in piena luce»[10].


[1] L. Irigaray, J’aime à toi. Esquisse d’une félicité dans l’Histoire, Éditions Grasset & Fasquelle, Parigi, 1992, tr. it. di P. Calizzano, Amo a te. Verso una felicità nella Storia, Bollati Boringhieri, Milano, 1993, p. 114.

[2] L. Irigaray, La Voie de l’amour, 2002, tr. it. di R. Salvadori, La via dell’amore, Bollati Boringhieri, Milano, 2008, p. 50.

[3] L. Irigaray, Amo a te. Verso una felicità nella Storia, p. 108, e poco sopra: «Riconoscerti significa o implica rispettarti in quanto altro. Accettare di fermarmi davanti a te come davanti a un insormontabile, a un mistero, a una libertà che non sarà mai mia, a una soggettività che non sarà mai mia, a un mio che non sarà mai mio», pp. 107-108.

[4] L. Irigaray, La via dell’amore, p. 49.

[5] Si noti inoltre un elemento di carattere etimologico; il teologo André Wénin scrive: «Sarà forse un caso se, in ebraico, la radice del verbo yd’, “conoscere”, può prendere occasionalmente il significato di “sottomettere” e anche “umiliare”, significati attestati per la radice araba corrispondente?», in L’albero e il serpente (Gen 2-3), in Non di solo pane. Violenza e alleanza nella Bibbia, (Epifania della parola 6), EDB, Bologna 2004, 35-66, p. 40.

[6] L. Irigaray, Amo a te. Verso una felicità nella Storia, p. 122.

[7] Ivi, p. 120.

[8] Ibidem.

[9] Ivi, p. 107.

[10] L. Irigaray, La via dell’amore, pp. 104-105 (mio il corsivo).

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto