L’invenzione del caffè

A un certo punto sul tavolo non erano rimaste nemmeno le briciole.

          Le sette donne avevano consumato tutto. Svuotato i pacchi di pasta, razziato i sacchi di legumi, passato e ripassato i fondi delle scatole di biscotti, assaporato i torsoli della frutta, leccato i barattoli di marmellata.

          Vivevano nascoste. Segregate. Sette femmine, senza figli né mariti. Sette femmine in un sotterraneo con le pareti di tufo e un’umidità da impiccarcisi; un sotterraneo capace di custodirle dal segno secolare di una religione, cucita dalla violenza della Storia in forma di stella sui risvolti dei loro cappotti, come fosse un marchio infamante, come fosse una colpa, come fosse una denuncia, come fosse un ordine di sterminio.

          Sei di loro erano amiche di Edna. Una, naturalmente, era Edna.

          Per questo si trovavano nel sottosuolo ancora vive.

          Se non fossero state amiche di Edna, in una sera più stupida delle altre le avrebbero caricate su un autocarro insieme a un mucchio d’altra gente e le avrebbero portate chissà dove: a lavorare, sostenevano molti; a morire, presagiva qualcuno.

          Mica si stava bene là sotto. A turno si erano scoperte a pensare che morire sarebbe stato meglio di quel mangiare unghie e lacrime per sopravvivere. Da quanto quanto tempo, poi? E per quanto ancora? All’inizio i mesi li scandivano con i loro cicli mestruali che però si erano diradati fino a scomparire, cedendo alla fame. All’inizio non era stato così terribile. All’inizio il combustibile delle lampade era risparmiato dal buio, i cicli delle abluzioni obbedivano all’acqua fredda e soltanto la memoria della musica srotolava sul pavimento passi di danza mossi senza rumore. Però Alfredo, l’amante di Edna, portava cibo, acqua, vino e voci dal mondo.

          «Il caffè, Alfredo! Procuraci un po’ di caffè coloniale che di questo brodo d’orzo amarognolo non se ne può più».

          «Secondo voi là fuori beviamo caffè? Il coloniale non si trova da nessuna parte ormai. Senza contare che questo è autentico Frank Kafe: pura cicoria tostata. Altro che orzo e malto».

          Alfredo aveva due figli che studiavano ad Harvard e una moglie che stava sempre da qualche parte: in viaggio, in vacanza, alle terme. Tanto lui non l’amava. Amava Edna. Moltissimo. Si erano conosciuti nella pasticceria dove lei sedeva alla cassa e dove lui, prima di raggiungere lo studio di notaio, quasi ogni mattina faceva colazione con la bevanda della Fabbrica Italiana Surrogati e una pasta alla crema.

          «Perché non ordinate un caffè vero, notaio?» aveva chiesto un giorno Edna, porgendogli il resto.
          «È troppo forte. E poi dobbiamo sostenere la nostra industria nazionale».

          «Però volete mettere il gusto? Preferisco fare il mio dovere di italiana consumando i prodotti delle nostre colonie».

          Tutto era cominciato così. Alfredo ogni tanto spariva per periodi più o meno lunghi eppure sempre tornava a mangiare la sua pasta, a bere il suo surrogato, a corteggiare Edna. A lavorare nello studio di notaio.

          Tre anni passarono prima che, nel letto di un cascinale dell’Appennino bolognese dove certe volte si rifugiavano per fare l’amore, Alfredo le comunicasse: «Il medico; faccio il medico».

          «Il medico?» si era sorpresa lei. «Perché non me lo hai detto prima?».

          «Non lo so», aveva ammesso lui; e di nuovo l’aveva presa con quel modo passionale e irresistibile che aveva di accarezzarla ovunque.

          La fola del medico durò cinque mesi e quattro giorni. Di tanto in tanto, per giustificare gli appuntamenti disdetti all’ultimo momento, lui faceva cenno a certi turni suoi, cambiati per colpa del nuovo dirigente dell’ospedale. Edna aveva raccontato alle amiche di questa bizzarra rivelazione; qualcuna aveva insinuato che avesse una nuova amante ma siccome a Edna non importava avevano finito per non parlarne più.

          «Sono un ingegnere», aveva annunciato Alfredo cinque mesi e quattro giorni dopo; questa volta mentre mangiavano in trattoria.

          Lei si era infuriata. Allora Alfredo argomentò e sostenne a lungo, pazientemente, le motivazioni che avevano rese inevitabili le sue menzogne. E quando Edna si persuase non soltanto della sua professione d’ingegnere ma anche del fatto che per lui fosse stato finora opportuno ingannarla disse, con naturalezza e candore: «Sono un maestro elementare». Per poco Edna non era scoppiata in lacrime.

          «Sono un farmacista», aveva aggiunto Alfredo. «No, un chimico. Un geometra, un ragioniere, un giornalista». E quasi subito, crollando in un fiato: «Sono un pilota dell’aeronautica militare». La qualità compatta del silenzio gridò autenticità. «Svolgo missioni segrete. Pericolose. Trasvolate intercontinentali per faccende di estrema gravità politica». Si era messo a singhiozzare lui, a quel punto. «Perdonami, Edna». Lei lo aveva cullato, gli aveva accarezzato la testa, e dopo l’amore Alfredo, tra minuscoli baci sulle guance, le aveva sussurrato a un orecchio: «Non chiedermi mai chi sono, in cosa consiste il mio mestiere, che cosa faccio quando non sono con te. Non domandare nulla mai a nessuno, la verità non esiste. La verità è quello che noi crediamo che sia».

          «Io faccio la cassiera in una pasticceria. E questa è la verità».

          «Piccola, lo so: tu sei davvero convinta che sia così» aveva sorriso Alfredo con tenerezza, e quasi subito si era addormentato.

          Una delle amiche di Edna aveva frequentato l’istituto magistrale. Fu lei a rendere tutto chiaro una domenica pomeriggio in cui si erano ritrovate davanti a tè e ciambellone: «È un filosofo, Edna. Qualunque mestiere faccia, sei fortunata perché hai incontrato un uomo speciale».

          Probabilmente qualcuna di loro pensò piuttosto che Alfredo fosse appena un riprovevole ciurmatore; tuttavia non lo disse e nel frattempo i giorni già difficilissimi volarono verso il licenziamento, verso quell’obbligo assurdo di cucirsi la stella di Davide sugli abiti, verso la guerra e verso un sacco di altre cose incomprensibili e feroci.

          Qualunque mestiere facesse Alfredo, di sicuro possedeva un mucchio di soldi. Più di quanti ne servissero per campare e per metterne da parte. Gli incontri con l’amante avevano dovuto diradarsi, però le portava pacchi di viveri che lei divideva con le amiche inseparabili.
          «Riesci a recuperare un po’ di caffè?».

          «Ci provo, principessina viziata».

          La notte nel cuore degli uomini si moltiplicava, dilagava nei corpi, prendeva in ostaggio le menti. Cominciarono quei rastrellamenti di gente affastellata sui treni e portata lontano a lavorare. A morire, presagiva qualcuno.

          Fino al pomeriggio in cui Alfredo aveva ordinato a Edna di preparare una valigia con le cose più necessarie e per lei importanti: «Domattina alle quattro e mezza passo a prenderti. Mi raccomando, non dirlo a nessuno. Devi nasconderti. Il tuo nome è nella lista di quelli che espatrieranno a breve».

          «Per lavorare lontano?», aveva chiesto Edna.

          Lui aveva taciuto.

          «Per morire», aveva concluso lei.

          L’indomani nel luogo convenuto c’erano Edna e le sue sei amiche.

          Alfredo aveva bestemmiato Dio ed Edna si era beccata uno schiaffo. Dopo erano salite tutte sulla grossa auto nera, incastrandosi come contorsioniste, costrette a tenere gli occhi chiusi sotto la minaccia di venire scaricate direttamente davanti alla caserma da cui sarebbe partito il camion per la retata imminente.

          A occhi chiusi erano state fatte scendere dalla macchina e guidate dentro un posto con parecchi gradini da scendere, odore di muffa e pareti di tufo sulle quali lasciar scorrere i polpastrelli per orientarsi e per non cadere. Nessuna osò disserrare le palpebre finché Alfredo le autorizzò: «Adesso potete guardare». Da guardare però non c’era niente, a parte un tavolo, tre sedie, un materasso e una cucina economica. «Cerco di portarvi qualcos’altro. Forse già domani. Cuscini, tappeti, un paio di sedie. Se riesco, un altro materasso. Non di più, badate. Finirei per destare sospetti».

          La sera stessa Alfredo tornò con poche suppellettili e il divieto assoluto di avventurarsi ai piani di sopra perché la casa poteva essere usata dai mezzadri per certe faccende loro e il rischio di incontrarli avrebbe significato la morte: Alfredo stesso – giurò – le avrebbe denunciate ai nazisti. In quel regno ipogeo l’amante di Edna recava provviste e notizie sempre più orribili; lì le sette donne ridevano, litigavano, urlavano, piangevano, spettegolavano, sognavano, si disegnavano la riga dietro le gambe con la matita per il trucco per illudersi di indossare calze; lì videro Alfredo in divisa da gerarca una volta che non si diede pena di cambiarsi; lì constatarono che a un certo punto lui smise di farsi vivo.

          Si fecero molte congetture in merito, prima che l’inedia le sommergesse.

          Ogni tanto osavano salire le scale fino al piano terra ma, che si trattasse di ombre immaginarie o di persone reali, ciò che dai movimenti nella campagna circostante intuivano da dietro gli scuri le ricacciava nel buco.

Si dicevano che non si poteva continuare così. Si dicevano che era meglio la morte che mangiare unghie e lacrime. Si dicevano che avevano divorato pure le briciole e che l’acqua non sarebbe durata a lungo. Poi però tornavano a nascondersi.

          Fino al momento spasmodico in cui qualcuno al piano terra entrò davvero, gettandole nel panico. Si sentì da sopra la risonanza del chiavistello forzato e dopo un tramestio indistinto; voci, fruscii, respiri. Il terrore le avrebbe uccise se non fossero state frastornate dalla debolezza.

          Poco a poco il chiacchiericcio si rivelò per quello che era: il riverbero sonoro di un amplesso concitato.
    Seguì una quiete ordinata, durante la quale le donne sperarono che i due amanti capaci di spaventarle con la loro semplice voluttà si sarebbero dileguati così come erano comparsi.
    Invece la coppia, che aveva ceduto per un po’ al torpore, tornò a scambiarsi tenerezze.

          Lui disse «Ti amo».

          «Ti amo» rispose lui.

          Le sette femmine si guardarono con aria maliziosamente interrogativa.

          Una si toccò il lobo dell’orecchio con intenzione. Le altre ridacchiarono, più scuotendo il viso e le spalle che con il fiato.

          «Passerai a trovarmi?» chiese uno.

          «Certo» acconsentì l’altro.

          «Tutti i giorni?».

          «Due volte al giorno. Vieni, ti mostro com’è sotto».

          «Dimmelo ancora perché non posso abitare qua sopra. Non c’è anima viva nel raggio di chilometri. I mezzadri sono partiti per il fronte e le loro donne sono sparite chissà dove».

          «Non ricominciare, Simone. I patti erano che saresti rimasto nascosto e non avresti fatto domande. È l’unico modo che abbiamo per tentare di salvarti la vita. Siamo stati imprudenti a farci prendere dalla smania e lasciare l’auto sull’aia. Andiamo a recuperare il tuo baule, i libri e gli scatoloni di cibo. Ti aiuto a portarli nello scantinato e torno in città».

          Le donne, di sotto, ebbero agio di prepararsi a vederseli comparire davanti. Furono i due ragazzi, piuttosto, a quasi rimanerci secchi.

          Ciò che c’era da spiegare, se lo spiegarono in fretta. Con quella sincerità solidale dei momenti tragici della storia pubblica, a cui le vicende personali soggiacciono. Dopo, mangiarono e si ubriacarono perché il vino era tanto e sul tavolo c’erano rimaste solo le briciole quando il figlio di Alfredo il gerarca si accomiatò in fretta e promise all’amante ebreo che sarebbe tornato presto.

          Simone pianse, in piedi, con le spalle abbandonate al tufo sudato.

          La più giovane delle sette amiche non aveva ancora compiuto diciannove anni quando era entrata là dentro e non aveva mai avuto un uomo. Sentiva le amiche raccontarne, e i primi tempi era stata orgogliosa di quella sua castità davanti a donne che si erano date via, per amore dicevano, a uomini che non le avevano sposate e che in un paio di casi perfino le avevano costrette ad abortire. Ormai però il suo corpo che si sciupava gli era parso uno spreco, aveva cominciato a temere che sarebbe morta così, senza mai conoscere i trasporti che le altre raccontavano con allegria e desiderio, trastullando il ricordo nei dettagli. Il digiuno le aveva affievolito e spento la voglia ma adesso la sazietà e il vino la riaccendevano. Passava e ripassava davanti a Simone mentre le altre ridevano per certe battute crasse e si davano manate e si dimenavano come se sentissero tutte il medesimo ritmo tribale.

          «Guardami!» gli ingiunse tutto a un tratto. «Non sono bella? Non sono bella? Ti va di scopare? Di scoparmi?». Urlava, quasi. Si alzò la gonna e fece per afferrare la mano di Simone e portarla verso di sé. «Sono vergine. Senti? Vuoi guardare? Non vuoi scoparti una vergine?». Le gambe erano lunghe e magre, coperte di peluria bionda. Sciolse i capelli che le ricaddero addosso in un viluppo grottesco coprendo il seno che cercava, intanto, di mostrargli. Era stupenda e imbarazzante. Sensuale e ridicola. «Toccami, maledetto. Maledetto» continuava a gridare agitandosi a terra.

          Simone addrizzò la schiena, si appiccicò al muro. Edna se ne accorse per prima, prima che lui sbottasse: «Vattene». Fu colto da un attacco isterico, si divincolò, inciampò nel corpo di lei e si lanciò verso la parete opposta.

          La ragazza si rialzò e in un attimo gli fu di nuovo addosso: «Perché no? Perché no?» supplicava, avvicinandogli il seno alle labbra. Pareva impazzita e la follia la caricava di una forza altrimenti inspiegabile. Fu difficile aiutare Simone a sciogliersi dalla morsa e la giovane donna sbattendo i fianchi sul pavimento ebbe un orgasmo furioso. Quindi, come al termine di un baccanale, nessuno parlò più fino a che furono sopraffatti dal sonno.

          Forse era mattina quando si svegliarono. Simone vinse per primo la vergogna, si alzò e percorse i pochi passi che lo separavano dallo strato di vecchie coperte su cui giaceva la ragazza. Si inginocchiò, le cercò gli occhi e lei se li fece trovare. Erano uguali ai suoi. «Scusa» disse: «È così».

          «Non lo capisco», rispose lei.

          «Non lo capisce nessuno».

          «Io sì; io lo capisco» intervenne la maestra.

          «Anch’io» confermò un’altra.

          «Io invece no, spiegamelo per favore», lo incoraggiò la quarta donna. «Abbiamo tempo per parlarne».

          «Se c’è qualcosa che non manca qui, sono il tempo e le parole» precisò la quinta.

          «Spiegaci» lo esortò la sesta.

          «Non so da dove cominciare» sorrise Simone.

          «Dalla fine» disse Edna. «Dal sentimento che ti lega al figlio di Alfredo». Andò verso le cassette di provviste dei due amanti e ci guardò dentro, nella speranza di snidarne una latta di polvere scura. La scovò e si accorse che era davvero caffè, non cicoria o orzo. Lo annusò con lascivia e credette. Credette che il caffè e l’amore fossero le due più belle invenzioni dell’umanità. 


Francesca Guercio

Redazione

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