Treno in partenza al binario 2

Roma non è mai stata la mia città.

Ci sono solo capitato per caso. Mi ero lasciato Parma alle spalle, una vita da fuorisede circondato da universitari come me. Parma era una città che mi piaceva. Un po’ meno l’umidità, la parte più brutta. Circa nove volte su dieci all’anno. E poi ho deciso di cambiare facoltà, dopo due anni di Economia, al terzo anno ho deciso di iniziare Comunicazione. Risultato: ho cambiato città. Non c’ho pensato abbastanza prima di prendere una decisione e ogni tanto penso di essere stato affrettato, ma ormai è troppo tardi per pentirsene.

Son capitato in un quartiere in cui la puzza della spazzatura invade il mio corpo appena esco dal condominio e mi incammino verso la fermata della metropolitana, entra dal naso e la sento circolare nelle vene. Non mi lascia più. E spostarsi all’interno della città è un’esperienza mistica, un’avventura in cui bisogna lasciarsi andare senza pensare troppo agli orari, ai ritardi, a nulla. Altrimenti ci si avvelena, si rode il fegato. Maalox free per i residenti. E io che sono un banale fuorisede mi becco la gastrite. Odio questa città.

«Mentre aspettavo la metro per raggiungerti, un uomo si è buttato sotto i binari.»

C’ha impiegato un po’ per raccontarmelo.

Ieri mattina Lara era più silenziosa del solito. È la prima volta che rivede Roma da quando è tornata dai suoi. Le è mancata questa città? Non credo. Da sempre, c’è qualcosa in lei che la obbliga all’infelicità.

Ha deciso di mettersi in viaggio per non dover pensare più a nulla. Si è fermata una notte da me, il tempo di andare al mare e festeggiare il compleanno di Marika. Salutarci e poi… chissà.

Fino a un po’ di tempo fa era inevitabile passare del tempo insieme: le lezioni, tante serate alcoliche, pranzi e cene da me. Dormire nello stesso letto. Nient’altro.

Lara si è laureata e ha lasciato la città. Via. Quell’irrefrenabile voglia di mangiarsi il mondo, l’incontrollabile ansia di non essere nessuno.

Cosa farò della mia vita, adesso? è il dilemma di Lara. E io, che da tre anni frequento l’ultimo anno, dopo una facoltà fallita, cosa ne faccio della mia vita? A nessuno importa davvero, e nemmeno a me.

È questo il problema di Lara, si ritrova persa in un viaggio ancestrale che riguarda lei e basta. Io non posso unirmi.

A dire la verità, non ne ho più alcuna voglia. Non sopporto il suo modo che ha di diventare egoista nel dolore, di dimenticare che, magari, anche io potrei stare male in questo momento. Ma no.

Dal suo arrivo non mi ha neanche chiesto come andasse la mia vita.

Qualcosa è cambiato da quando ha lasciato Roma.

«Ti va di andare alla ricerca del relitto di Ostia?» le ho chiesto.

«Non esiste nessun relitto…»

«Non puoi saperlo se non andiamo a controllare… ci raggiunge anche Paolo» ho detto, mentre mi grattavo la barba.

Prendiamo la metro che ci porta al mare, da Basilica di San Paolo a Ostia, che chissà quando arriveremo. Orari così imprevedibili che i romani possono solo indovinare, tra un “Colpa della Raggi” e un “Colpa del Governo”.

Ci siamo accaparrati l’unico sedile libero, in una corsa contro il tempo d’apertura delle porte.

Mi sono seduto io, Lara sulle mie gambe.

Si è unito a noi anche Paolo, il mio collega. Davanti a me, era rimasto in piedi e iniziava a sudare. Vedevo macchioline sulla sua camicia bagnata che si appiccicava alla pelle. Lo osservavo controllare le braccia delle persone accalcate intorno a lui. L’ansia di essere toccato, mentre indifferente scrollava la home di Instagram.

Lara ama viaggiare in treno. Me lo ha confessato una delle prime sere in cui ci siamo conosciuti. Stavamo sul balcone di quella che un tempo era casa sua a guardare l’alba e lei giocava con una di quelle mollette dello stendino ormai rotta.

Le piace che il viaggio sia lungo, non sopporta le tratte brevi perché non le danno modo di prendersi il tempo che le serve per riflettere. Come in quel momento, mentre osservava il mondo fuori dal finestrino e sembrava aver dimenticato di essere su di me. La signora seduta accanto a noi stava dormendo. Una di quelle magroline quarantenni, occhiali da vista ovali, qualche capello bianco. Russava. Divertito, ero alla ricerca dello sguardo complice di Lara. Spenta.

«Oh, fra’, guarda questa» Paolo mi aveva mostrato una ragazza su Instagram che non conoscevo. Solita foto in costume nel bagno di casa. Nemmeno lui aveva idea di chi fosse.

E questo mondo mi aveva messo tanta tristezza da sbloccare il mio cellulare, cercare l’applicazione e cancellare il profilo. Ne ero sicuro? Sì, eccome.

Siamo andati alla ricerca del relitto sulla costa. La prua di una nave abbandonata a sé stessa, ad arrugginirsi, e nessuno a guardarla o salvarla. No, non esiste nessun relitto su questa spiaggia. È di Lara che parlo.

Con Paolo siamo riusciti a intrufolarci in un pezzo di spiaggia isolata, oltre un limite che nessuno osa varcare. Abbiamo scavalcato un guardrail e, tra rovi e spine, siamo riusciti a trovare una sorta di passaggio segreto.

Lì vicino, un uomo viveva nell’incavo di un ponte. Circondato da rimasugli trovati nella spazzatura, era già in postazione da pesca ma senza una canna.

Ci siamo sistemati poco distanti da lui.

«E quindi conoscerete il nuovo ragazzo di Marika?» ha chiesto Paolo.

«Chi?» risponde Lara.

«Gian qualcosa… non ricordo, onestamente.»

«Io non ne sapevo nulla…» ha detto, con un filo di voce.

«Te lo ha detto ieri, sei tu che non ascolti» l’ho ammonita, crudo.

Mi era sembrata sul punto di piangere.

Uno dei primi segreti che mi ha confessato riguarda il suo carattere reticente. Prova difficoltà nel fare amicizia, sin dal primo Ciao sente come una strana paura di perdere quella persona, e che, se mai dovesse succedere, sarà sempre e solo lei a soffrirne. Eppure, una volta conosciuta, riesce a riempirti la vita. Tra serate, musei, cinema, teatro… Non sa stare ferma eppure non sopporta avere troppe persone intorno. È un controsenso, il più delle volte.

Abbiamo sistemato i teli da mare, uno accanto all’altro, io in mezzo.

Ho guardato ancora una volta quell’uomo strano, per poi posare lo sguardo su Lara, adesso in costume, mi è sembrata più magra. Ha due fossette sulle spalle che non ho mai notato prima. Giocano a nascondino dietro i suoi capelli chiari.

Ogni tanto, l’uomo si è voltato per controllare noi tre che, sulla spiaggia, prendevamo il sole.

«Tu non verrai stasera?» ho chiesto a Paolo.

«Non lo so, frate’. Un po’ mi secca.»

Lara ha tirato fuori un libro.

«No, zia, ma molla…» ha detto Paolo.

E lo ha detto mentre, ancora una volta, guardava le foto su Instagram. Per quale cazzo di motivo l’ho invitato al mare?

Lara gli ha lanciato una pietra, piccola come una biglia, e ha centrato il suo ombelico. Finalmente ha sorriso.

Tra una pagina e l’altra, si era persa dentro Gita al faro e dimenticata di noi. Voltava la schiena al sole, sui gomiti a leggere. Dall’arrivo in spiaggia, non mi aveva ancora parlato. Non lo faceva più.

«Che poi… prima mi sono cancellato da Instagram.»

«Perché?» aveva alzato gli occhi dal libro, giocava con la sabbia e incrociava i polpacci. Si era voltata leggermente dalla parte del mio telo. Non mi guardava ancora.

«È un mondo inutile, ho intenzione di cancellarmi anche da Whatsapp.»

«E come potrò sentirti quando cambierò città…» era scattata in piedi per andarsene, non era disposta ad ascoltare la mia risposta, le mie motivazioni.

Qualcosa, dentro, mi diceva che la vita di quello sconosciuto vicino a noi, avesse un significato che in quel momento mi sfuggiva. Un senso che nel mio civilizzato modo di stare al mondo non avrei mai potuto mai trovare.

Lara aveva iniziato a passeggiare lungo il bagnasciuga, la osservavo con la coda dell’occhio. Si era seduta poco distante e fissava i suoi piedi nascondersi sotto la sabbia che le onde spostavano. Con le mani sui fianchi, respirava lenta. Sconfitta.

Mi era mancata tanto ma quella ragazza non era la Lara che ho conosciuto. 

Aveva i capelli verdi, era la prima cosa che avevo notato mentre la ascoltavo parlare al telefono con un’amica. 

Mangiavo un tramezzino e l’odore dei freni del treno mi aveva proprio disgustato. Lei sembrava non farci caso. Mi guardava ma sembrava non vedermi.

Parlava di una festa. Rideva.

Ignorava il resto del mondo intorno a lei. E io, vittima della mia continua autoanalisi di ciò che mi circonda, quasi la ammiravo.

E chissà se adesso ha intenzione di tingerli di nuovo di verde. Non lo sa nemmeno lei, altrimenti lo avrebbe già fatto.

Paolo ha preso delle pietre lisce, di quelle da lanciare sulla fronte del mare. L’ha raggiunta.

Qualche mese fa uscivano insieme. Una, due volte e poi la storia è finita lì. Paolo non si era più fatto vedere o sentire, era tornato con la sua ex. Lara, completamente immersa nei suoi progetti, voleva andarsene da questa città, doveva laurearsi a tutti i costi.

Che è determinata, lo avevo già capito. Quanta forza fosse in grado di mettere insieme, mi è stato chiaro solo dopo. Ma dove sia finita quella forza, adesso, non mi è affatto chiaro.

In certi momenti è come se sentissi l’estremo bisogno di una solitudine primordiale, l’eterno silenzio esistenziale. La comprensione degli altri è qualcosa che non cerco, è una cosa che non mi appartiene.

Quella viziata maschera sofferente che Lara si è dipinta in faccia mi dava sui nervi. L’aria drammatica non le si addice affatto. Le voglio ancora bene, ma non la sopportavo. Sono pessimo.

Ho fatto la rinuncia agli studi.

Non l’ho ancora detto a nessuno. E Lara, anche volendo, non potrebbe indovinarlo.

Paolo l’ha presa in braccio, di peso. L’ha trascinata in acqua.

Lei rideva, si dibatteva. Esisteva.

Li ho raggiunti.

La sera siamo andati da Marika. Alla fine si è deciso anche Paolo, non molto entusiasta. Non era una vera e propria festa.

«Ma la sentite anche voi questa strana puzza?»

«Di cosa?»

«Non lo so… di pesce, forse.»

«Ma che stai a di’, Marika. Sono Mattia e Lara, è puzza di Ostia.»

«‘A scemo, c’eri pure tu con noi.» Lara lo ha spintonato, o almeno ha cercato di farlo. Lui non si è spostato di un centimetro.

La città iniziava a svuotarsi, i pochi studenti rimasti oltre la fine della sessione estiva invadevano le scalinate di piazza Bologna, gruppi di ragazzi seguivano la tacita stratificazione sociale, in fila per entrare a bere qualcosa al Flamingo, per fighettini, o al Meeting, più economico.

Tra di loro, i nostri amici sapevano distinguersi dalla massa con due bottiglie di vinello comprate al Carrefour.

L’eco di una qualche via intasata dal traffico rimbombava dai tombini in cui distrattamente Lara cascava. Era altrove. Dal suo arrivo, il suo morale era fiacco. 

Ancora sconvolta dal suicidio in metro.

Il peso del mondo sulle spalle, la stanchezza di chi è a un passo dalla morte. Starle vicino, in questi momenti, è sempre rischioso.

«Non la capisco proprio» ho detto a Paolo, senza farmi sentire da Lara.

«Lei direbbe la stessa cosa di te, frate’. Possibile che nun te dai ‘na svegliata?»

E poi ho sentito un amico di Marika fare quella domanda a Lara: «Dove vorresti andare?». 

«Da qualche mese vorrei andare in Valle D’Aosta, anche solo per una settimana…»

E Marika l’ha un po’ presa in giro perché è in viaggio ma senza meta, sta improvvisando. Lei e quel modo buffo che ha di sfuggire da ogni città.

Non era molto tardi ma mi sentivo stanco, volevo rientrare a casa. Quel compleanno mi è sembrato una serata qualunque. «Se vuoi ti lascio le chiavi, così puoi fermarti ancora un po’.»

«Tu vuoi andare a dormire, torno a casa anch’io.» E ha aggiunto: «Portami via».

E la sera, prima di andare a letto, devo serrare ogni cosa. Non una minima luce deve riflettersi contro le pareti della mia camera. Trattengo la tenda con la prima anta della scarpiera verticale, accanto alla finestra, il mondo non può entrare.

Lara, invece, ama dormire con la finestra aperta. Svegliarsi e ritrovare il cielo in camera. Accettare quel buio infernale è un chiaro segno di quanto mi voglia bene.

Per tutta la notte non ha fatto altro che piangere, singhiozzava nel tentativo di trattenere lamenti convulsi. 

Ho finto di dormire. E così non ho voluto dirle nulla.

Alcune volte sono proprio un verme.

La mattina ho continuato a far finta di niente.

«Lo vuoi anche tu il caffè?» le ho chiesto quando mi sono alzato per fare colazione.

Non mi guardava, ma annuiva.

«E allora devi alzarti.»

Ha preso la mia mano per attirarmi tra le lenzuola. Ha appoggiato la testa sulla mia pancia, sotto le costole. Stavo attento a non schiacciarle i capelli con il gomito, quei lunghi capelli una volta verdi.

Si è stretta tra le lenzuola, sempre più piccola. «Pensare che una persona sconosciuta, a pochi metri da me, abbia pensato di suicidarsi in maniera così decisa da iniziare a camminare e cadere sui binari… il ritorno in questa città è stato come un battesimo di fuoco.»

«Ti stai lasciando ossessionare da quel ricordo.»

«Più lo racconto, più sembra riguardarmi. È come se quella persona fosse un amico o un parente, come se da un momento all’altro dovessi andare a un funerale informale o vestirmi di nero.»

«Secondo te fanno funerali informali per i morti suicidi?»

«Be’, in chiesa non si può…» Fa una pausa e aggiunge: «Vorrei sapere il suo nome, se era maschio o femmina… sapere qualcosa».

«Meglio non sapere nulla, non credi? Cosa cambierebbe?»

«Tutto… o niente. Tanto vale provarci però.»

Si volta verso di me, mi guarda da sotto il mio naso. Ha una ciocca di capelli che le scivola sulla guancia e provo l’istinto di spostarla dietro l’orecchio. Non lo faccio.

Continua: «Va bene così, saprò andare avanti, magari non adesso».

«Ma devi per forza farne un dramma?» Una brusca risposta impulsiva. Non era mia intenzione ferirla ma, in un certo senso, c’ho provato, ho pensato di scuoterla così. Nel suo sguardo riconosco l’odio atavico del silenzio. Di chi, con poche parole, adesso, cercherà in tutti i modi di ricambiare il dolore.

«E tu?»

«Io cosa?»

«Tu me lo dici cosa ti prende?»

Aspettava questo, aspettava il momento giusto per farmi la fatidica domanda.

«No, non è il momento, alzati. Il caffè. Hai un treno da prendere, no?»

Ho accompagnato Lara alla stazione.

«Niente metro, però» ha detto.

L’autobus, l’ennesima quotidiana avventura romana, la promessa che l’attesa sarà più piacevole del viaggio stesso. Un mezzo che sembra andare avanti a insulti.

«Stamattina, mentre stavamo a letto e ti raccontavo del tipo in metro, mi hai detto che non era il momento… ma il momento per cosa?» ha chiesto Lara.

«Per fingere di essere ancora due amici che parlano.»

«Sei tu che mi stai allontanando. Prima i social, adesso Whatsapp. Da adesso in poi dovrò spedirti una lettera?»

«Sto addestrando un piccione, magari ti è utile.»

«Che amici siamo io e te?» Lara ha un nodo in gola.

«Non lo so, forse non lo siamo più.»

«Perché?»

Non ho risposto. Siamo scesi a Termini.

Mi ha salutato davanti al piazzale, non voleva che io l’accompagnassi dentro.

«I saluti alla Via col vento mi fanno schifo.»

Sulle spalle, uno zaino che pesava più di lei. Sempre più magra.

Ho guardato i volti confusi delle persone sconosciute che incrociavo, pronte a correre verso i binari. Il gracchiare di una voce metallica che avvisa i viaggiatori di un treno in arrivo, il rumore che fanno le ruote delle valigie, irritante e magnetico. Biglietti e cellulare in mano, tutti quanti pronti ad affrontare le porte del gate.

Mi sono soffermato su una donna con un bambino, non lo teneva per mano. E il bambino stava poco distante da lei, ma giocava con una palla.

Ha dato un calcio e il pallone si è perso tra le ruote delle valigie in corsa e i passi di chi non guarda dove mette i piedi da un pezzo. Il bambino ha iniziato a ricorrerlo. Davanti a lui, due bambine correvano sui pattini. Si era meravigliato di fronte a quella visione. Stava scoprendo il desiderio. Stava scoprendo.

E a me è mai successo? Quand’è stata l’ultima volta che mi è capitato di sorprendermi del mondo? Meraviglia, stupore, paura… Sono ancora in grado di emozionarmi?

E il mondo ha preso a girare più lentamente, mi sembrava di sentir rallentare anche il mio respiro. Nulla è mai stato così chiaro.

Succederà ancora.

Forse è proprio per questo che ci siamo incontrati: per comprendere un messaggio nascosto e separarci, senza via di ritorno.

Se avessi saputo prima il significato delle parole di Lara, io…

Vorrei chiamarla per spiegarle cosa ho appena visto, ma al telefono… si complica tutto, sempre.

Al telefono, sempre.

Quel cellulare e quei continui bip. Il vuoto morto della mia vita.

Se avessi saputo prima come sarebbe andata a finire magari con Lara non sarei andato oltre quel Ciao. Tutti quei giorni passati insieme, per quale motivo?

E ci siamo tolti tutto, soprattutto il tempo. E così ho deciso che è arrivato il momento di scappare. Cosa mi trattiene qui, in fondo?

Sono rientrato a casa. Pochi vestiti di ricambio nell’Eastpack. Sigarette? No. Cellulare? Magari… no.

Lo lascio nel primo cassetto del comodino.

Lungo la strada mi assale il dubbio: E se mi succedesse qualcosa? Cosa m’importa. Lasciare un posto di cui ne ho abbastanza per andare in un posto in cui non dovrei essere. È la stessa storia di sempre.

Ritorno in stazione, studio lo schermo dei treni in partenza, scelgo la meta… Trieste. Senza un motivo preciso. È l’istinto a dirmelo. Pago il biglietto. Il treno è in partenza. Corro.

E quando torno? Magari mai.

E come sto? È il mio battesimo di fuoco.

Sentirsi leggeri, impauriti, liberi di essere. La sensazione di fermarsi, tornare indietro sui propri passi, la voglia di andare avanti e correre, correre come sui pattini mentre un bambino mi guarda e sembra dire: «Oooh!».

Ho bisogno di meravigliarmi, soprattutto di me. Sorprendermi di ciò che mi circonda, ancora una volta.

Che odio questa città non è mai stato un segreto. Avrei potuto scegliere un altro posto, volevo la Capitale, desideravo sentirmi una formica in mezzo a persone come me o diverse da me. Non essere più io ma nessuno in mezzo a tanti. C’ero riuscito. Obiettivo raggiunto.

L’ennesima università fallita, amicizie per la vita che termineranno non appena mi lascerò tutto alle spalle, una casa che non mi è mai appartenuta. Ci saranno altre tende a coprire il sole, altre notti in cui fingerò di dormire. Senza Lara, sì.

Sono davvero un nessuno.

E Roma non ha più niente da offrirmi.

Corro, felice e in preda all’adrenalina che continua a salire. Non ho più nulla, mi son liberato di tutto. Delle preoccupazioni, soprattutto. Non dovrò spiegare a nessuno quello che è successo, semplicemente perché saranno in grado di trovare le risposte da soli. Se non ci riusciranno, pazienza. Lara? Sopravvivrà, dopotutto. Saprà cadere in piedi e andare avanti, nuotare nel suo silenzio senza mai annegare. Mi mancherà? Per nulla. Restano i miei vecchi, i miei genitori. Li chiamerò quando sarò arrivato a destinazione, forse. Avrò bisogno di tempo prima di farlo. Ho bisogno di più spazio, allontanare tutti, non avere nessuno intorno a me. O, almeno, nessuno che abbia bisogno di me.

Come posso aiutare chi mi sta intorno se non sono in grado di salvare me stesso?

Tanto vale provarci, però.

Vedo il controllore fischiare la partenza ed è lui la mia meta. Salto sulla sua stessa carrozza e si chiudono le porte, il treno è in partenza.

«Biglietti, prego!»

Non mi sono nemmeno seduto, ho ancora il biglietto in mano e, tramortito, glielo cedo. Gocce di sudore scivolano sugli occhi come lacrime. Di felicità, certo.

È possibile avere un infarto prima dei trent’anni?

«Hai sbagliato treno.»

«Cosa?» chiedo.

«Il tuo biglietto è per Trieste» lo guardo stralunato. «Regazzì, questo mica va a Trieste. Porta a Milano Centrale. Dovevi prendere il treno al binario 2. A prossima vorta nun te confonne, ti faccio scendere alla prossima fermata.»

Solo adesso comprendo il battesimo di fuoco, mentre Lara cammina lontana, verso una città che non posso davvero raggiungere. Non sarò io a salvarla. Da sé stessa, poi.

Penso alla sua valigia, al bagaglio di tristezza che le pesa sul cuore.

Un cartello, Roma Tiburtina.

Lara, quante cose non ci siamo detti di noi?


Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorre il suo tempo libero tra le pagine JD Salinger, Raymond Carver, Richard Yates o Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

Redazione

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