Vai a dormire, tanto non muoio

Negli ultimi tempi, ogni volta che non risponde al telefono, è convinta che sia morto. È morto da solo e lei non c’era. Il fiato corto dopo il terzo squillo a vuoto: sospesa.

Potrebbe telefonare alla vicina ma sono le 3.30 di notte… sveglierebbe tutti.

Cazzo, Diego, dimmi che non rispondi solo perché ti stai facendo una sega e non vuoi lasciare tutto a metà.

«Pronto?».

La sua voce attraversa la cornetta. È ancora calda. Suadente. Come quando si sono conosciuti allo Sporting Club. Un caso fortuito aver raggiunto il bancone del bar proprio mentre lui stava dando l’ultimo morso a un tramezzino con l’insalata di tonno. Una benedizione essere amica dell’istruttore che li aveva presentati. Da quel giorno sono passati ventisette anni, otto mesi e undici giorni. Aveva iniziato a contarli subito, appena le aveva detto che era stato un piacere conoscerla, quando Tiziana aveva pensato che con uno così sarebbe durata due, tre settimane al massimo. E invece no. Non se l’era più tolto dalla testa e neanche Diego, tanto che per l’estate aveva programmato quindici giorni di vacanze insieme a Santorini. Ma lei niente, gli aveva urlato in faccia che era troppo presto, che di lui non si fidava, perché sulla rubrica del fisso teneva troppi nomi di compagni di calcetto che lo chiamavano a ogni ora del giorno e della notte. Allora Diego si era risentito e aveva deciso di partire lo stesso. Da solo. Tiziana per tutta risposta lo aveva mollato. Due volte. Avevano fatto l’amore due volte da quando lui aveva provato a riprendersela. E Tiziana non aveva capito se sarebbe finita lì o se avrebbero ripreso a settembre. Di lui le rimaneva solo uno stupido numero di telefono che avrebbe squillato a vuoto. Lei a Roma da sola e lui che probabilmente rimorchiava tedesche ubriache a Perissa. Alla fine però Diego non era partito, anzi, si era andato a nascondere sull’Aurelia, allo sfascio del Cassetta. Il Cassetta era uno apposto, uno che non faceva domande e lo avrebbe aiutato a mantenere il punto con la sua donna. Peccato che Diego si fosse fatto beccare a spiarla dopo neanche quattro giorni di permanenza tra marmitte e paraurti arrugginiti. Neanche a dirlo, una volta scoperto, Tiziana lo aveva invitato subito a trasferirsi da lei. Per sempre.

Così, dopo qualche anno di fidanzamento ufficiale e il matrimonio, erano andati a stare nella villetta dei genitori di lei, a Rieti. Figli non ne erano venuti, ma a nessuno dei due aveva mai pesato il fatto di non sentirsi chiamare mamma e papà. Lei infermiera all’ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma, lui perito informatico all’aeroporto di Fiumicino. L’emergenza sanitaria nel marzo del 2020, dopo anni passati insieme a condividere tutto, tra orari impossibili e faticosi ricongiungimenti, li aveva costretti a vivere in comuni diversi e da allora l’appuntamento telefonico notturno era diventato il momento più atteso dalla giornata.

«Mi stavo preoccupando».

«Mi mancava l’aria, non riuscivo a rispondere».

«Appena finisco il turno parlo con il dottor Todesco se vuoi».

«Sì… va bene».

«Hai febbre? Raffreddore?».

«Non lo so… ieri stavo bene, oggi non respiro».

«Ho capito. Magari vado a cercarlo subito e ti richiamo».

Abbassa il tono della voce. «Non ti preoccupare, ci sentiamo domani».

«È già domani, Diego».

Ride.

«Vai a dormire, tanto non muoio».

Abbassa. Tiziana rimane ancora un attimo con il cellulare attaccato all’orecchio e poi avanza lungo il corridoio. Nella stanza delle infermiere si ride. Quando non c’è lei fanno sempre il cazzo che vogliono. Meglio così, almeno qualcuno si diverte. Gira a sinistra. Una specie di cosmonauta bianco le viene incontro ciondolando. Certamente sa chi è, ma con questi Dispositivi di Protezione Individuale non si riconoscono più nemmeno tra colleghi. Ha lo stesso colore di occhi che ha suo marito. Azzurro tendente al turchese. Una piccola cicatrice cheloide gli attraversa una palpebra. Deve essere quell’infermiere giovane arrivato da Brescia la scorsa settimana. Lei accenna un sorriso. Il cosmonauta la supera come se non esistesse. Come se gli fosse appena passato accanto un fantasma. Avanza. Una donna dorme a pancia in giù. Quella della 124. Quella a cui ha dovuto sistemare il ventilatore polmonare. Di Trastevere. Com’è che si chiama? Quella che si è fatta passare il gatto al telefono. Altra stanza. La 130. Centotrenta, morta, lo so. Apre la porta. È morta. La signora Salveti è morta. A bocca aperta. Morta. Tiziana si avvicina. No, non è morta. Respira a fatica. Piano. Come Diego. Ogni volta stessa storia. Ogni volta che non risponde al telefono sono convinta che è morto. Fa troppo freddo in questa stanza.Bisogna chiudere. Quella cretina di Samantha non c’è proprio con la testa. Tiziana l’ha sempre detto che il diploma da infermiera l’ha preso con i punti del detersivo. Ma ti pare che una paziente con la polmonite la fai stare in camera con la finestra aperta? Prima o poi deve dirglielo. Anche a costo di mandarla via. Esce dalla stanza e chiude la porta.

Ahhh. Sei minuti. Mancano solo sei minuti alla fine del turno. Che giornata di merda. Guarda fuori dalla vetrata del corridoio. Roma è vuota. Mai vista così. Devo cercare Todesco. Non l’ha mai visto Todesco. Qualcuno, non si ricorda chi, le ha detto che è molto bravo. Chi gliene ha parlato? Continua a pensarci. Non importa. Va verso la porta del suo ufficio e bussa. Todesco è dentro, la fa passare. Legge il suo cognome sul tesserino sistemato all’altezza del petto e poi parla.

«Dica, Valanzano».

Tiziana spiega brevemente i sintomi di suo marito. Il dottore le chiede da quanto tempo lo sente respirare a fatica, ma lei non sa rispondere precisamente, racconta che potrebbe essere da ieri, da oggi o chissà da quando: «Mio marito è un gran fifone, minimizza tenendo anche me all’oscuro della sua salute, dottore». Figuriamoci adesso con questo virus. Todesco guarda Tiziana e le suggerisce di tornare a casa almeno per stanotte, lei sorride e lo ringrazia. Un sorriso che attraverso la mascherina non gli arriverà mai. C’è un gran lavoro da fare in reparto. Molti sono stremati. Il tempo di accertarmi che stia bene. Continua a ripeterselo come un mantra. Va a cambiarsi. Raccoglie le sue cose dall’armadietto e pesca dalla borsa le chiavi della macchina. Prima di uscire fa un breve cenno col capo a una collega con cui condivide spesso i turni di notte. Poi prende il cellulare e compone di nuovo il numero di Diego. Numero non disponibile. E se…? Non ci voglio neanche pensare. Raggiunge il parcheggio più in fretta che può. È primavera ma fa un freddo siderale. Sposta il sedile in avanti, mette in moto e parte. Corre. Prima sulla A91, poi sulla Salaria e alle 4.56 è a casa. Apre la porta, il corridoio è poco illuminato. Da qualche parte arriva il bip bip della radiosveglia di Diego. Tiziana passa accanto allo sgabuzzino dove è in funzione la lavatrice e vede che a terra ci sono tre o quattro camicie ancora da lavare. Il sudore inizia a imperlarle la fronte, la bocca è impastata dalla sua stessa saliva. In fondo al corridoio combatte l’oscurità della sua paura e continua ad avanzare traballando come se avesse paura di trovare qualcosa che non vuole vedere quando entrerà in camera da letto. Un ultimo passo e accende la luce. Lui non se ne accorge. La sagoma di suo marito è distesa sul letto. Diego... Lo guarda. Gli occhi, sprofondati dentro due pozze oscure, fissano il soffitto con le labbra spalancate e il viso rilassato di chi ha appena smesso di vivere.


Ilaria Salvatori è nata a Roma nel 1991. Ha un diploma in Arte Drammatica e una laurea in Cinema e arti della visione che spera possano aiutarla a rendere la sua passione per la settima arte, un mestiere. Nel 2016 vince il Premio letterario HOMBRES Itinerante con il racconto Adolfa e il Pirata, uscito anche sul numero 9 di Carieletterarie. Altri suoi racconti sono stati pubblicati su Crack Rivista, Formicaleone, Grande Kalma e Racconticon. Dal 2021 collabora con alcuni web magazine scrivendo di cinema, musica e letteratura. Ha paura di tutto ma solo Stephen King la spaventa.

Redazione

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