Gennarino l’aporia

Era stata una giornata come tante. Nulla lasciava presagire che, di lì a poco, mi si sarebbe rivelata la natura del Tutto.

Mi stavo accingendo, come ogni sera, a chiudere serranda e finestra, quando sentii gridare: «No, dai!».

Sembrava proprio dicessero a me.

Abitavo al primo piano. Girai lo sguardo a destra e a sinistra: non c’era anima viva, se non due adolescenti che, come nella poesia di Prévert, si baciavano in piedi contro le porte della notte. Non c’erano per nessuno, figuriamoci se dicevano a me.

Feci per abbassare la serranda, e di nuovo sentii una voce: «No, dai, per favore. Stasera no!». Stavolta però, oltre a sentire, avevo visto: a parlare era stato il ragazzo baciatore, ed era proprio con me che ce l’aveva.

Mi si avvicinò e aggiunse: «Solo per stasera, ti prego, non abbassare la serranda».

La richiesta mi lasciò un po’ interdetto, tant’è che, per automatismo, stavo risollevando la corda. Poi mi scossi: «Bello, mi sembrava tu avessi di meglio da fare che occuparti delle mie luci e vedute», risposi.

«Appunto», disse lui.

Gli serrai le ante della finestra in faccia.

Non riuscivo a dormire, continuavo a pensare: che catastrofe questi millennials! Dico io, stai per limonare contro le porte della notte e vieni a sfottere me?

Poi presi a rimuginare sul fatto che avevo appena formulato un pensiero da matusa: adesso sì che potevo dire addio al sonno.

Il giorno dopo ero alle prese con i soliti ordinari affanni: il lavoro, gli spaghetti al sugo pronto, il Nelsen piatti. Morivo dal sonno, così, dopo pranzo, decisi di coricarmi.

«E no, dai, pure a quest’ora no!».

Ancora lui. Impedirmi di abbassare la serranda sembrava la sua preoccupazione principale.

Ero stanco e lo trattai un po’ male. Quello mi si avvicinò, tutto intimidito, e si scusò. Mi disse che, insomma, in quel modo non poteva continuare a vivere. Ogni volta negli interstizi tra un’apparizione e l’altra, tra una comparsata e l’altra, nella mia vita.

Gli chiesi come si chiamasse.

«Gennaro», rispose.

«Ok, Gennaro, io sono Eduardo, piacere. Senti, mi sembri un po’ stressato. A scuola avete uno psicologo? Perché non ti fai una chiacchierata con lui? Non ti devi vergognare, sai, capita a tutti di sbroccare un po’, di avere bisogno di un sostegno. Ti fai qualche canna, per caso?».

«No. Lei è del tutto fuori strada».

“Lei”? Gennaro stava già dimostrando un’innata capacità di irritarmi.

«Dammi pure del tu. Sapevo mi avresti risposto così. Tutti hanno un po’ di resistenza al pensiero della…».

«No, no. Davvero. Solo che non ti posso spiegare. Almeno non così, per strada, attraverso la finestra. Perché non mi fai salire e parliamo con calma?».

Farlo salire? Quello stava fuori come un balcone, sarebbe mica stato pericoloso? Nah, mi dissi, non aveva l’aria di uno pericoloso. E poi mi compiacqui all’idea di aiutare un adolescente in difficoltà, così aprii il portone. Prima però gli chiesi: «E la tua ragazza? La lasci sola?».

«Tanto nel frattempo scompare», rispose lui.

Lo accolsi in casa, anche se ormai era chiaro che gli mancava qualche rotella.

Da come argomentava, capii che il suo non era un delirio sconclusionato: se di delirio si trattava, doveva essere di quelle psicosi paranoidi che partono da un presupposto erroneo per poi costruirvi sopra una concatenazione logica di conseguenze perfettamente coerenti.

«Se un albero cade nella foresta e tu non lo vedi, è caduto davvero?», esordì.

«Sì, Genna’, è caduto davvero».

«E qui ti sbagli. E non sai quanto. Quell’albero esiste solo se lo vedi. Esse est percipi. È il tuo Io che lo produce, secondo un procedimento dialettico che dall’Io rimbalza al Non-io e poi, nel momento di sintesi, Tathandlung! L’Io oppone, nell’Io, ad un Io un Non-io. Crea tutto l’ambaradan, insomma».

Quel Gennaro, con tutta evidenza, si lasciava suggestionare un po’ troppo dalle lezioni di filosofia.

«Diamo pure per buono che l’Io,passando per il Non-io,trova pure il tempo per creare l’ambaradan che dici tu. Il punto è: a te che te ne frega?», dissi.

«Come che me ne frega? Io voglio pomiciare! Io sono come l’albero: se non mi vedi non esisto, e se non esisto non pomicio! Ogni volta serri porte e finestre proprio quando sto per andare al sodo!».

«Quindi mi stai dicendo che non esisti».

«Non hai capito niente. Al contrario, se tu mi vedi o senti, o comunque percepisci, io esisto: vivo, desidero, mi emoziono, bacio e vado giù di lingua».

Gli poggiai una mano sulla spalla e gli proposi un succo di frutta. Vi avrei sciolto una trentina di gocce di ansiolitico e avrei accompagnato il ragazzo al pronto soccorso.

«Non mi credi?», fece lui.

«Gennarì, con tutto il bene: ti rendi conto che stai vaneggiando?».

«No! Ragiona: come faccio a conoscere Berkeley, la dialettica e il Tathandlung?».

«A scuola».

«Faccio ragioneria. E poi Ficthe si fa all’ultimo anno e io ho quindici anni».

«Te ne avranno parlato».

«Non ho le griglie mentali per comprenderlo. Sei tu che poni di questi concetti dentro di me, quando mi crei».

«E tutti gli altri? Perché non smettono di esistere, loro, quando non li vedo?».

«Smettono pure loro».

«E perché non me lo dicono?»

«Perché è così che funziona il fatto. Se te lo dicessero non funzionerebbe».

«E perché tu me lo hai detto?».

«Perché sono un’aporia. Eh, lo so, lo so. Mi faccio un sacco di complessi per questa cosa».

«Capisco. E non potresti farti percepire da qualcun altro mentre io dormo, invece di rompere il cazzo?».

«Mi sa che non sono stato chiaro. Un albero cade nella foresta solo se tu lo vedi. Sei tu che crei l’universo, e io ne faccio parte se, e solo se tu mi crei mediante la tua coscienza. Sei tu il fulcro dell’Essere. Quindi, per cortesia, quando mi vedi in situazione intima, non relegarmi nel nulla».

In quel momento la verità mi apparve in tutta la sua nitidezza. L’argomentazione era stata molto persuasiva: Io ero il fulcro dell’Universo! E in culo a quello stronzo del mio caporeparto!

Ringalluzzito dalla nuova consapevolezza, e in fin dei conti grato a Gennaro, acconsentii alle sue richieste. «Va’ e ama», gli dissi.

Mi posi soddisfatto alla finestra. Lui limonava duro e mi mostrava il pollice in su dietro le spalle della sua partner.

Fu un grave errore.

Quella storia si risolse in una vera schiavitù: Gennarino pretendeva che gli telefonassi in continuazione, a ogni ora del giorno e della notte, aveva gli ormoni a mille e voleva esistere. E quando faceva petting pretendeva guardassi: voleva esistere come ente dotato di corpo oltre che di voce.

In breve tempo mi portò all’esasperazione.

Però che brama di vita, che avidità di esperienze e che potenza sessuale! “Essere, essere, essere!”, gridava quel corpo adolescente, altro che gioventù nichilista. Che fosse un parto dell’Io o del Non-io, non potevo certo negargli la vita e l’amore.

Io frattanto avevo un po’ modificato il mio modo di rapportarmi al prossimo. A lavoro mi chiudevo in bagno e buonanotte a tutti, lasciavo che il turno passasse così. Certo, forse rischiai il posto ma avrei sempre potuto crearmene un altro: ero diventato imprenditore di me stesso. Sempre che fossi riuscito a mettere un po’ di distanza tra me e Gennaro, che ormai monopolizzava il mio tempo.

Nel frattempo, la fidanzata lo aveva lasciato, e lui continuava a farmi richieste sempre meno gradevoli: «Eddy – ormai mi chiamava così – lo sai, l’età è quella che è… gli ormoni urlano… e io devo arrangiarmi da me. Ti prego, posso lasciare aperta la porta del bagno?». Non me la sentivo di dirgli di no, ormai mi ero affezionato, e sotto sotto aveva tutta la mia comprensione.

Praticamente si era trasferito da me, a casa dai suoi tornava solo la notte.

Mai fidarsi di un’aporia, e mai affezionarcisi!

L’amara verità mi piombò addosso, con tutto il peso delle cose ineluttabili.

Una sera notai che aveva fatto cambiare la serratura della porta di casa: era depresso, e di esistere non aveva alcuna voglia. Però casa voleva tenersela: era me che non voleva tra i piedi!

Dovetti arrangiarmi per qualche tempo dormendo da mia madre: niente più privacy, né autonomia, in compenso sorveglianza continua su alcol e sigarette. Non fu per nulla facile.

Gennarino si era rivelato ingrato ed egoista, ma in fin dei conti fui contento quando seppi, di lì a pochi mesi, che si era ripreso.

Esisteva di nuovo ma stavolta esisteva a prescindere da me: non ero io il fulcro del Tutto! Ero solo uno che si era lasciato occupare la casa da un ragazzino. Quando si dice le conseguenze nefaste dell’Idealismo.

Il colmo è che proprio in quel periodo avevo conosciuto Monica: capirete come ci rimasi male quando, al freddo in strada, mentre lo supplicavo di lasciarci entrare, che non la potevo certo portare da mia madre, quello mi serrò le ante della finestra in faccia.


Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista Risme, nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, sulla rivista Voce del verbo, sulla rivista Squadernauti. Altri racconti appariranno a breve su altre riviste: non si impara mai dagli errori passati. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.

Redazione

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