“Stanotte sono un’altra” di Chelsea Hodson: dentro la mente, dentro il corpo

Chelsea Hodson, Stanotte sono un’altra
Pidgin Ed., 2022

Titolo significativo questo del romanzo di Chelsea Hodson, edito da Pidgin Editore, una casa editrice che ama sperimentare e giocare con i limiti, con i linguaggi, cercando di proporre testi che siano – per quanto il termine possa essere limitante – originali. Romanzo per modo di dire, perché questo libro è in verità una raccolta di pensieri: non lo definirei né prosa né lirica, quanto piuttosto un dialogo privato che la Hodson, scrittrice e artista americana di professione, instaura con il lettore, e come ogni dialogo il risultato può essere piacevole o meno.

Il tema portante è il desiderio in termini carnali, il desiderio di vita e di morte e il modo in cui il corpo di una persona, in questo caso il suo, reagisce alle sollecitazioni fisiche e psicologiche.

Ci si immerge in una sorta di diario molto intimo, attraversato da confessioni autobiografiche, postille sparse, frammentate, proprio come se stessimo sfogliando degli stralci scritti di una persona sconosciuta. Tramite le varie parti, a volte in forma di piccoli racconti, altre di brevi frasi, si va incontro a un’analisi poco clinica ma piuttosto iper personale di disagi, ossessioni, patologie forse, derivate da traumi veramente vissuti e da esperienze che hanno segnato la protagonista.

Spesso si parla d’amore fisico, di relazioni tossiche, e l’autrice le analizza con una lucidità quasi innaturale, come se stesse guardando la sua vita da spettatrice onnisciente, sezionando ogni anno, ogni ora con precisione chirurgica. La narrazione in prima persona rende tutto più autentico, ma stranamente si fa fatica a empatizzare, o almeno è quello che è successo a me. Per quanto si possa comprendere chiaramente che lo scrivere questo libro sia stato una catarsi, una necessità impellente, non sono riuscita a immedesimarmi nei panni dell’autrice: le sue esperienze, i suoi modi d’agire sono molto lontani dal mio mondo e per questo, quando non s’incontra “un’anima affine”, la storia diventa piuttosto alienante e, a tratti, confusa.

Ma forse è questo il pregio del libro? Come detto in principio, si tratta di un diario privato e per questo non c’è macchinazione né premeditazione, si scrive perché si ha il bisogno di tirar fuori qualcosa che preme, che non piò rimanere sopito.

Ultimamente noto che si dà moltissimo spazio a questo tipo di racconto che esplora l’intimità di una singola persona, ma se invece facessimo un passo indietro e inserissimo questi racconti in una narrazione più “universale”? In storie che permettano a chi legge di ritrovarsi in un certo personaggio, di empatizzare con un evento, di chiudere l’ultima pagina e pensare ok, questa persona ha descritto la storia della mia vita, a modo suo. Per quanto possano essere interessanti le esplorazioni intellettuali e letterarie dei propri fantasmi e la risoluzione di essi attraverso la scrittura, trovo che ci sia un eccesso di egocentrismo al giorno d’oggi, senza nulla togliere ovviamente alle motivazioni nobili di chi si scrive di sé. Sarebbe stato molto più efficace, a mio avviso, se l’autrice avesse preferito estrapolare tutte le esperienze di cui ha carico e le avesse trasformate in una storia con una trama, con una “morale”, intrecciando la sua vita a quella di personaggi davvero utili al fine della comprensione della sua sofferenza.

Spogliandole di tutta la cornice, restano aleatorie, inafferrabili, e perdono di spessore.

Mi piacerebbe leggere altro dell’autrice perché il carico emotivo di cui è pregno il libro ha tantissimo potenziale per essere sviluppato e plasmato in modo da essere davvero d’ispirazione a chi, come lei, ha vissuto certe esperienze significative.

“Era stata una di quelle settimane in cui avrei voluto morire,
ma non per assideramento, volevo una causa di morte con più fascino.
Qualcosa di sacro o di orribile. Sentivo di poterci riuscire.” –
Stanotte sono un’altra, Chelsea Hodson

Deborah D'Addetta

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