La Parola bianca

In stato di agitazione, annoiato, sudato, masticando chewingam, uscivo dall’anfiteatro vuoto dove avevano appena proiettato un film hard, era la storia di un uomo che cercava ostinatamente di rompere un blocco di ghiaccio con un martello pneumatico; al suo interno c’era una donna completamente nuda, ibernata, che sorrideva beffarda. L’uomo era disperato, alla fine moriva travolto da un temporale. Erano le undici di sera, sui marciapiedi lastricati di sanpietrini sconnessi si rifletteva la luce bianca evocatrice dei lampioni, tutt’intorno il nero della notte. Asfalto, il peso del buio sul guard rail che incorniciava le strade. Il marciapiede era in parte rivestito da mattonelle malferme che qua e là formavano quadrati interrompendosi, crepe, l’asfalto vecchio era ricoperto dal progresso di oggi, ogni tanto della terra secca cercava un’uscita.

Sputai il ciuingam in un fazzoletto di carta mettendolo in tasca, orgoglioso del mio gesto verso il pianeta. Le macchine correvano veloci sulla strada facendomi svolazzare l’impermeabile semiaperto. Un’auto rallentò dall’altra parte della strada. A bordo c’erano cinque ragazzi, forse ubriachi, erano vestiti di nero e indossavano delle maschere con proboscidi, ma non erano elefanti. Uscirono dalla macchina e mi vennero incontro. Zitti si misero in fila a osservarmi, poi uno cominciò una danza primordiale intorno a me che ero rimasto immobile tra le fredde luci spioventi dei lamponi alti. Gli altri intonavano una cantilena ipnotica con toni bassi della voce, emettendo dei suoni, solo suoni. Erano lettere scandite e avevano un ritmo, non un senso. Poi uno disse: «Hey zontoro non hai niente da darci per lo spettacolo?», gli risposi: «Non mi chiamo zontoro, mi chiamo Mercuseriefzen».

Un altro mi rispose dopo una lunga pausa, in cui si poté sentire l’intero lamento-canzone di un gatto in calore intervallato dall’abbaio di un cane in lontananza: «Zontoro vuol dire che sei un vecchio», «Allora Merc… o come ti chiami dacci quelle noci che tieni in tasca… te le abbiamo viste sai?!», al che non potei replicare e svuotai le tasche piene di noci distribuendole di malavoglia ai cinque ragazzi, che mi salutarono togliendosi le maschere e tornarono alla loro macchina.

Continuai a camminare. Di fianco al marciapiede incolta erba secca e ancora strade contornate non uniformemente da luminarie, intrecci di asfalti, poi c’erano quelli chiamati cavalcavia che creavano luci e ombre, allucinate nicchie di cemento aperte. Ricominciai a incontrare nuovamente muri.

Poi all’improvviso: «Signore, signore aspetti, mi può leggere questa favola?». Era un bambino, uscito dal manto scuro di un vicolo piccolo piccolo. Vestito di bianco, come per una cerimonia, un colletto di pizzo gli incorniciava il collo. Mi fermai abbassandomi, facendogli cenno di venire dov’ero. Corse con in mano il libro. Gli dissi: «Ma dove sono i tuoi genitori? Cosa fai in giro a quest’ora?». Si fermò proprio davanti a me, sotto la luce del lampione, aveva i capelli ingellati con la riga da una parte. «Sono a casa a guardare il VT. Tieni, ti prego, leggimi una storia». Mi porse il libro con una copertina color porpora, rigida, dai bordi rossi, nel farlo aveva gli occhi pieni di lacrime.

Glielo presi subito e mi affrettai ad aprirlo. Dentro, le pagine erano completamente bianche. Mi abbracciò esplodendo in un pianto singhiozzante. «Come ti chiami?» gli domandai. «Alfontino signore». «Io mi chiamo Mercuseriefzen, perché sei così triste e piangi Alfontino?». «L’immaginazione è morta signor M., le parole stanno scomparendo dai miei libri». Al che cominciai a raccontargli una storia inventata su due piedi, ma lui improvvisamente mi strappò il libro di mano e fuggì inghiottito dal buio vicolo da dove era venuto.

Quel dolore così forte trasmessomi da Alfontino mi rattristì parecchio, tanto che rimasi seduto per terra a gambe incrociate guardando il buio del cielo distorto dalle luci cittadine, mi venne da piangere.

C’era un leggero vento che trasportava con la sua danza silenziosa rombi di auto in corsa e nella cupa notte s’intravedevano sfreccianti abbagli luminosi. Ronzii di motorini e bottiglie che si rompevano in lontananza.

Mi legai i capelli e ricominciai a camminare. Proseguii verso un’intermittenza di luce.

Un’insegna guasta, con una sola lettera centrale a tratti illuminata, rilevava la presenza di una A. La scritta, o meglio la sola lettera A, era accesa da un tuboneon color fucsia.

La porta era chiusa, fuori, su una vecchia sedia a dondolo, era seduta una vecchietta con sopra le spalle uno scialle di lana traforato verde acido. Era intenta a lavorare ai ferri una maglia dondolandosi. Ci vedeva soltanto quando la luce della lettera A si illuminava. «Scusi, vado bene in questa direzione per La Parola bianca?» gli chiesi; alzò la testa, il viso tenuto in ombra dal copricapo mormone con fiocco sotto al mento, disse solo «Cosa hai detto? cosa hai detto? Io sono una zontoro giovanotto, non ci sento», mi avvicinai, e nel farlo mi accorsi che la punta di uno degli scarponi che portavo si stava scollando, era come una bocca che si apriva e chiudeva ad ogni passo; «Allora siamo in due signora, anche a me hanno dato dello zontoro… le chiedevo se vado bene, seguendo questa direzione, per La Parola bianca». Appena sentito parola bianca spense la radiolina in sottofondo che suonava sempre la stessa canzone, Le vie en rose, si alzò dalla sedia a dondolo. Era curva come un uncino, scrutando il suo volto notai che aveva una folta peluria sopra alla bocca. Si avvicinò così tanto alla mia faccia che potevo sentire nitidamente l’odore di limonata del suo alito. Mi fissava, occhi affossati cerulei.

«Certo» mi disse, «segui questi muri, le loro increspature, i segni del tempo, e arriverai nel posto che cerchi», poi aggiunse «Il nero del giorno tra un po’ lascerà spazio alla luce della notte, corri mio puledro, raggiungi la sonorità che cerchi».

Quando ero nell’anfiteatro, un uomo e una donna erano entrati sedendosi in silenzio di fianco a me. Erano vestiti di bianco, l’uomo indossava un vestito gessato con un garofano rosso nel taschino, la donna un elegante vestito di tulle trasparente e pizzo svolazzante. L’anfiteatro era senza tetto e ogni tanto si sentiva il rombo di una moto in lontananza. La donna, vistosamente truccata, aveva preso un foglio piegato dalla borsetta fatta di juta e lo aveva aperto davanti a sé passandolo all’uomo che, tenendo costantemente la testa girata nella mia direzione, mi fissava da dietro gli occhiali senza lenti. L’uomo mi aveva fatto cenno di leggere. C’era una scritta rossa che prendeva tutto il foglio: ‘Trova La Parola bianca’; poi nient’altro; per farla avevano usato un rossetto. L’uomo lo aveva ripiegato e con un’espressione cortese, rasserenante, mi aveva intimato di tenerla, era per me se volevo. Al che l’avevo messa nella tasca dell’impermeabile, mimando un ringraziamento giapponese con un inchino della testa. I due si erano alzati e silenziosamente erano andati via togliendosi le scarpe.

Ascoltai il consiglio della vecchietta che si rimise seduta riprendendo a dondolare e a fare la maglia sotto l’unica lettera al neon. Continuai per quella strada trovando di fianco a me sempre più caseggiati, portoni di legno incisi dal tempo, porte in vetro smerigliato contornate di alluminio marroncino, serrande verdi sbiadite dal sole-tempo. Muri con vecchie scritte, intonaci sgretolati, polvere nera, macchie, tagli, incisioni urbane. Ero catturato da questo spettacolo, quando in lontananza vidi un porticato invitante, illuminato qua e là da fredda luce di grosse lampade al simil-neon. Man mano che mi avvicinavo vedevo persone sedute per terra a gambe incrociate che fissavano una porzione di muro, qualcuno completamente illuminato qualcun altro in penombra.

In una zona buia del porticato c’erano due lumi a candela, un abbeveratoio per cavalli, un vecchio portone di legno e vetro smerigliato. Entrai e chiesi all’oste se mi trovassi nella direzione giusta per La Parola bianca. Mi offrì del buon vino rosso. Mi fece cenno con la testa che la direzione era giusta. L’interno della trattoria era illuminato solamente da lampade a petrolio e lumi con candele. L’oste, un tipo grassoccio con dei baffoni biondi e lunghi, una cadente camiciona bianca strozzata da un grembiule rosso legato faticosamente in vita. Mi disse «C’è una stanza di sopra, se vuole». Forse avrei dovuto approfittare e andare su nella stanza a riposarmi, ma preferii continuare nel mio cammino, uscii mettendomi a osservare i lettori di muri.

Mi sedetti sul pavimento di fianco a una donna. «Anche tu sei qui per leggere?» mi disse guardandomi con gli occhi verdi come il mare. «Leggere i muri? «Sì». Ero completamente rapito. Lei sembrava in preda a uno stato di trans-ipnosi. Ogni tanto si sentiva un tacchettio in lontananza. C’erano ombre bianche laggiù che fluttuavano tra i palazzoni.  Ma non gli diedi peso e rimasi lì.  I lettori di muri si appuntavano cose scritte sulla pelle, per farlo si denudavano progressivamente scoprendo con dolce timidezza il proprio corpo, ma era inevitabile, uno mi disse: «Un tempo esisteva una cosa chiamata denaro che aveva travolto l’umanità dividendola in sfruttati e sfruttatori, il tempo era annientato, tutto ruotava intorno a quella cosa e le persone erano diventate oggetti, il senso d’umanità era morto. La terra era stata divisa in paesi chiamati stati e per queste divisioni molta gente era morta. L’aggressività che tutti abbiamo era stata amplificata. Poche persone avevano tutto e moltissime altre niente.

È tutto scritto qui, su questi muri, Mister Mercuseriefzen», come abbia fatto a conoscere il mio nome lo ignoravo, ma comunque ero assorto nell’ascoltare quello che diceva. Dovetti togliere una scarpa, si era completamente scollata dalla suola. Le sfilai entrambe tenendomele sulla spalla allacciate tra loro. Era tardi, e la stanchezza aumentava facendomi chiudere le palpebre con sempre più frequenza.

«Scusami, per caso avete una coperta che vi avanza?» chiesi a un’altra ragazza, distraendola dalla lettura. «Certo, tieni pure questa, a me non serve», e me ne porse una, che stesi per terra in un angolo dietro ai lettori di muri e dove crollai dopo pochi secondi in un sonno profondo.

Un vociferare mi svegliò. Ecco arrivato il giorno che portava con sé l’odore inebriante della mattina. Persone giunte con banchetti. Lungo le strade erano iniziati scambi di cibi e cose, nelle piazze si decidevano le turnazioni dei lavori da svolgere in assemblee autocontrollate, come ogni giorno. Puzzavo, ma dovevo continuare a cercare ciò per cui avevo iniziato il viaggio. Non avevo più neanche una noce, solo parole e scarpe rotte. Continuai a camminare scalzo, intorno finestre grigie e nere, vecchi vetri sorretti da legno verdino chiaro parzialmente mangiato dai tarli. Echi di scambi, urlati. Walzer del risveglio nelle piccole piazzette. Notai lungo la strada a ridosso delle radici dei palazzoni un palchetto di legno. Sopra, una persona vestita con un saio bianco lungo fino ai polpacci, scarpe di vernice rossa col tacco alto e una maschera da corvo. Stava sul palchetto con un foglio bianco, tutt’intorno palazzi, per terra scure e grigiastre crepe d’intonaco sgretolato, dove si erano ammucchiate pipì e cacche di cani, muffa, cingomme calpestate e mozziconi di sigaretta. Declamava sillabe di parole apparentemente senza senso rimarcandone il suono, e con uno strumento le amplificava fino a deformarle. Mi accorsi che in lontananza c’erano altri palchetti sparsi, e sopra altri declamatori vestiti di bianco.

Mi sedetti a terra sotto il palchetto per ascoltare Era davvero bellissimo. Allll—–i—-ooo—SSSS–; suoni, sonorità. Nominò ogni cosa che lo circondava togliendo e spogliando gli oggetti da antiche convenzionalità. Era una distruzione del linguaggio. Reinventarlo allora? Il tutto durò abbastanza, tanto che mi era venuta parecchia fame. Appena finito si tolse la maschera e mi disse: «Tra poco m’incontro con gli altri declamatori per mangiare qualcosa e bere un bicchiere, se vuoi puoi unirti a noi!». «Certo, molto volentieri» gli dissi, e ci demmo un abbraccio incamminandoci verso il punto di ritrovo per incontrare gli altri.

«Ciao, non mi sono nemmeno presentato, mi chiamo M.», gli dissi. «Io Baku, piacere di conoscerti». Tirai fuori dall’impermeabile il foglio ormai un po’ stropicciato con la scritta ‘Trova La Parola bianca’, mostrandogliela. «Ho capito chi sei, noi non abbiamo quello che cerchi, ma sicuramente il cammino che stai facendo ti ci porterà!». Gli domandai guardandolo negli occhioni scuri e tristi: «Ma tu l’hai mai cercata?». «No mai, sono solo un declamatore di sillabe, un distruttore di linguaggi CORRENTI-ATTUALIPO-DELL’OGGI.

Dopo un po’ di tempo che parlavamo cominciarono ad arrivare anche gli altri e dopo le presentazioni di rito ci imbucammo in un’osteria.

A turno andarono in bagno a cambiarsi.

Nel frattempo, arrivò l’oste, che aveva un solo baffo nero, e ci portò vino rosso e da mangiare focacce e strutto panifico.

Mi sentii chiamare con un «Senta signore, mister?», da una voce femminile. Mi girai, nel tavolo dietro di noi era seduta una donna nuda dalle opulente forme che mi faceva cenno di sedermi al suo tavolo. Gli altri erano intenti a parlare, non fecero caso al mio spostamento. Aveva il viso pesantemente truccato e lunghe unghie smaltate di un rosso fuoco, ai piedi ciabattine di spugna col tacco, occhi sbarrati e manina sventolante per far cenno di affrettarmi a sedere. Ora c’era una musica, un suono di tastiera elettronica che ripeteva sempre lo stesso suono, ogni tanto si intrometteva una nota in maniera casuale, che modificava il tappeto sonoro.

Eravamo uno difronte all’altra, ci guardavamo negli occhi senza parlare, lei si avvicinava col suo viso al mio, fumando piccole sigarette UVA fatte da lei. I ragazzi smisero di fare chiasso mangiando silenziosamente per ascoltare l’ipnotica musica di sottofondo.

«Senti, so dove devi andare per trovare quello che cerchi» mi disse ansiosa con voce bassa, guardandosi intorno in maniera sospetta e furtiva. Feci cenno ammiccando di continuare. C’è un negozio poco lontano sulla prima collina, devi chiedere di Oscar, ma lui non c’è quasi mai. Poi si alzò pudicamente e scoppiò in un pianto nervoso urlando: «Aiuto, sono nuda!» E corse verso il bagno con la sua borsetta rossa di vernice.

Salutai i ragazzi che mangiavano beatamente in silenzio al tavolo di legno massiccio fatto con tronchi d’albero a vista, dietro di me. Baku si sollevò dal piatto, che famelico era, dicendomi: «La parola è anche bella?». Lo guardai solamente, in un lungo istante sospeso. L’impermeabile lungo fino al ginocchio era davvero molto sporco e ai piedi avevo solo calzini bucati, i capelli bagnati dal sudore. L’oste con la pancia sporca di sugo mi aprì gentilmente la porta, fuori agli abbeveratoi c’erano una capra tibetana e un cavallo stanco. Ero stremato e il giorno incominciava a spegnersi. Per salire sulla collina dove stava il negozio di Oscar avrei dovuto percorrere un viale molto lungo. Adesso, tramonti li chiamano, durano un istante, con colori.

I muri dei palazzoni si facevano sempre meno frequenti, l’erba secca iniziava a fare capolino di fianco ai lastroni di cemento usurato dei marciapiedi. Imboccai la stradina che mi doveva portare al Negozio. Dopo pochi metri c’era una signora con guance paonazze, tonde, occhietti piccoli piccoli e rossi capelli a caschetto. Scambiava zucchero filato con una carezza amorevole sulla sua testa tirata a lucido, aggiungendoci un parlare-ascoltare per un po’ di tempo. «Ciao», gli dissi facendogli un cenno con la mano e un sorriso. «Ciao, dove stai andando? Vuoi dello zucchero filato?» mi disse sorridendomi a sua volta. Era quasi sera inoltrata, riflessi di cielo rosso tramontavano sopra i suoi lucidissimi capelli. «Mi chiamo M., sto andando al Negozio, vado bene per questa strada?» gli chiesi accarezzandogli amorevolmente la testa. Nel farlo intravidi una lacrima di commozione scendergli sul viso roseo-bianchissimo arrivargli fin sulle labbra rosee-finissime. «Tieni» mi porse il suo zucchero filato di color rosa acceso. «Grazie, tu come ti chiami?». «Maddenza. Prosegui pure per questa strada, alla fine sulla sinistra troverai Il Negozio». «Grazie Maddenza, tu dove abiti?». «Al Palazzo 70, è lontano da qui, un giorno sarei contenta se mi venissi a trovare M.» mi disse prendendomi la mano. «Certo Maddenza, me ne ricorderò, adesso ti devo salutare, purtroppo devo andare» gli dissi asciugandogli le lacrime. «Va bene, vai e spera di trovare Oscar».

Continuai a camminare, ogni tanto mi giravo per osservarla. Chiuse il suo ombrellone giallo, prese il suo carrettino e si incamminò dalla parte opposta alla mia. Davanti a me cominciavano a comparire lampioni a luce fredda, case con mattoncini a vista, rosse. Buio pesto. Dalle piccole finestre luci giallognole. Poi un edificio apparentemente storto, grigio come la notte arrivata, fuori lanterne a petrolio coprivano i quattro lati del palazzo. Era Il Negozio. Bussai sbattendo la maniglia di ferro massiccio posta sul portone di legno verdino screpolato dal tempo. «Sto cercando Oscar, c’è nessuno?». La stanchezza si faceva sentire. Non rispondevano, allora mi accovacciai di fianco su un gradino cieco, in ombra, sfuggendo alla luce da reparto del lampione.

Dopo un po’ stavo quasi per addormentarmi «Signore! Scusa cercavi qualcuno, qualcosa?», sentii dirmi da una vocina stridula. Vidi una sagoma scura, alta e smilza in controluce, forse era Oscar.

«Salve, ciao, sì cercavo un certo Oscar, che dovrebbe lavorare in questo negozio», gli dissi alzandomi in piedi di fronte a lui. «L’hai trovato, sono io Oscar, in che cosa posso esserti utile?». Aveva un cappello a bombetta, faccia scavata, lunghi baffi ingellati, sigaretta Uva sulla bocca carnosa dipinta di viola, occhi a palla, strozzati, foltissime sopracciglia che gli scendevano sul viso. Mi avvicinai, eravamo a pochi centimetri di distanza, gli dissi: «Sto cercando La Parola bianca, qualcuno ha detto che tu mi avresti in qualche modo aiutato». Appena sentito Parola bianca, mi fece cenno di seguirlo dentro Il Negozio. Era un posto davvero incredibile. Scale che non portavano in nessun posto, l’illuminazione era fatta da fiaccole medievali. Alle pareti erano fissati vestiti su tele da pittore, come fossero quadri. Stanza-torre. Mura grigie, vecchie scaffalature con dentro fogli arrotolati, al centro un esile tavolino tondo di metallo dipinto di bianco con le gambe che sembravano foglie. Prese un porta candela, l’unica luce, poi mi fece cenno di sedermi offrendomi un bicchiere di vino nero. «Come ti chiami?» mi domandò offrendomi una sigaretta Uva. «M., grazie non fumo» gli dissi sorseggiando il vino.

«M. secondo te c’è bellezza nella parola?». Non risposi, rimasi a guardarlo, sembrava essere una domanda che componeva o introduceva un discorso più ampio. Infatti: «La musicalità generata da una sequenza di lettere interscambiabili sorrette dal tono-tonalità è bellezza, è armonia, è colore. La parola viene disegnata-scritta e in quel momento compare, si afferma come linguaggio. Si ha un’armonia, un’eleganza di segni, alle volte dissonanti, che generano stupore per uno stile, per una sgrammaticazione. Una sillaba declamata trova la sua bellezza nella musicalità con cui viene pronunciata, questo genera uno stupore. Poi la stessa sillaba viene rappresentata con una serie di caratteri, lettere-segni. Tutto questo trova un suo riflesso-assimilato nel colore. La pocora…. belaaaa…. la cora…bel…..la….. pec…bea… la pecora belaaa… coralepe labeaaaa… che colore hai trovato in questa declamazione?». «Sinceramente più di un solo colore…». «È la distruzione del senso» disse iniziando un movimento in circolo, col bicchiere in mano. «Finché…» continuò, poi più niente, come se fosse diventato muto, e preso da uno stato di agitazione mi volle accompagnare in una stanza. «Presto, presto, non perdiamo altro tempo, devi dormire, sarai stanco…». Era uno stanzino lungo, con le inferriate alla finestra piccola che dava sulla notte. «Ti sveglio domattina, ora riposa, buonanotte… nooootte…. N… otee e e e».

In fondo alla stanza, dopo un piccolo e stretto lettino, c’era una grande tela con dentro un vestito attaccato. Ero così stanco che mi addormentai subito. Sentii una musica in lontananza che mi svegliò. Era sicuramente un noto compositore del TUTTOGGI… Mi misi seduto sul letto per riprendermi, strofinandomi la faccia. Per terra sotto alla porta c’era un biglietto con una scritta blu. «Fai la doccia e vieni giù». Il bagno era proprio a fianco della camera. Una stanza cubo bianca con disegni sui muri di ogni genere e parole. Fatta la doccia, scendendo mi resi conto, con la luce della mattina, che c’era una vecchia scala a chiocciola senza ringhiera. Seduto al tavolo rotondo imbandito di cibo, in mezzo alla stanza, c’era Oscar vestito come la sera prima. Mangiai, mentre Oscar mi faceva vedere i vestiti che avrei dovuto indossare. «M., dovrai andare nell’Antro dell’Incanto», mi disse mangiando una mela e guardando fuori dalla finestra che filtrava luce polverosa ombrata dal palazzone di fianco. «Dov’è esattamente questo Antro dell’Incanto?» gli domandai e aggiunsi: «Poi che cos’è Oscar?». «Per arrivarci dovrai riscendere in città, dirigerti nella zona dei MORCOMMER. Logicamente dovrai chiedere sul posto per avere indicazioni più precise. Adesso mettiti i vestiti che ti ho preparato e vai», pronunciando quest’ultima frase se ne andò sbattendo la porta, per poi riaprirla e chiuderla molto piano tirandomi una scarpa rossa col tacco: «Latuso latuso».

Ci pensai un attimo… mi aveva detto semplicemente «Saluto saluto». Così abituato a distruggere la storia di ogni parola, sillaba, lettera composta. Finito l’abbondante pasto mi spogliai e indossai i vestiti preparati e piegati sopra una tela sorretta da vecchie sedie di legno massiccio. Sembrava un altro tavolo dove il cibo erano gli stessi vestiti.

Pantaloni grigi gessati con sottili righine marroni, giacca tipo frac con dietro lunghe code che arrivavano fino al ginocchio, marrone lucida. Nel taschino un garofano rossonero. Sole accecante, soleggiante paesaggio, tutto molto splendido, natur-lussoreggiante, stradine con uccelli fischiettanti, foglie che emanavano riflesso di verde luce. Non avevo calzini dentro alle mie nuove scarpe eleganti di vernice nera con pallini e i pantaloni erano un po’ corti. Camminavo lungo la strada in discesa. Pensai che avrei potuto incontrare Maddenza, ma non c’era più. La città si stava risvegliando, odore di una mattina di sole, schiamazzi in lontananza. Laggiù il grigio porticato illuminato dal cielo, odori di paste, giochi di ombra e luce.

Ai piedi di uno splendido angolino di pietre sporche di scuro marrone, tenuto insieme da un ferro pieno di ruggine e ossido di rame verdastro, c’erano due venditori di frutta. Entrambi, sia lui che lei, avevano capelli biondi lunghissimi e seduti per terra tentavano di annusare l’odore dell’angolo intriso di umidità storica. Non volevo disturbarli da quell’inebriante sensazione-odore che stavano respirando, ma dovevo per forza chiedere da che parte era l’Antro dell’Incanto. «Scusatemi se vi disturbo, conoscete l’Antro dell’Incanto?». Alla mia domanda si guardarono negli occhi, poi lei mi disse: «Parli della La Stanza?» disse alzandosi in piedi. «Non so, a me hanno detto dell’Antro dell’Incanto». «Sì, penso sia la stessa cosa» mi disse lui alzandosi a sua volta. «È molto distante da qui?» gli chiesi. Guardarono com’ero vestito rimanendo a osservarmi in silenzio. Poi improvvisamente lei urlò: «La stanzaaaa, la, st….aaaa…..nza. Devi dirigerti dove il passato ha fallito, una zona con colonne di cemento, squarci di luce dal fitto fogliame degli alberi che decorano vecchie vetrate impolverate, abbandonate, con serrande quadrettate. Dopo la fine del porticato troverai la testimonianza di tutto questo, è una zona chiamata FASOLMI». In cambio di frutta e verdura chiedevano bulloni o viti arrugginite, con me avevo giusto due vecchi bulloni che mi ero trovato nella tasca della giacca. Mi diedero due banane e si rimisero ad annusare l’umida storia sporcata dalle deiezioni di piccioni di passaggio.

Giunsi alla fine del porticato dove c’erano strade, palazzi, e in fondo una miriade di negozi-stanze con quelle vetrine molto impolverate grigie, serrande quadrettate, di cui parlavano i due ragazzi. A mano a mano che andavo avanti mi imbattevo in persone elegantemente vestite che giravano distrattamente tra colonnati di cemento nudo. Le loro altezze sprofondavano nell’ombra di vegetazioni verdognole-giallastre apparentemente senza fine e un inizio, tutto sembrava grigio vetro. Poi una fila di persone ordinata, muta. Chiesi a una donna vestita di viola e pelle con un cappellino da baseball se la La Stanza era vicina. Mi disse che ognuno di loro era in coda per entrare a La Stanza, che se volevo potevo andare a vederla e accodarmi alla fila sempre più numerosa insieme agli altri. Sotto di noi, marciapiedi di sampietrini misti a crepe dell’asfalto, pieghe del tempo trascorso, storia di un passato presente. In alto, nell’oscurità del fitto fogliame, tra natura e artificiosità grigia si nascondevano altoparlanti che trasmettevano suoni, cori con interferenze distorte di apparecchiatureeeeeee e, echi, riecheggi. Poi all’improvviso una voce dall’altoparlante: «Voi tutti cercate la stessa cosa… La Parola bianca. Avete fatto ognuno il vostro percorso. Mettetevi in fila per entrare nella La Stanza. Osservate con calma tutto ciò che vi sta circondando. Voi siete parte di tutto questo». Noi, che fino a quel momento eravamo restati in silenzio, immobili ad ascoltare, adesso istintivamente e spontaneamente avevamo voglia di darci degli abbracci e io mi stavo commuovendo, non sapendo neanche perché. Incominciava a tirare il vento e dall’altoparlante giungevano leggeri fischi, suoni sempre dello stesso tono ma prolungati, fastidiosi per l’udito.

La fila scorreva…. scorreva… Ora riuscivo a vedere l’ingresso della La Stanza. Nessuno parlava, solo il vento che aveva cominciato a far danzare due foglie proprio sulla soglia. Per un attimo erano rimaste avvinghiate in un vortice voluttuoso, poi, un istante dopo, correvano in direzioni opposte, equilibriste del suicidio. Tutto sembrava qualcosa di già visto. Erano istanti senza tempo. Entrai. Fermi, immobili, in piedi dentro una stanza bianca e vuota, vuota… ora piena….  ….  le colline, intorno il frastuono della città, echi di passaggio, echi di Bo…

Nella piazza c’era la nebbia e io non riuscivo neanche a distinguere la mia sagoma.


Lorenzo Stoni, si definisce artigiano sonnambulo. È come se vivesse in un limbo tra sogno e realtà, dove le visioni e il linguaggio si contaminano a vicenda. Il nome Stoni è una scelta, perché pensa sia molto più interessante e stimolante tutto ciò che è imperfetto, appunto stonato. È lì, in quella sgrammaticatura, scarabocchio inopportuno, nota stonata e dissonante che pensa possa “annidarsi” il bello che non esiste. La visione della realtà raccontata si fonde in un tutt’uno con video installazioni, disegni, dipinti, brevi cortometraggi. Vive e lavora a Senigallia.

Redazione

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