Amori di Ale

Ale passeggiava con Pedro, il suo cane messicano. Era sera. Stretta nel cappotto verdognolo, in feltro, tastava la tasca della giacca per verificare di avere con sé l’accendino, le capitava spesso ultimamente di dimenticare le cose, di perderle. Ultimamente, viveva sovrappensiero. Pedro tirava al guinzaglio, odorava gli angoli scuri della strada e i pali della luce, slinguando carte oliate di pizze e chewing-gum appiccicate per terra. Il suo modo di annusare le ricordava l’aspirapolvere che prima o poi avrebbe dovuto passare, ma faceva un rumore insopportabile e quindi rimandava. Per strada non c’era molta gente, le macchine e le moto rombavano dopo il verde del semaforo. Pedro alzava la zampa per spruzzare il suo odore e Ale ripensava a Mattia.

Era finita da un po’. Era stata lei a evidenziare la crisi. All’idea di una convivenza lui si era mostrato restio. Quando stava con Mattia passava l’aspirapolvere ogni sera prima che lui arrivasse.

“Forse non sei la persona con cui immagino di vivere” le aveva risposto con nonchalance.

“Me lo dici solo adesso?” riusciva sempre a sbalordirla.

“Non me l’hai mai chiesto” aveva rincarato lui.

Non sapeva impedirsi di tornare a quel momento lì.

Due settimane dopo la rottura con Mattia, a un corso di spagnolo per principianti, aveva incontrato Giorgio. Simpatico, allegro, con la battuta veloce. Una sera, dopo un aperitivo in un garage riadattato in locale, seduti su due cuscini in simil pelle che perdevano gomma piuma da varie lacerazioni, mentre qualcuno sfarfallava note dei Led Zeppelin su una chitarra che aveva già dato il suo meglio in altri tempi, lui le aveva raccontato del suo viaggio in Perù, lei del suo in Ladakh e di quello in Messico, dove aveva trovato Pedro. Riaccompagnandola a casa Giorgio le aveva sussurrato all’orecchio: “Mi piacerebbe fare un viaggio con te”. La volta dopo, al corso di spagnolo, aveva portato un osso di gomma blu per Pedro. E la sera si era fermato a cena.

Erano nudi sotto le lenzuola verde mela (verde in tutte le sue sfumature era il colore preferito di Ale) e Giorgio si era alzato portando la candela accesa vicino allo specchio.

“Vieni” le aveva detto. E lei nuda si era alzata per raggiungerlo.

“Voglio vedere come stiamo, vicini”.

Con le labbra calde e arrossate di baci, gli occhi lucidi di piacere e i capelli scombinati, di fronte allo specchio Giorgio l’aveva circuita, stretta a sé nella loro immagine incerta, tremolante come la fiamma della candela. Pedro aveva scodinzolato nella cuccia ma poi aveva ripreso a dormire. Giorgio si era soffermato sulle fotografie incorniciate alle pareti: l’impronta di scarpe sul Sahara, il monaco buddista nel monastero in Ladakh, quella coi bambini scalzi che giocano e capriolano accanto a una Harley Davidson, le donne messicane in bianco e nero attorno a pentoloni fumanti, sembravano a una festa di streghe. E si era fermato sui volti a colori dei bambini: Ale faceva la maestra e le piaceva scattare foto ai suoi alunni quando non se ne accorgevano ed erano immersi nel gioco.

L’indomani Giorgio non aveva risposto al telefono e, l’indomani ancora, Ale non aveva riprovato. Al corso di spagnolo l’aveva evitata facendo anche meno il brillante. Era rimasto in silenzio e per i fatti suoi. Dopo la lezione, scendendo per le scale, Ale gli si era piazzata davanti sgranando gli occhi e chiedendoglielo senza mezzi termini: “Mi eviti?”. Arrossendo e balbettando Giorgio aveva provato a scansarla: “Non è così semplice, ho ancora in mente un’altra persona, non mi sento di iniziare qualcosa di serio, scusa”.

Ale gli aveva fatto notare che neanche lei stava pensando a qualcosa di serio. “Vorrei ricordarti che sono in pausa da appena due settimane con Mattia, ma non per questo non ti rivolgo la parola o non rispondo al telefono”.

“Devo andare” Giorgio non le aveva dato il tempo di finire, lasciandola interdetta.

Ricontattò Mattia per chiedergli ulteriori chiarimenti. Quel giorno, all’uscita da scuola, prima di andare incontro al papà, una sua alunna, con la vocina nitida e innocente, le aveva chiesto: “Maestra, stasera ti vedi con il tuo fidanzato?” lasciando Ale, per pochi secondi, sospesa sulla risposta a una domanda scomoda. Si era accarezzata la frangetta che teneva cortissima e aveva annuito sorridendo.

Aveva incontrato Mattia in un’osteria il cui colore dominante sfumava nel rosso. Rosse le lampade, le tovaglie, rosse le tende che impedivano alla luce dei lampioni di entrare dalle finestre. Era soffocante, ma l’aveva proposta lui.

“La verità” a un certo punto arrivò dalla bocca di Mattia “è che io non ho mai dimenticato Daniela”.

“Ma è più alta di te di venti centimetri” fu l’obiezione di Ale, prima ancora di realizzare la blanda oscenità di quella confessione.

C’era andato a letto una volta ad Amsterdam due anni prima di conoscere Ale, poi Daniela aveva chiuso la parentesi, ed erano rimasti amici.  Ale e Mattia avevano litigato, la maggior parte delle volte, a causa di Daniela. Lui accompagnava Daniela a destra e a manca, a Daniela bastava uno squillo e Mattia mollava tutto, la camera oscura, il tennis, il film con Alessia per precipitarsi da lei: “Ha bisogno di me, è la mia migliore amica!”. Dal cinema, dal supermercato, dalla lavanderia, se Daniela chiamava lui svaniva. Con Daniela organizzava anche delle feste, più per gli amici di lei, che per quelli suoi e di Ale.

“Sei il suo cagnolino” Ale glielo aveva ripetuto spesso.

Quante volte era arrivata a casa di Mattia, in macchina, col sorriso che già pregustava una cenetta romantica e del buon vino per dover mascherare con lo stesso sorriso la visione di Mattia e Daniela insiemeai fornelli.

“Matti, la farina”, “Matti, mi serve il sale”. E Matti, premuroso, metteva la farina o le porgeva il sale mentre Ale digrignando i denti faceva finta di sfogliare interessata il nuovo numero di Internazionale chiedendo ogni tanto: “Avete bisogno di una mano?” e ricevendo pronta risposta da Matti: “Grazie, abbiamo quasi finito”.

“Stava male, era in paranoia” rispondeva Matti alle sue furiose e “illegittime” pretese di spiegazioni, “mi sembrava brutto lasciarla sola il venerdì sera”.

Guarda caso la sua storia con Mattia era filata liscia come l’olio solo quando Daniela si era fidanzata con uno bellissimo (e quindi Mattia come poteva mai sperare che un giorno lei si decidesse per lui?): aveva smesso di chiamare, nemmeno gli rispondeva al telefono. E lui che se ne preoccupava: “Chissà se sta bene”.

“Siamo stati insieme due anni, e mi dici che non hai mai smesso di pensare a lei? Ma cosa sono, una stronza? Abbiamo litigato mille volte per lei, mai che se ne facesse un problema. Ti comanda e obbedisci, come un cane. Senza togliere niente al mio. Pedro è più intelligente”. 

Mattia era in imbarazzo. “Ho preferito essere sincero… Poi tu pretendi molto, non te ne rendi conto forse: vederci ogni sera, organizzare il weekend. Facevamo tutto insieme, anche la spesa…”.

“Ti andava bene, ora improvvisamente è una merda”.

Ad Ale non sembrava, in coscienza, di essere stata così invadente ma dopo questo chiarimento con Mattia non riuscì ad andare a scuola per due giorni. Rimase a piangere tra i cuscini e le lenzuola verde mela, richiese un certificato medico, e due sue amiche vennero a prepararle da mangiare e a portare fuori Pedro.

Viveva momenti di nostalgia, ma con in più l’idea che, nel frattempo, Mattia avesse rimpianto Daniela.

Al Cassero, a una serata di musica elettronica, Ale si era vestita con una salopette nera e aveva indossato due pendenti verde shocking che le amiche le avevano regalato per il compleanno. Quella volta aveva incontrato Francis, un musicista amico di Nicholas, il belga con una cagnetta dispettosa, Mignon, di cui Pedro era perdutamente innamorato.

Musicante, l’aveva chiamato lei, facendo il verso a Franco Battiato e si erano baciati appassionatamente, con qualche cocktail in più nello spirito.

A casa di Francis l’avevano fatto sul tappeto zebrato a semicerchio, sul bordo del tavolo di vetro e su una poltrona spaziale in similpelle bordeaux. Anche se non se lo aspettava Francis l’aveva richiamata il giorno dopo per andare a vedere uno spettacolo teatrale tratto da un testo di Jodorowsky di cui Nicholas curava le luci. L’aveva anche invitata a cena e le aveva cucinato un ottimo basmati con la zucca. Francis portava i capelli raccolti in su alla Aladino, casa sua era zeppa di strumenti musicali, con cui campionava suoni e fabbricava colonne sonore, per serie di successo come Sex and the City. Certo, passava metà del suo tempo all’estero, soprattutto in Germania, il weekend era sempre fuori e i weekend erano gli unici momenti liberi che Ale avesse per approfondire la conoscenza. Checché ne dicesse Mattia…

Ogni volta che Ale andava a casa di Francis passavano ore ad ascoltare le sue nuove composizioni, lui ne era estasiato. Ma non si dimostrò costante. Passarono due settimane senza avere sue notizie, si sarebbe fermato pochi giorni tra una partenza e l’altra; poi qualche messaggio simpatico non mancò e si rividero ancora. Ale avvertiva un nonsoche di poca convinzione, come se a lui andasse bene vedersi così, quando capitava, per scopare, chiacchierare, senza niente di più. Tra una chiacchiera e l’altra passò qualche mese.

“Se due si vedono, si frequentano e stanno bene insieme ma non si parla di nient’altro, che senso ha continuare?” chiedeva alle sue amiche. “Possibile che le donne debbano passare per rompicoglioni se desiderano un po’ di chiarezza?”.

Venne a sapere, per vie traverse – Nicholas a sua volta l’aveva saputo da qualcun altro – che Francis, a una festicciola, aveva fatto il gradasso, spacciandosi per quello che non vuole storie serie e, soprattutto, non ha tempo per le donne. “Vivo solo e per la musica, la mia unica e indiscussa amante”.

“Significa che non avrai abbastanza tempo per me?” gli aveva chiesto lei riprendendo volutamente il discorso un paio di giorni dopo, con aria civettuola, interrogativa, propensa a incrinarsi.

“Per i miei amici ho sempre tempo” aveva risposto lui enfatizzando la parola amici.

“Ma gli amici non scopano, non vanno al cinema tenendosi per mano”.

“Vedrai che tutto passa” aveva ribadito lui con convinzione.

“Tutto cosa?” Ale aggrottò le sopracciglia.

“Tra me e te. Con la vita che faccio non mi metto in una storia seria, per come potresti intenderla tu”. Le afferrò il polso: “Ho lasciato Silvia per lo stesso motivo. Il mio psicoterapeuta mi consiglia la sincerità prima di ogni cosa. Non ti ho promesso nulla. O sbaglio?”.

Ale lo guardò sbalordita: “Il tuo psicoterapeuta ha mai sentito parlare di bamboline gonfiabili?” e liberò il polso dalla stretta per tornare a casa, piangendo di frustrazione. 

Giorno 30, cadeva di domenica, Luca faceva il compleanno. Era il ragazzo di una delle sue amiche e aveva deciso di festeggiare a casa di Mattia, in campagna, la casa delle feste organizzate da Mattia e Daniela. Ale non era sicura di voler andare, non vedeva né sentiva Mattia dalla sera in osteria, a parte qualche e-mail veloce e qualche frecciata: restituiscimi il libro di Casares, tu il dvd di Wenders, te ne pentirai ne sono sicura, non ci si può pentire se si parla col cuore, può fare male, lo capisco, ma almeno ho la coscienza a posto. Francesco, Viola, Martina e lo stesso Luca avevano insistito perché lei andasse. Per Mattia, a loro dire, non ci sarebbero stati problemi e quando arrivò, anche se la prima persona che vide fu Daniela, e la degnò appena di un sorriso esplicitamente artificiale, si sentì forte, determinata e strafottente al punto giusto. Daniela e Mattia a stento si parlavano.

“Senza Ale” pensò Ale “che gusto c’è a ribadire la fedeltà di Mattia?”. 

Proprio mentre lo pensava, Mattia le si avvicinò con un bicchiere di vino in mano: “Brindisi del perdono?”.

“Perdonato” gli rispose allegra e bevendo un lungo sorso. “Non sarei qui” aggiunse restituendogli il bicchiere vuoto e dirigendosi verso Viola. Mattia passò la festa a guardarla con occhi pentiti. Tra un bicchiere di vino e l’altro, Ale si ritrovò a spolverare il suo francese scolastico con uno degli invitati, un certo Florent.

Florent, che non sapeva nulla di lei né di Mattia, Daniela, le feste a casa di Mattia e tutto ciò che era successo dopo, si trovava lì per caso e, affascinato dall’accento italiano, dalla conversazione che si faceva sempre più alticcia, tra una correzione di pronuncia e l’altra, scandita lentamente con del whisky in bocca, su Chase di Moroder che a tratti perforava i timpani la trascinò al piano di sopra. In bagno, Ale ribattezzò la casa di Mattia. Scese per le scale mezz’ora dopo, serafica, spettinata, col suo piccolo segreto, lasciando scivolare la mano sulla ringhiera liscia e nera. Aveva perdonato Mattia. E a Florent non avrebbe chiesto null’altro.

Quando Ale buttò il mozzicone della sigaretta al margine della strada, aguzzò gli occhi, Pedro non era più al collare, cioè un pezzo di collare rotto pendeva morbido dalla sua mano. Il verde era appena scattato e il rombo dei motori le acuì l’angoscia. Si era così smarrita nelle sue elucubrazioni da non aver sentito lo strappo? Come aveva fatto a non rendersi conto che quel collare era logoro, da buttare? Adesso Pedro dov’era…

Iniziò a chiamarlo accelerando il passo, il respiro le divenne pesante nel buio. Si guardava intorno senza sapere che strada prendere. Percorse al contrario quella appena attraversata chiamandolo.

“Pedro. Pedro”.

Fece il giro dell’isolato, voltandosi anche verso la corsia opposta, l’illuminazione in città faceva schifo. Continuava a gridare il suo nome, con voce sempre più disperata, profonda e sull’orlo del pianto. Non se lo sarebbe mai perdonato. Mai. Si sedette, con gli occhi naufragati, sul gradino di un portone, scossa dai singhiozzi chiamava Pedro.

“È lui?” chiese un ragazzo bruno, sorridente, tenendo tra le dita la medaglietta del collare su cui era stato stampato: io sono Pedro e il cellulare di Ale. Pedro tremava (dov’era stato?) ma scodinzolava e guaiva. Aveva capito di essersi perso. Ale si asciugò le lacrime e lo abbracciò, Pedro le leccò le guance. Ringraziò il ragazzo alto e lo invitò a casa sua per un tè. C’erano i piatti sporchi in cucina ma avrebbe trovato una giustificazione.

“Ho seguito il suono della tua voce” spiegò lui. Anche lui aveva una cagnetta, a casa, si chiamava Honey, l’aveva recuperata in condizioni pessime dal canile. Parlarono di vaccini e cibo per cani, prezzi dei veterinari, omeopatia per gli animali. Ale non smetteva di ringraziarlo, né tra una frase e l’altra di strofinare il collo di Pedro. Il ragazzo non abitava lontano da lì, e faceva l’ingegnere. Dopo un’ora si congedò, Honey lo aspettava per la passeggiata. In un biglietto le lasciò il suo numero di telefono: “Per una birra al posto di un tè” sorrise “se ti va”. Chiudendo la porta di casa Ale guardò il biglietto e la calligrafia chiara, semplice: aveva scritto in verde. Qualcosa dentro risalì, prendendo il sopravvento, si disse no, e strappò il biglietto.


Maristella Bonomo (Catania, 1979) si laurea in cinema al Dams e consegue il Dottorato in Italianistica. Pubblica due raccolte di poesie, Passi segreti (2008) e Blu ritratto orizzontale (2020), un libro di racconti, Riflessi (2009), e un romanzo, Navel (2019). Da regista realizza il corto in pellicola Sdrvgd’t (Svegliati!). Traduce dal francese il romanzo Paradiso coniugale di Alice Ferney (2013) e dall’inglese la raccolta di prose poetiche La riproduzione dei profili di Rosmarie Waldrop (2021). Si occupa di sceneggiatura e scrittura creativa. Suoi racconti sono apparsi su Narrandom e su Split.

Redazione

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