Casa Buckley

Giravano molte voci su Casa Buckley, tutte ugualmente raccapriccianti per un motivo o per l’altro. Tutte, comunque, concordavano sul fatto che il Signor Buckley avesse abbandonato la casa in fretta e furia e che da allora non fosse mai più tornato.

Quanto tempo fosse passato da quella notte fatidica, be’, anche questo era fonte di discussione. C’era chi diceva dieci, undici anni e chi si spingeva decisamente più in là. Le spiegazioni che venivano date circa la sua quantomai bizzarra condotta erano anch’esse svariate e per quanto fossero sicuramente errate non erano certo prive di un loro particolare fascino. Anzi. Rivelavano, volendo leggere fra le righe, la pruriginosa propensione per il grandguignolesco che dilagava nella tipica provincia americana perbenista della metà degli anni ’50.

Secondo una delle versioni più gettonate, l’uomo era fuggito terrorizzato dalla casa subito dopo che la moglie era morta di parto, lasciando tutto così come si trovava in quel momento. Sul letto, inzuppato di sangue, giacevano ancora i cadaveri della donna e del secondogenito (chi diceva nato morto e chi soffocato in un impeto di rabbioso dolore dal suo stesso padre), mentre nascosto nello scantinato, legato a una spessa catena e destinato a morire d’inedia, languiva il primogenito della coppia, il mostruoso figlio deforme.

Secondo altri, invece, il problema vero era la casa che risultava essere maledetta perché inavvertitamente costruita sulla tomba di una strega che era riuscita a scappare dalle persecuzioni di Salem. Quando il Signor Buckley se n’era accorto, se l’era semplicemente data a gambe.

Altri ancora, poi, assicuravano che una strega c’entrasse eccome, ma in una maniera totalmente differente visto che a evocarla era stato proprio il Signor Buckley in persona che – believe it or not – era un apprendista negromante.

Qualcuno, conciliante, aveva addirittura proposto un miscuglio delle precedenti storie spiegando come il Signor Buckley, un negromante potentissimo, avesse evocato lo spirito di una strega bruciata sul rogo a Salem e detto spirito, per un suo qualche ghiribizzo da strega, avesse poi maledetto la casa e i suoi occupanti facendo in modo che la Signora Buckley partorisse prima un mostro e poi una sorta di aborto immondo che l’aveva, infine, uccisa.

Che la casa fosse disabitata da molto tempo, comunque, era un fatto incontrovertibile. Tutte le parti visibili in legno – il rivestimento esterno, le persiane, la ringhiera della veranda e le scandole del tetto – erano slavate e rovinate dalle intemperie, quando non addirittura ridotte in pezzi. Il giardino era una specie di steppa incolta di erbacce gialle rinsecchite, mentre un ostinato rampicante si era fatto strada su un lato della costruzione stritolando una colonna in finto stile greco e riuscendo quasi a scardinare una persiana.

Durante le riunioni di vicinato, molti, a più riprese, avevano fatto presente la pericolosità di quella casa in rovina e paventato la possibilità che quell’obbrobrio infangasse il buon nome dell’intera Maple Street, ma non se ne era mai fatto niente. Dopotutto la casa si trovava in fondo alla via, discosta dalle altre, posta sul finire del lindo sobborgo, confinata in una zona che era una sorta di terra di nessuno, su un terreno che già non era più città ma che ancora non era piena campagna. A chi potevano, davvero, interessare la sorte e le vicende di quella casa?

Ma ovviamente ai bambini. Ai bambini di Maple Street.

Tommy aveva appena compiuto nove anni e le vacanze estive erano appena iniziate. Che altro poteva mai desiderare? Il mondo intero era ai suoi piedi e il futuro era come sabbia bagnata pronta a lasciarsi modellare in un favoloso castello. Le potenzialità erano infinite. Ma c’era un “ma”. E questo “ma” se ne andava in giro col nome di Robert Jr. anche se lui pretendeva che lo si chiamasse Captain Robert. Era il bulletto del quartiere. Non lo si poteva certo definire un delinquente e nemmeno propriamente cattivo, ma se qualcuno si fosse preso la briga di fare un’inchiesta fra i bambini di Maple Street, sicuramente nessuno di loro si sarebbe lasciato sfuggire l’opportunità di etichettarlo come antipatico.

Robert Jr. aveva tredici anni, un’età che, per quanto modesta in un mondo di adulti, nel ben delimitato ecosistema di Maple Street faceva di lui l’anziano del gruppo. Una delle sue attività preferite era lanciare sfide agli altri membri della banda che, antipatico o meno che fosse, pendevano comunque sempre dalle sue labbra. Le sfide implicavano sempre qualcosa di pericoloso o di schifoso o ancora, qualcosa di particolarmente degradante (oppure un mix variamente dosato delle tre precedenti opzioni).

Quel pomeriggio Captain Robert aveva sfidato Tommy a entrare in Casa Buckley, scendere nello scantinato e portarsi via un souvenir che provasse la sua – seppur breve – permanenza nella casa maledetta.

Tommy aveva ben chiare in mente le storie che si raccontavano su Buckley e sulle terrificanti mostruosità celate nel suo tenebroso seminterrato, ma non aveva molta scelta: la rinuncia avrebbe implicato disonore e derisione eterna.

Captain Robert, in un impeto di inaspettata generosità, gli consegnò due fiammiferi: «Uno per l’andata e uno per il ritorno» così disse, incitandolo, poi, con una spintarella appena accennata sulla spalla, a superare le assicelle piegate e semi-divelte della recinzione.

Tommy percorse lentamente quello che era stato il vialetto d’ingresso. Risalì, circospetto, i due scalini sconnessi che immettevano nella veranda e si fermò davanti alla porta socchiusa. Sembrava quasi che qualcuno fosse appena uscito per prendere il giornale e l’avesse lasciata così, sicuro di rientrare entro pochi secondi.

Tommy restò immobile a lungo in quella posizione, scrutando gli infissi cadenti, la cornice di mattoni rossi intorno all’entrata e la grossa ragnatela che si allargava nell’angolo in alto a sinistra. Non era una delle ragnatele solite, di quelle che si distendono come una vela, ma era fatta a imbuto. Era come l’istantanea di un tornado congelato nel tempo, con la porzione intessuta a formare un tubo che si incuneava in un foro della parete vicino ai cardini della porta e dove si poteva facilmente immaginare, nascosto fra le ombre, il ragno acquattato in attesa di una preda.

Tommy si voltò a guardare gli amici che aveva lasciato dietro di sé, ad anni luce di distanza, e vide Captain Robert che con un ghigno furbesco lo invitava ad avanzare con un semplice gesto della mano, lo stesso che un padre amorevole avrebbe fatto per incoraggiare il figlio recalcitrante il primo giorno di scuola.

Tommy tornò a puntare gli occhi sul vecchio battente scrostato mentre il suo cuore accelerava all’improvviso i battiti. Si asciugò i palmi strofinandoseli a più riprese sui pantaloncini poi, con un enorme sforzo di volontà, accese il primo fiammifero sfregandolo contro un mattone e aprì la porta con la mano libera. Varcò la soglia guardandosi attorno con apprensione, lo stomaco scombussolato e il cuore in gola. La debole luce esterna faticava a filtrare nell’interno impolverato della casa. In linea di massima, avrebbe potuto orientarsi lì dentro anche al buio perché tutte le case del quartiere erano state costruite con la stessa pianta: scale che portano al piano superiore direttamente davanti all’entrata,  sulla destra un salotto-sala da pranzo a cui faceva seguito una piccola cucina, e a sinistra un disimpegno che conduceva alle scale per lo scantinato. Ma i fiammiferi erano stati decisamente una buona idea.

Non sembrava esserci nulla di pericoloso, solo polvere e ragnatele. Ci mise, comunque, un’eternità a raggiungere la porta che dava sulla cantina mentre la sera, insensibile, pareva allungare il passo. Sentiva ancora il parlottio concitato degli altri rimasti fuori, ma, per quanto si sforzasse, non riusciva più a distinguere le singole parole.

La porta del seminterrato era spalancata come se qualcuno fosse fuggito senza avvertire la necessità di richiuderla. Pure Tommy aveva lasciato l’uscio aperto quando era entrato nella casa, anche se dal punto in cui si trovava non era più visibile. Solo uno scialbo raggio di luce che tagliava in due il disimpegno ne denunciava la presenza.

Tommy deglutì saliva inesistente e iniziò a scendere lungo le traballanti scale di legno. Lo scricchiolio cadenzato che facevano i gradini quando ci poggiava sopra un piede gli fece pensare al respiro rantolante di un mostro di viscido catrame nero pronto ad agguantarlo da un momento all’altro. Ogni suo passo verso l’ignota tenebra poteva essere l’ultimo.

Non era nemmeno a metà scala quando dovette accendere il secondo fiammifero. Il leggero odore di combustione iniziò a mescolarsi a un tanfo molto più preoccupante che aumentava man mano che avanzava con la discesa.

Nello scantinato c’era l’odore rivoltante di qualcosa di morto. Tommy ne era sicuro perché l’estate prima avevano trovato la carcassa di un opossum nel giardino sul retro e la puzza era identica. Anche se stavolta era moltiplicata per cento. A livello del terreno il fetore era talmente insopportabile che toglieva il respiro.

Tommy cercò di guardarsi attorno nel tentativo di trovare velocemente qualcosa di abbastanza piccolo e leggero da afferrare fulmineamente e scappare via, ma il buio lì era pressoché totale e il fiammifero che aveva fra le dita a malapena gli permetteva di vedere dove metteva i piedi.

Con il terrore che negli occhi si stava già trasformando in pianto, si bloccò, impaurito e indeciso sul da farsi. «C’è… c’è nessuno?» domandò balbettando, memore delle leggende che circolavano su quel posto. «No» rispose una voce cavernosa alle sue spalle, un attimo prima che l’ultimo fiammifero si spegnesse per sempre.


Diana Colombre ama scrivere racconti brevi e di genere fantastico, nel senso più ampio del termine. Da quando è venuta al mondo, la Luna si è allontanata dalla Terra di quasi 160 cm. Non per colpa sua, se ve lo state chiedendo. Scrive di mitologia e folklore per Spore Rivista e, in passato, ha pubblicato alcuni racconti (firmandosi Nadia Erre) su Quaerere, Spore Rivista, La Seppia e Madre Rivista Letteraria.

Redazione

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