Delicatezza e dissacrazione: María Zambrano su poesia e filosofia

Lo iato tra filosofia e poesia

María Zambrano (1904-1991) è la filosofa spagnola che nella sua riflessione ha coniugato il pensiero politico alla mistica. Allieva di Ortega y Gasset, nel 1939 scrive Filosofia e poesia: nel testo si sviluppa una vera e propria indagine attorno ai motivi che hanno condotto, fin dalla grecità classica, alla netta separazione tra pensiero e poesia.

Nella visione della filosofa, la rottura avviene precisamente con Platone con Platone, laddove, nella Repubblica, il logos filosofico trionfa sulla parola poetica, costringendo quest’ultima a una vita ai margini da cui «urla le sue sconvenienti verità[1]».

Da questo, Zambrano giunge all’idea che apre il saggio: «Sebbene in alcuni fortunati mortali poesia e pensiero si siano incontrati e abbiano coinciso, sebbene in altri – ancora più fortunati – si siano fusi in un’unica forma espressiva, non vi è dubbio che, nel nostro contesto storico-culturale, poesia e pensiero si contrappongono con nettezza[2]».

Le caratteristiche della filosofia

«[…] Lo sforzo metodico per catturare qualcosa che non abbiamo e di cui siamo talmente bisognosi da strapparci da ciò che già abbiamo senza averlo cercato[3]»

Per descrivere il modo d’essere della ragione filosofica, l’autrice si avvale del celebre passo della Metafisica (I, 982 b) in cui Aristotele tratta della nascita della filosofia dalla meraviglia. Partendo da questo presupposto, Zambrano, pur non contestandone la validità, aggiunge una considerazione personale, poiché «se il pensiero è nato solo dalla meraviglia, […] non si spiega certo facilmente come ben presto abbia preso forma di filosofia sistematica; non si spiega neanche come una delle sue migliori virtù sia stata l’astrazione, questa idealità conseguita con lo sguardo, sì, ma con un genere di sguardo che ha ormai cessato di vedere le cose[4]».

È in questo frangente che, facendo riferimento a un’altra auctoritas (Platone, libro VII della Repubblica), rinviene il secondo elemento che dà origine alla filosofia: la violenza. La filosofia, dunque, consiste di «meraviglia, sì, stupore di fronte all’immediatezza delle cose, cui fa improvvisamente seguito uno strappo, un brusco allontanarsi per slanciarsi altrove, verso qualcosa da cercare e perseguire perché non si dà, perché non ci fa dono della sua presenza[5]».

Cercando di delineare in maniera via via più particolareggiata lo statuto del filosofo, e del filosofare, l’autrice utilizza termini ed espressioni quali: padrone, asprezza, rinuncia, violenza, ascetismo, spremere le cose, crudeltà, luce, purezza, stabilità, certezza, assoluto, violenza della verità, superbia, catturare.

Dunque il filosofo, quello dell’antichità in particolar modo, tende, per quanto possibile, a porsi in risonanza con tutte le cose, con il tutto nell’uno: ma si tratta di un tutto come orizzonte e principio, un tutto/uno da ricercare oltre le apparenze delle cose, da sempre svalutate in quanto periture e transitorie.

Altre due peculiarità vanno aggiunte alla natura della filosofia e di coloro che si decidono per essa, piuttosto che per la poesia: il filosofo vuole possedersi, trovare se stesso; egli «parte a vele spiegate alla ricerca del proprio essere[6]», o, ancora, è colui che «si decide a cercare il proprio nome con le sole proprie forze[7]».

Il movimento tramite il quale il filosofo pensa di poter giungere al pieno possesso del suo essere è la fuga dalla carne, attraverso il perseguimento della conoscenza, intesa alla stregua di una purificazione dalla perdizione in cui il corpo lo costringe.

Zambrano accenna all’elemento ascetico tipico della filosofia a più riprese lungo il testo: il filosofo vuole infatti «sottrarsi alla corrente del tempo, staccarsi dalla processione degli esseri, dalla lunga catena della creazione in cui marciamo uniti in condanna temporale con gli altri, col resto degli uomini e anche con le altre creature[8]». Non solo egli vuole rimuovere se stesso dalla dimensione transeunte del reale, ma anche le cose, che vengono «spremute in modo implacabile, quasi crudele[9]» al fine di ricavarne, e possederne, l’essenza immutabile, il fondamento ultimo.

Il modo di agire, e di essere, della ragione filosofica è dunque quello del domandare perenne, e sarà proprio questo interrogare dell’intelletto a inaugurare «il proprio martirio e quello della vita stessa[10]».

La poesia

«La poesia è sempre stata aperta alle cose, gettata fra di esse, gettata fino alla perdizione, fino all’oblio di sé, del poeta[11]».

Sulla sponda opposta si colloca la poesia, definita come incontro, dono, scoperta venuta dal cielo[12]. I poeti sono coloro che

Rimasero aggrappati al presente e all’immediato, a ciò che offre la propria presenza e dona la propria figura, a ciò che tremola tanto è vicino; essi non sentirono alcuna violenza o forse non sentirono quella forma di violenza, non si lanciarono alla ricerca di un’ideale corrispondenza, né si disposero a percorrere con sforzo il cammino in salita che porta dal semplice incontro con l’immediato a ciò che è permanente, identico, Idea. Fedeli alle cose, fedeli alla loro primitiva meraviglia estatica, non vollero mai lacerarla; non avrebbero neanche potuto, perché la cosa stessa si era ormai fissata in loro, impressa nel loro intimo. Ciò che il filosofo perseguiva, il poeta l’aveva già dentro di sé, in un certo modo[13].

Continua l’autrice: «La poesia coltivava, intanto, la disdegnata molteplicità, la vituperata eterogeneità. Il poeta, innamorato delle cose, vi si attacca, si attacca a ognuna di esse e le segue attraverso il labirinto del tempo, del mutamento, senza poter rinunciare a nulla[14]».

Ciò che distingue in modo peculiare il filosofo dal poeta, è il fatto che quest’ultimo non cerchi l’unità occulta, ma quella già presente e incarnata; è un’unità, quella raggiunta dal poeta, fragile e incompleta, eppure egli se ne accontenta[15].

Ciò che invece unisce filosofia e poesia è che entrambe ambiscono al tutto, un tutto che però, per il poeta, è a posteriori, e non a priori; da non intendersi, quindi, come principio.

Nonostante qualche breve accenno alle analogie tra filosofia e poesia, Zambrano è ben più interessata a mostrare le ragioni che hanno condotto al divorzio forzoso tra le due; di nuovo, l’artefice di questa separazione è Platone. Egli imputa alla poesia di tradire il logos, ponendo la parola al servizio dell’irrazionale, dell’ebbrezza. Non solo, il poeta è anche colui che dà voce agli dèi (contro i cui capricci e la cui spietatezza aveva strenuamente lottato Platone, costruendo una città interamente umana, governata dalla ragione e dai suoi custodi).

In aggiunta a queste riprovevoli tendenze portate avanti dalla poesia, essa si vota – ed è questa la scoperta più aberrante agli occhi del logos filosofico – alle apparenze: se il filosofo le disdegna in quanto periture, il poeta vi si aggrappa proprio per tale motivo, perché «già nel possesso [egli] vive la perdita[16]».

Il poeta, spiega ancora Zambrano, è martire della poesia, desidera il delirio, perché è in tale condizione che si sente di essere dimora e veicolo della parola poetica.

Un ulteriore affronto della poesia alla ragione consiste nel suo essere da sempre una parola incarnata: al contrario del filosofo, che sceglie la via dell’ascetismo e del distacco, il poeta si rifugia nell’eccesso e lo abita, e soprattutto «è umile, riverente, con ciò che gli si para dinanzi e che egli non può spiegare: la vita e i suoi misteri. Vive, dimora all’interno di questo mistero come dentro un carcere e non pretende di scavalcarne le mura con domande irriguardose[17]».

Per concludere la definizione della figura del poeta e della poesia in generale, si veda questa profonda riflessione dell’autrice; mentre il filosofo, con una certa attitudine dissacrante, va in cerca del fondamento (di sé e delle cose) armato con l’ascia tagliente e affilata della ragione che tutto indaga e sopraffà, il poeta attende – in maniera umile e dimessa, senza disegnare la compagnia delle apparenze – che l’essere gli venga dato in dono.

Conclusioni: per una filosofia incarnata

La proposta di María Zambrano risulta essere chiaramente e largamente influenzata dalla filosofia platonica e dai retaggi di quest’ultima nelle correnti filosofiche giunte fino alla contemporaneità: seppure l’autrice stessa sia consapevole del fatto che alcuni fortunati mortali possono ancora far coesistere poesia e filosofia, Zambrano traccia nel suo testo una genealogia della biforcazione tra le due per mostrare il perché queste sembrino essere (oggi come nell’antichità) inconciliabili.

Per amor di argomentazione, però, possiamo provare a individuare una zona della filosofia che, per certi versi, condivide i tratti che María Zambrano attribuisce alla poesia in maniera esclusiva: questa zona della filosofia è l’estetica.

L’autrice sottolinea a più riprese che una delle fondamentali distinzioni tra filosofia e poesia risiede nell’essere incarnata della seconda, e nell’essere (o almeno nel tentare di essere) invece avulsa da ogni ancoraggio alla carnalità della prima.

L’estetica, invece, è propriamente la forma che la riflessione filosofica assume quando si tenta di «prendere sul serio il corpo», più ancora: «L’estetica nasce, nella modernità, come rivendicazione della corporeità e della sua peculiare forza conoscitiva e produttiva: percezione [aisthesis], immaginazione, fantasia, sentimento, intuizione, gusto, genio, tutti modi di conoscere-produrre il mondo, la natura, gli altri, connessi al corpo, impensabili senza il corpo[18]».

Si consideri, per concludere, l’espressione che dà il titolo al volume di Diodato, logos estetico, e che ben sintetizza il modus operandi ed essendi dell’estetica; di una filosofia che, paradossalmente, si occupa (e pre-occupa) proprio delle zone d’ombra e dei domini dai contorni sfumati senza mai dismettere l’abito dell’interrogazione, sì, ma allo stesso tempo coniugando logos e aisthesis, pensiero e percezione, o, meglio, logos e pathos. Nonostante questo piccolo esperimento teoretico, l’analisi di María Zambrano è fine e valida e, soprattutto, descrive in modo preciso la tendenza di una certa idea di filosofia che ancora oggi resiste: una filosofia così distante dalle cose del mondo da rimanere (e voler rimanere) inaccessibile ai più, al fine di evitare qualsivoglia meticciamento con la superficie delle cose, intenta com’è a rovistare nel profondo, accompagnata però dal «senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito[19]».


[1] M. Zambrano, Filosofía y poesía, 1996, tr. it. di Lucio Sessa, Filosofia e poesia, Edizioni Pendragon, Bologna, 2018, p. 37

[2] Ivi, p. 37.

[3] Ivi, p. 40.

[4] Ivi, p. 39.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 113.

[9] Ivi, p. 41.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 123.

[12] Ivi, p. 37.

[13] Ivi, p. 40.

[14] Ivi, p. 42.

[15] Ivi, p. 44.

[16] Ivi, p. 58.

[17] Ivi, p. 80.

[18] R. Diodato, Logos estetico, Morcelliana, Brescia, 2012, pp. 172-73. Anche l’espressione prendere sul serio il corpo è di R. Diodato.

[19] Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005, tr. it. di Roberto Natalini.

Marina Messeri

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