I viaggiatori

I viaggiatori sono pazzi.  Li incontri all’aeroporto dietro una maginot di trolley, che scrutano i monitor; sono in genere due, più il piccolo, un innocente strappato alla cameretta dei giochi per essere trascinato milioni di chilometri più in là in qualche paradiso incontaminato con insettoni, rettili, squali e animatori turistici. Intuendo ciò che lo aspetta il pargolo fa di tutto per ritardare o addirittura impedire la partenza: si confonde tra comitive di cingalesi, s’incastra nelle scale mobili o prende a testate nelle palle gli addetti alla sicurezza. I genitori tentano di arginarlo senza fare scenate, le mamme soprattutto, specializzate in certi pizzichi mascherati da carezze che lasciano lividi ancora visibili al termine della vacanza.

Il volo è invariabilmente in ritardo. Alzatisi all’alba per non correre rischi, i nostri passano il pomeriggio nei free shops spendendo metà del budget in profumi e stecche di sigarette.

Al momento del check-in il capofamiglia si fa prendere dall’angoscia – un timbro sul passaporto, un bagaglio troppo pesante, magari una multa mai pagata finita sul casellario giudiziale. Porge i documenti all’agente, la cui espressione inquisitoria lo costringe a confessare:

“Il bagaglio a mano pesa due chili in più del dovuto.”

“Documenti della signora?”

Lui si gira verso la moglie, la quale ravana nella borsa per venti, venticinque minuti, con la gente dietro che a forza di sbuffi le rovina la permanente. Trovato finalmente il passaporto corrono al controllo bagagli dove vuotano le tasche riempiendo le apposite vaschette di imbarazzanti effetti personali: rimasugli di merendine, crema per le emorroidi, pillole lassative, preservativi sfusi. Passano sotto il metal detector a mani alzate, nel timore che scatti l’allarme e che l’agente estragga l’enorme pistola. Il bambino si diverte a far suonare il cicalino con l’apparecchio per i denti.

Una volta a bordo la moglie viene presa da una lieve forma di isteria claustrofobica che combatte cantando a squarciagola A chi la dò stasera; dopo un paio di strofe un saudita si propone come acquirente. Poi il comandante, al termine di una specie di atto di dolore in inglese, accende i motori: la moglie estrae un rosario e piomba in uno stato catatonico che interromperà solo per aggrapparsi piangente ai maroni degli steward. Il bimbo, frattanto, percorre a tutta velocità il corridoio, dribblando hostess come un Maradona un po’ più alto. Il padre lo agguanta e, dopo averlo incaprettato con la cintura, gli ordina un paio di negroni per farlo stare buono.

Al momento del pranzo la moglie declina, limitandosi a inghiottire i grani del rosario; il padre, invece, mangia tutti e tre i vassoi perché il bimbo è sparito da un’oretta buona – gli altri viaggiatori hanno fatto una ola dalla contentezza. Nel bel mezzo dell’oceano l’aereo incontra delle turbolenze che azzittano la comitiva: nel silenzio si sente solo la moglie che prega a voce altissima inframmezzando suppliche con minacce tremende a quasi tutti i santi del calendario. Dopo una decina d’ore il comandante borbotta qualcosa e l’aereo comincia a scendere. Il bambino ricompare gridando: precipitiamo! Mentre il padre lo chiude nella cappelliera, la moglie tenta di aprire il finestrino.

L’atterraggio è salutato da una salva di applausi che sembra di stare a Sanremo. Nello scendere la moglie abbraccia tutti, perfino lo steward col conto per i braccioli che ha masticato.

Appena usciti dall’aeroporto vengono intercettati da un tassista dall’aspetto di un ergastolano; il tipo li recapita all’hotel Wahabaranga estorcendo una cifra sufficiente a comprarsi un nuovo taxi. L’hotel non somiglia per niente a quello del depliant: dietro il banco del bureau sonnecchia un nero colossale. Per attirarne l’attenzione il marito è costretto dapprima a tossicchiare, poi a inscenare una broncopolmonite. Finalmente il nero si stiracchia e va di là a farsi il caffelatte. Passata una mezz’ora, ricompare.

“Aloha memsahib, quieres comer something? Coca cola, fried chicken, kartoffel salad, grec kebab?”

“Scusi, dovrebbe esserci una prenotazione a nome Squadrani.”

“Scuiàtl?”

“S-q-u-a-d-r-a-n-i.”

Il tipo estrae da un cassetto una pila di fogli, per lo più multe, cambiali e avvisi di garanzia del tribunale di Dar es Salaam. Lì in mezzo, scritto su un tovagliolino di carta, c’è il cognome di famiglia.

“Oooh…” Il nero ride soddisfatto, poi batte le mani e da una cassa di birra salta fuori un ragazzino sui dieci anni con una divisa da lift.

“Abdul, sada barisni zuzu!”

“Ghezzhal…”

“ZUZU!”

Di malavoglia, il ragazzino comincia a trascinare i settanta chili e passa di valige al piano di sopra.

Le camere non sono intonacate e tra un mattone e l’altro si vede la gente in strada. Un paio di geki grassocci dormono sulle pareti, stufi di mangiar zanzare.

“Il bagno?” chiede la moglie.

“Zanzani”, il ragazzino indica un gabbiotto nel cortile sottostante. Mentre la moglie s’accascia il figlio comincia a dar fastidio ai geki.

Dopo essersi rinfrescata la famigliola percorre a piedi i tre chilometri di polvere che li separa dal mare. La spiaggia è semideserta; solo un vecchio in tanga e una coppia di nudisti che riempie di curiosità il piccolo e induce gli adulti a paragoni umilianti.

“Chissà se si può fare il bagno?”

“Non c’è mica la bandiera rossa, cara.”

“Se è per questo non c’è neanche il palo che tiene su la bandiera. E neppure il bagnino…”

“Non è che siamo a Cesenatico, cara.”

“Ci sono delle onde come nei documentari! Dì a Luigino… Luigino? LUIGINOOO!!”

Il bimbo è già sparito in mezzo ai flutti.

“Oddio Giancarlo!”

Il marito si toglie le infradito e si tuffa in pieno oceano indiano alla ricerca dell’erede che galleggia come un sughero su un cavallone di sei metri. Tornano a riva dopo mezz’ora di superlavoro per i loro angeli custodi; la madre li copre col telo da bagno fornito dall’hotel, una vecchia bandiera del Real Madrid dimenticata da un turista spagnolo. Finalmente si distendono sulla sabbia bianca procurandosi ustioni di terzo grado sul settanta per cento del corpo. Il piccolo è il primo a stufarsi.

“Voglio andare ai giochi.”

“Luigino…”
”Voglio andare ai giochi!”

“Vedi dei giochi? Non ci sono giochi!”

“Voglio…”

“Luigino, conto fino a tre…”

Luigino si mette a piangere, certi singulti che perfino i due nudisti si preoccupano. La mamma, che non vuol far figure neppure davanti a gente che va in giro con le cose di fuori, tenta di placarlo. “Fa il bravo Luigino, che papà ti prende il gelato se fai il bravo.”
Il papà la guarda.

“Il gelato! Voglio il calippo!”

“Non c’è il calippo, Luigino. Siamo su una landa desertica sub sahariana quasi disabitata se non fosse per Bananone, sua moglie, il signore disteso là che però pare morto e quella demente di tua madre!”

Il bambino si rimette a strillare e la moglie s’offende; l’aura di negatività sospesa sul capofamiglia stimola la sua colite.

“Ahhh…”

“Che c’è?”

”La pancia…” Il papà si torce, rivoli di sudore misto a curcuma gli imperlano la fronte scottata.

“Il cous cous dell’aereo? Devi andare al bagno?”

“E dove?” Lui fa un gesto largo a circoscrivere l’orizzonte piatto.

“Beh, vai dietro a una duna…”

“Si, cago in mezzo alla gente!”

“Non parlare così davanti a Luigino! E poi non c’è nessuno, l’hai detto tu!”

La panza fa un altro gorgoglio. In effetti basterebbe oltrepassare quella collinetta…

L’uomo si avvia barcollante sotto gli occhi della moglie, del piccolo e dei nudisti che si stanno chiedendo dove va quel pazzo italiano scalzo sulla sabbia rovente che neanche Giucas Casella ci metterebbe piede. In stato confusionale raggiunge la duna; scalandola rischia un paio di volte di cagarsi addosso ma alfine è in vetta. Calatosi le braghe lascia andare gli intestini con un urlo di esultanza. Si rimette in piedi, incontrando gli sguardi della comitiva di norvegesi appena uscita dall’albergo alle sue spalle. Dopo aver sorriso loro rassicurante, come se fosse abituato a performance del genere, il capofamiglia scende dalla duna e tenta il suicidio allontanandosi in mare aperto. Viene fiocinato da un peschereccio somalo che invia richiesta di riscatto all’ambasciata italiana. Quando viene liberato dopo mesi di trattative pesa cinquantadue chili, ha un metro di barba e una relazione col timoniere di prua. Sua moglie nel frattempo s’è fidanzata col padrone dell’hotel Wabaranga e il piccolo passa le giornate con Abdul a fregare macchine fotografiche ai turisti.


Luca Alessandrini è un ex calciatore, ex edicolante, ex bel ragazzo. Tecnico di laboratorio analisi e, grazie all’insistenza di sua moglie, falegname, massaggiatore Shiatsu, intrecciatore di coroncine celtiche e martire in attesa di beatificazione. Vive in un borgo contadino sul fiume Conca attorniato da polli, mucche e maiali. E da una serie imprecisata di storie da raccontare.
Grazie alla partecipazione a concorsi letterari ha pubblicato all’interno di due raccolte di racconti: “È sempre tempo di eroi” c.e “il Cerchio e “Il ritorno del Re” c.e. “Il Cerchio. Recentemente ha vinto il concorso letterario della rivista Bref Cubia con il racconto “Muri.”  Ha pubblicato con Rivista Blam, Il paradiso degli orchi, Tremila battute, Voce del Verbo e Sguardindiretti, ed è in procinto dipubblicare con Narrandom e Risme (giugno2021).

Redazione

5 pensieri su “I viaggiatori

  1. L’autore, oltre che essere un bellissimo e ben dotato ragazzo, è il miglior scrittore della galassia (e non lo dico solo perché si chiama come me)

  2. Bellissimo. Il testo, con un’ironia sopraffine, evidenzia la goffa fragilità delle aspettative umane. A quanti di noi è capitata almeno una delle disavventure descritte dall’autore?

  3. Questo autore è un fenomeno, ho riso dall’inizio alla fine. La cosa che mi è piaciuta di più è che ha inserito quei dettagli verissimi che hanno dato realismo all’intera storia: dal pizzicotto della madre che ti fa un livido che dura 1 settimana all’irruenza insopportabile e involontaria del bambino.
    Complimenti!

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