Il Dritto e il Rovescio: possibili considerazioni su sei romanzi libertini – Parte III

Questo pezzo è la terza parte di una serie di articoli correlati. Puoi leggere la seconda parte qui. La quarta, e ultima, parte uscirà lunedì 28 marzo.

3. Storia di una crescita disattesa: Montesquieu e il fallimento del Bildungsroman.

Nell’edizione ampliata delle Lettres persanes del 1754, Montesquieu rivela, in risposta alle accuse ricevute nel 1751 dal giansenista Jean-Baptiste Gaultier, le reali intenzioni dell’opera: essa, per l’autore, deve presentarsi come un percorso (il cui punto di partenza è nel mondo dispotico dell’ordine persiano, impersonificato dalle categorie mentali dei due protagonisti, Usbek e Rica) che è, attraverso delle tappe fondamentali, un cammino metaforico in cui ogni segmento rappresenta la diretta conseguenza di quello precedente e una necessaria premessa per quello successivo:

I persiani che dovevano svolgervi un ruolo così importante, si trovano trapiantati all’improvviso in Europa, cioè in un universo altro. Era necessario presentarli, per un certo tempo, pieni d’ignoranza e pregiudizi. Bisognava soprattutto mostrare la formazione e lo sviluppo delle loro idee (Lettere persiane, p. 6).

Un Bildungsroman, dunque, che si cela dietro la coltre di teorizzazioni e impressioni dei due protagonisti e cadenzato da alcuni passaggi fondamentali che fanno, delle Lettere, un vero trattato filosofico, in cui si addensano spunti antropologici, sociologici, economici e politici che anticipano la fruttuosa stagione delle opere in questo senso impegnate, Le Considerazioni e Lo Spirito della legge.

Prova di una volontà formativa e di un’inclinazione dialogica tra due culture volta non a delegittimare, quanto a confrontare due antropologie differenti, sono le lettere LXIII e LXV, in cui i due uomini, ormai da tre anni lontano da casa, manifestano uno scollamento con le proprie origini – dovuto al continuo confronto con una eticità diversa – tale da mettere in crisi un intero sistema valoriale:

Il mio spirito perde progressivamente tutto ciò che gli resta di asiatico e si adatta senza sforzo ai costumi europei. Non sono più stupito di vedere in una casa cinque o sei donne in compagnia di cinque o sei uomini, e trovo che non è una cattiva idea (Lettere persiane, p. 86).

Sareste voi a essere ingannate, se volessi seguire i consigli che mi dà il grande eunuco, se volessi esercitare la mia autorità per farvi vivere come vi chiedevano le mie esortazioni.

Non voglio servirmi di questi mezzi violenti, se non dopo aver tentato tutti gli altri. Fate dunque nel vostro interesse quanto non avete voluto fare nel mio (Lettere persiane, p. 89).

Si assiste qui, come si vede, a un cambiamento di prospettiva che è, poi, la cifra costante dell’intera narrazione: essa è, infatti, una continua disamina dei diversi aspetti del reale e dell’individuo sotto ogni punto di vista, ancora più efficace grazie alla naturale “estraneità” dei due persiani.

I due passi presi in esame rivelano, così, il doppio progetto sotteso all’opera di Montesquieu: cogliere, attraverso l’analisi imparziale di due stranieri, le contraddizioni dei dogmi culturali umani e, non meno importante, la loro trasformazione interna per mezzo di un dubbio empirico che mette i due persiani dinanzi a una società a un tempo affascinante, ma inconcepibile, causa di un dissidio interno vissuto, tuttavia, non come sofferenza, ma come opportunità: più in Rica che in Usbek, il desiderio di una conoscenza antropologica (ovvero, inerente più ai costumi che alla cultura della società francese) permette di trasportare sul piano del possibile un dialogo che avrebbe potuto assumere i toni di uno scontro tra civiltà che avrebbe annullato l’intento formativo di Montesquieu e la ricerca sulla legittimità del dominio e dei dogmi; e, infatti, l’intera struttura del testo si poggia su questa indagine antropologica: Montesquieu, in un lavoro che è grande preparazione teoretica per le grandi opere storico – politiche successive, vuole erigere un impianto costruttivo dell’individuo e sull’individuo innestando, attraverso il confronto tra due culture diverse, un ripensamento su verità date per assodate da una certa cultura e, al contrario, impensabili per un’altra. Tale confronto, che è la base su cui si può giocare la partita dell’immedesimazione e, quindi, della formazione, permette di assimilare le diversità e rielaborarle in un linguaggio che non ne mina l’apporto semantico: più volte i due persiani si riferiscono a cariche e a poteri europei utilizzando, per denominarli, il loro corrispettivo arabo senza, tuttavia, banalizzazioni o falsificazioni; allo stesso modo, anche l’impianto religioso cattolico può essere sovrapposto a quello islamico, riconoscendo, insieme, la banalità di alcuni riti e passi delle Scritture Sacre (<<Al contrario, nel nostro Corano si trova spesso il linguaggio di Dio e le idee degli uomini, come se, per un mirabile capriccio, Dio avesse dettato le parole e l’uomo avesse fornito i pensieri>> (p.133)) e la legittimità dell’altra religione:

D’altra parte, se si esamina da vicino la loro religione, vi si troverà come un seme dei nostri dogmi. […] Il loro battesimo è l’immagine delle nostre abluzioni rituali; e i cristiani si sbagliano solo nell’efficacia che attribuiscono a questa prima abluzione che credono renda inutili tutte le altre. I loro preti e i loro monaci pregano, come noi, sette volte al giorno. Sperano di godersi un paradiso dove gusteranno mille delizie attraverso la resurrezione dei corpi. Hanno, come noi, digiuni stabiliti, mortificazioni con cui sperano di procurarsi la misericordia divina. Onorano gli angeli buoni e diffidano di quelli cattivi. Hanno una sana credulità per i miracoli che Dio opera attraverso il ministero dei suoi servitori. Riconoscono, come noi, l’insufficienza dei loro meriti, e il bisogno di un intercessore presso Dio. Vedo dappertutto il maomettismo, sebbene non trovi Maometto (Lettere persiane, p. 49).

Questi elementi sarebbero sufficienti a delineare un reale cambiamento all’interno dell’universo di Rica e Usbek, e darebbe ragione a Montesquieu nel voler individuare, nel suo romanzo, un Bildungsroman: dal punto di partenza, i due protagonisti si sono scollati sempre più dalla loro cultura per abbracciare, progressivamente, una formazione occidentale.

Tuttavia, nel mondo ideologico di Montesquieu una tale formazione non sarebbe stata mai possibile senza contravvenire alla base di confronto su cui l’opera si poggia. La formazione, dunque, non c’è perché non può esserci, in quanto, se ci fosse, permetterebbe una prevaricazione di un’antropologia su di un’altra- il che sarebbe agli antipodi dell’indagine antropologica stessa; per questo motivo, si può parlare per le Lettere persiane di un fallimento del romanzo di formazione.

In effetti, indizi in questo senso si rintracciano sparsi qua e là in tutte le pagine delle Lettere, soprattutto nella duplicità con cui Usbek si rivolge, da una parte, al suo serraglio e, dall’altra, a Rhedi e a Ibben, i due soli personaggi con i quali vengono scambiate opinioni di rilievo sulla cultura e sui costumi europei.

Usbek, più di Rica, data la sua posizione di privilegiato (essendo egli padrone di un serraglio), manifesta a più riprese, anche in lettere apparentemente stabili, un’ambiguità e una titubanza che possono già prefigurare il fallimento della crescita del personaggio che, poi, troverà il suo drammatico apice nelle ultime quindici lettere dell’opera.

Le lettere, infatti, che vanno dalla CXLVII alla CLXI rappresentano il gruppo più dinamico e più esplicativo dell’intero romanzo.

La parabola discendente della formazione di Usbek prende avvio con una lettera (CXLVII) in cui il grande eunuco gli annuncia i disordini all’interno del serraglio e termina in una silenziosa lettera di Roxane, una delle mogli del persiano, in cui non solo la donna troverà la morte (ella si suiciderà a seguito della morte del suo amore), ma lo stesso Usbek, al quale, significativamente, Montesquieu non lascia possibilità di risposta alcuna.

Queste ultime quindici lettere schiudono, quindi, diverse porte interpretative.

La prima: Usbek si mostra incapace di porre mano a quelle idee di eguaglianza e stabilità sociale avanzate in molti punti dell’intero romanzo: egli non può, ne saprebbe abbandonare il proprio ruolo dispotico all’interno delle dinamiche persiane del serraglio e, dunque, non vi è, nel suo atteggiamento, alcuna corrispondenza tra piano del reale e piano dell’ideale:

Con questa lettera ricevete un potere illimitato sull’intero serraglio. Comandate con la mia stessa autorità. Il timore e il terrore accompagnino ogni vostro passo. Correte da un appartamento all’altro a infliggere punizioni e castighi. Che tutto vada in preda alla costernazione, e tutto si sciolga in lacrime davanti a voi. […] Non tenete conto del mio amore: tutto subisca il vostro temibile tribunale (Lettere persiane, p. 214).

Ti metto la spada in mano. Ti affido ciò che in questo momento ho di più caro al mondo: la mia vendetta. Assumi questo nuovo ruolo, senza cuore né pietà (Lettere persiane, p. 217).

La seconda: il romanzo fallisce in uno dei suoi presupposti fondamentali, quello di essere catalizzatore di un processo di confronto e dialogo tra due culture volto al superamento delle contraddizioni interne a ciascuna antropologia: la formazione preannunciata nelle Riflessioni resta solo teorica, parziale e incompiuta: Rica, che pare essere il solo, tra i due protagonisti, ad aver accettato il mondo occidentale, abbracciandone l’antropologia, scompare dalla narrazione e non si presenta che indirettamente attraverso una testimonianza, l’ultima, di Usbek (<<Mille volte ho incitato Rica a lasciare questa terra straniera: ma si oppone a ogni mia decisione, e mi trattiene qui con mille pretesti>> (p. 218)) e lo stesso Usbek, voce principale per tutto il racconto, si scopre tiranno e incapace di evolversi dalla sua condizione di partenza. La formazione, dunque, si tramuta in una sconfitta delle energie dell’io, incapace, nel suo slancio, di far coincidere piano reale e piano ideale.

La terza: nella presa di coscienza del fallimento alla costruzione e alla costituzione di un uomo nuovo, Montesquieu affida significativamente l’ultima parola del romanzo a una donna, Roxane, che, in confronto ad altre, non ha goduto, fino ad allora, di grande spazio: il suo adulterio dichiarato quasi con orgoglio e la sua denuncia, che è allo stesso tempo sociale e individuale, permette che il romanzo della formazione mancata si chiuda in un ultimo canto d’amore che coincide con la morte (della donna, del suo amato e dei guardiani del serraglio):

Sto per morire, il veleno scorre nelle mie vene: e che farei qui, dopo che il solo uomo che mi legava alla vita non esiste più? Io muoio, ma la mia ombra vola via in buona compagnia: davanti a me ho mandato quei guardiani sacrileghi che hanno versato il sangue più bello del mondo.

[…]

Entrambi eravamo felici: tu mi credevi ingannata, e io ingannavo te. […] Ma è finita: il veleno mi consuma, le forze mi abbandonano, la penna mi cade di mano, sento affievolirsi perfino il mio odio: io muoio (Lettere persiane, p. 222).  

Con il silenzio imposto a Usbek, sembra quasi che Montesquieu non abbia voluto permettere alcuno scioglimento finale della psicologia del personaggio in quanto questo rappresenta, a conti fatti, il fallimento di un dialogo inter – culturale in cui avrebbero dovuto trionfare la libertà e l’uguaglianza: sotto questo punto di vista, Montesquieu sembra un disilluso già prima della stesura delle Considerazioni e dello Spirito della legge – e questa disillusione, che ha trovato voce nelle Lettere persiane, potrebbe essere un nuovo punto di partenza nell’interpretazione anche delle due grandi opere storico – politiche successive; ma per ora, volendo rimanere nell’ambito del capolavoro epistolario, il cammino preannunciato si è strozzato su se stesso: la partenza coincide con l’approdo.


Filippo Casanova

Redazione

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