La bestia

Simona a tutto pensò quella mattina, a una zuffa di gatti in amore, a un trekker che s’era perso, ai ladri, a un ubriaco, persino al suo ormai ex marito che, mosso da un’insospettabile moto di empatia, era passato ad accertarsi che non fosse morta, quindi si può immaginare quanto grande fu la sua sorpresa quando invece vide sul vialetto, accasciato contro la rete verde di demarcazione, un grosso e peloso cinghiale.

<C’è un cinghiale davanti casa.>

<Simo? Sei tu?> erano anni che non la chiamava così.

<Sì, sì, certo che sono io, chi credevi che fossi? Ti ripeto che ho un cinghiale davanti casa.>

Dal cellulare giunse l’eco elettronica di una risata.

<Che ridi? Che c’è da ridere, Guido?>

<No, niente. È che di solito le telefonate si iniziano con un pronto, come stai, mi dispiace disturbarti, di domenica mattina poi, quando probabilmente stavi ancora dormendo.> aveva marcato la parola “probabilmente”.

Sulla bocca di Simona sibilò l’inizio della parola “scusa”, ma si interruppe. Cercò nell’aria il filo arricciato di un telefono fisso perché quel tono scherzoso le aveva fatto ricordare Guido da ragazzo. Non trovandolo, si portò la mano alla tempia e iniziò a grattarla distrattamente. Avrebbe voluto chiedergli come stai?, invece gli chiese:<Danilo come sta?>

<Una meraviglia. Può ancora ronfare senza che nessuno lo svegli di prima mattina, beato lui.>

<Perché lo abbiamo chiamato così?>

<Eh?>

<Con tutti i nomi che ci sono, perché proprio Danilo?>

<Mah. Senti, ha quindici anni, non mi sembra il caso di farsi venire i dubbi adesso.>

Quella era una domanda che si affacciava da un tempo rimasto assopito ma mai rimosso. Il tempo in cui Simona era incinta, ormai prossima al parto, e dopo pranzo si sdraiava sul letto, con le tapparelle abbassate perché la luce del sole aveva iniziato a darle noia, e respirava piano. Guido le si sdraiava accanto e, con la punta dell’indice inumidita, tracciava cerchi di saliva intorno a quel bottone di carne che un tempo era stato il suo ombelico.

“Perché Danilo?” aveva chiesto lei. “Stai insistendo molto per chiamarlo così. Non è che ti ricorda il nome di una vecchia fiamma? Una qualche Daniela, magari?”

Stava scherzando e come reazione si aspettava da lui lo stesso tono leggero, una risata seguita da una spiegazione, invece trovò soltanto il silenzio. Lui scivolò lentamente fuori dal letto, seguì la spanna con il palmo della mano e, giunto dalla parte di lei, si appoggiò sui pugni e la baciò sulla fronte. Le disse che usciva per andare a fare la spesa e si premurò di chiederle di che cosa sentisse la voglia. Lei rimase sdraiata ancora per molto. Il bambino le tirava i calci dentro la pancia. Dei piccoli rettangoli di luce riempivano lo spazio vuoto sul cuscino di lui.

<Perché, non ti piace?> le chiese Guido al telefono.

<No, no, certo. È mio figlio.>

<Nostro figlio.>

<Sì, è quello che ho detto.>

<Non è vero.>

<Vabbè dai, era quello che intendevo.>

<Allora?> continuò lei dopo una pausa.

<Allora cosa?> chiese lui.

<C’è un cinghiale sdraiato in giardino. Non è che potresti…> lasciò svanire la domanda.

<Venire?> terminò lui <Sei impazzita? Non si può nemmeno andare in un altro comune e tu mi chiedi addirittura di oltrepassare regione. Non se ne parla.>

<Ma per ragioni di necessità si può. E questa è una ragione di necessità.>

<Un cinghiale non lo è. Hai provato a cacciargli un urlo? Scommetto che non l’hai fatto. Oppure prova a lanciargli un sasso.>

<Certo, perché io tengo la ghiaia in casa!>

<E quella bella cornice d’argento che ti avevo regalato? Te la sei presa dietro, perché ho controllato e in casa qui non c’è. Dentro c’era la foto di noi due a Parigi, ma immagino che tu l’abbia tolta ormai. Prova a lanciargli quella.>

<Oh, ma sta zitto un po’.>

<Seriamente, non è il caso che venga. Davvero. È la cosa più migliore per tutti e due.>

<È la cosa migliore.>

<Infatti. Vedi che se ci ragioni ci arrivi anche tu.>

<No, è che hai sbagliato. Non si dice “la più migliore” ma “la migliore”.>

Dall’altra parte calò il silenzio. Simona sapeva che Guido stava per sbottare ma non le importava, niente importava più.

<Vaffanculo, Simona! Che credi, che io sia una delle tue bozze da correggere? Jane Austen dei miei coglioni. Io non ti devo proprio un cazzo! Hai capito? Un cazzo!>

Per calmarsi dalla telefonata, Simona percorse più volte il corridoio. Nella mano sinistra teneva la quarta sigaretta della mattinata, nella destra il cellulare. Il pollice, coordinato col ritmo dei suoi passi, ispezionava i numeri in rubrica, avanti e indietro, ma ben presto Simona si rese conto che non aveva nessun altro da chiamare. Attese che la sigaretta finisse, poi aprì la finestra. Il cinghiale aveva cambiato posizione, si trovava ora al centro del giardino. Era sempre sdraiato e respirava piano.

<Ohi!> gridò.

Il cinghiale alzò la testa di scatto, provò ad alzarsi ma le gambe traballarono e alla fine lo fecero cadere a terra.

<Ma che cazzo.>

Di nuovo il cinghiale provò ad alzarsi, di nuovo le gambe traballarono, di nuovo cadde.

<Che hai? Stai male? Sei ferito?>

Il cinghiale non rispose. Il folto pelo grigio scuro si alzava e si abbassava al ritmo del respiro. I piccoli occhi vispi la scrutavano. Simona cercò qualcosa in cucina, senza sapere esattamente che cosa. Si sentiva come sonnambula. Vide delle mele rosse nel portafrutta. In un primo momento ebbe la tentazione di prendere quella più grinzosa, ma la mano le scivolò su quella più bella e profumata. Passò la mela sotto il getto d’acqua del rubinetto dell’acquaio e la lanciò poco lontano dal cinghiale. Il toc attutito dall’erba fece sobbalzare l’animale, che sollevò la grande testa zannuta, ma, resosi conto della natura dell’oggetto, lo raggiunse a fatica, dopo ripetuti traballamenti e cadute. Mentre guardava la schiuma biancastra circondare, morso dopo morso, la bocca del cinghiale, Simona sentì di provare qualcosa per lui, qualcosa che piano piano assunse una forma e si ordinò in lettere nella sua mente: pietà. Aveva già la quinta sigaretta tra le labbra e l’accendino stretto nella mano, quando le venne un’idea. La rete Wi-Fi traballò, proprio come le gambe del cinghiale, almeno un paio di volte, ma alla fine sembrò stabilizzarsi tanto bastava per accedere a Facebook. Sapeva che ormai esistevano gruppi di ogni tipo, che radunavano persone con le stesse passioni e stesse attitudini, quindi Simona si mise a cercare quello degli abitanti del suo nuovo comune di residenza, e trovarlo non fu difficile. Col cellulare scattò una decina di foto al cinghiale e, dopo aver scritto una didascalia che spiegava la situazione, con una certa emozione, ne pubblicò una sul gruppo. Le reazioni furono immediate e numerose: la maggior parte delle persone commentarono solo per comunicare la propria curiosità, ma ci furono parecchi commenti che convergevano verso lo stesso consiglio, ovvero chiamare il centro di recupero di fauna selvaggia che operava nella provincia. Scrissero anche un numero di telefono, che Simona chiamò subito, senza però ricevere risposta. Fece altri due tentativi, a mezz’ora di distanza l’uno dall’altro. Nessuno rispose. Dalla finestra osservò ancora una volta il cinghiale, il cui respiro, lento e regolare, le donava una sensazione di tranquillità. A malincuore digitò sul cellulare il numero uno, seguito da un altro uno e infine da un due.

Vennero nel tardo pomeriggio, quando il sole allunga le sue dita di luce su tutta la campagna, prima di tramontare. La piccola Panda nera arrancò su per la stretta strada di montagna, fermandosi ad ogni casa isolata che incontrava, ma ripartiva appena si rendeva conto che erano tutte disabitate. Alla fine si fermò davanti alla casa giusta, davanti alla rete verde. Simona, che si era affacciata dalla finestra del primo piano, alzò un braccio, non in segno di saluto ma per dire: qui. Dalla macchina scesero due carabinieri: uno giovane che la salutò con la mano, uno più vecchio (aveva i capelli brizzolati sulle tempie) che piegò leggermente la testa. Le mascherine che indossavano non facevano intendere i loro lineamenti. Il cinghiale alzò di scatto la testa quando arrivarono, gli occhi spalancati, il corpo irrigidito e in allerta. Avvenne troppo velocemente. Il carabiniere vecchio estrasse la pistola con il silenziatore già inserito. Sparò due colpi ed entrambe le volte colpì il cinghiale.

<Ma che cazzo.> disse Simona.

Il carabiniere vecchio, quando vide il sangue sporcare l’erba invernale e le prime margherite, si avvicinò e sparò un’ultima volta alla testa del cinghiale. Quella scena fece ricordare a Simona un film che aveva visto anni fa, ambientato ad Auschwitz. Il carabiniere giovane aveva preso dal bagagliaio un enorme sacco di plastica. Simona li osservò faticare per parecchi minuti, nel tentativo di mettere il cadavere dentro il sacco. Non le venne in mente di proporsi per aiutarli. Sentiva la testa svuotata. Quando i due carabinieri completarono l’operazione, il carabiniere giovane si levò i guanti di lattice e li buttò dentro il sacco con soddisfazione.

<Ma che fate? Lo lasciate lì?> gridò Simona, quando li vide avviarsi verso la macchina.

<Domani verrà qualcuno a portarlo via.> disse il carabiniere vecchio.

<Ma…>

Il carabiniere vecchio spalancò le braccia e disse:

<Signò, è domenica.>

Simona, immobile, guardò la macchina mettersi in moto, fare manovra e sparire tra i larici. Il sole era sparito dietro le montagne, lasciando in cielo una chiazza di giallo opaco. Non osava guardare la massa informe che occupava il suo giardino. Quando alla fine trovò il coraggio, vide l’occhio morto del cinghiale che, attraverso il velo di plastica, continuava a scrutarla.


Lucia Tradii nasce nel 1994 sull’Appennino bolognese. Si è laureata in Lettere e si sta laureando in Italianistica presso l’università di Bologna. Alcune sue poesie sono apparse sulle riviste: Il Visionario, L’Elzeviro e Voce del verbo. Alcuni suoi racconti appariranno sulle riviste: Voce del verbo e Malgrado le mosche.

Redazione

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