La casa

Prima la raggiunse l’odore del mare. Sospeso sulla statale ondeggiava lo stesso cartello di benvenuto. Avrà avuto quarant’anni il cartello, più o meno come lei. Insieme all’insegna la colpì a sorpresa anche un pungolo di dolore sul petto, un punteruolo di nostalgia conficcato tra le costole. Era lei bambina sporta dal finestrino della macchina, con la madre e le zie e la madre di tutte, la nonna, la grande matriarca bionda. La gatta nera nel cestino si agitava.

Percepiva sempre l’arrivo, andata e ritorno, quando ogni anno dalla grande città tornavano in Romagna nella casa. A scaglioni arrivava la famiglia tutta, da giugno a settembre, per trascorrere le ferie nella villa, negli antri freschi e sotto i portici, sdraiati sui lettini del giardino incolto, mentre i bambini scorrazzavano selvaggi per volere della madre di tutti “Lascialo stare quel bambino” si sentiva echeggiare di risposta a una madre meno importante che sgridava. Adesso invece in macchina era sola, la bambina sensibile, pestifera e sognatrice si era trasformata in una gattara nichilista, sartriana, la piccola allegra e spensierata in un adulto oberato e stanco.

Girò sul viale principale. Aveva un appuntamento con i cugini ma non era di piacere. La casa andava venduta. Gli adulti non c’erano più, erano morti, non c’era più nessuno a fare da collante, nessuna ala di chioccia a tenere insieme i muri, le porte, le estati. Fermò l’auto davanti al giardino. La campagna era scomparsa. Spariti i covoni di grano dentro cui si nascondevano da piccoli, dove si baciavano i cugini già adolescenti e lei a fare da palo. Altre case si ergevano in giardini ordinati e aiuole, laddove, seguendo una mappa mentale, indovinava il luogo del campo di pannocchie. Era stato proprio lì che il contadino aveva sparato il sale a Simone sul sedere. Là c’era la casa colonica, laggiù l’orto. Però poteva sentire come allora il treno che fischiava, la ferrovia dietro la casa c’era sempre. Ancora oggi bastava una certa composizione di elementi, la notte calda che entra dalle finestre aperte, le cicale assordanti, per evocare senza volerlo il fischio che allora accompagnava il buio eccitato della stanza, dove insieme dormivano lei e i cugini. Lo stridio delle rotaie nell’aria sospesa era il segnale delle scorribande notturne a rubare in cucina lo Spuntì al tonno e il vino della vigna della nonna.

“Irene!”

“Lea” si abbracciano. Lea è sua cugina, la più grande.

 “Visto? Non c’è più niente.”

“Ci sei venuta ogni tanto?”

“Sì, ma solo a controllare.” Lea vuole dire che non ci ha più dormito, ma anche che non ha toccato niente. L’eredità intende.

“Pensavo al contadino” dice Irene “chissà che fine ha fatto.”

“Starà ancora pensando al granoturco che gli rubavamo.”

“O alle rane che Simone pescava nel fosso” sorride Irene e ripensa. Simone, il primo bacio, i calzoncini al ginocchio, Simone la prima volta, gli anfibi con la punta di ferro.

“Ecco gli altri.”

Due uomini scendono da una macchina, sono Gabriele e Luca. Un’altra auto si ferma nel vialetto. Sono Ines e Paolo, quelli di mezzo. Quel che resta della famiglia. Di tutte le urla scalmanate, dei pranzi ubriachi di Albana e Lambrusco, delle liti di politica, sono rimasti loro, ultimi testimoni di un tempo personale nell’infinito ripetersi del tutto, di un sapore, di un’era. Un’epoca che non è più, come loro non sono più quelli che erano. Fermi davanti all’entrata non sanno che dirsi, sembrano estranei, impacciati. Guardano o fanno finta di guardare lo stato del cancello. Per un momento Irene sente ancora l’affetto e le sbarre ora arrugginite riacquistano la loro brillantezza di pittura fresca, l’erba alta torna rasente al terreno a fare da sfondo al roseto ormai scomparso e le immagini di ieri e dell’oggi si sovrappongono aeree. Sembra ancora di sentire le voci e la musica uscire dallo stereo, la palla rotolare, lo skateboard rollare sui gradini, le cugine ballare con i cugini, con gli amici dei cugini.

“Dai entriamo, cerchiamo di far presto” dice Luca “ho una cena di lavoro.”

“Ma è sabato” lo guarda stupita Irene.

“Mica tutti campano di rendita” Irene manda giù un boccone che sa di fiele e lo segue, Lea cerca di aprire il cancello, Ines la aiuta, il lucchetto è duro.

Il cancello scricchiola aprendosi, qualcosa si muove disturbato tra l’erba, i sassi che indicavano la via di casa sono nascosti dal verde. L’intonaco celeste è scrostato, le porte scricchiolano, c’è odore di cantina, sulle stanze incombe una malinconia di cose finite, perdute.

“Ti ricordi che Erinni la zia Cinzia quella volta che le abbiamo fatto cadere il vaso?” dice Irene riconoscendo il mobiletto intarsiato del salotto su cui era posato il famoso cratere, e tutti ridono perché si rammentano bene le liti e le urla per il vaso rotto, la zia Cinzia se ne era vantata per tutta l’estate prima dello scempio fatale. “Glielo aveva regalato il console e tutta l’estate, il vaso di qua, il console di là, e lo zio Piero geloso che sminuiva, lei che s’incazzava.”

“Poi arrivate voi due a rincorrervi come sempre e ruzzolate proprio su quello.”

“Che botte che vi siete presi te e Gabriele.”

“Ci menavano sempre insieme.”

“Vero. Ma eravamo due pesti.”

“E poi vi davate la colpa a vicenda, è stata Irene, no giuro su Dio è stato Gabriele, e tua madre, Irene, non giurare su Dio chi t’ha insegnato? Gabriele mi ha insegnato, e giù botte.”

Per un attimo sembra tornata l’allegria, la sintonia, la conoscenza profonda di allora che non sapeva di aver bisogno d’esserlo, ma poi cala il silenzio. Gli sguardi vagano nella penombra e soppesano i mobili, i vasi, l’antichità, il valore delle cose, della roba.

“E se la tenessimo?” prova Irene che sente il posto convenzionale del cuore infrangersi. Non ama gli adii. Ama invece la casa.

“Ma che sei matta, con quello che costerebbe.”

“Senti finché è rimasta tua madre, ok, la casa era di tutti i figli e lei voleva tenerla, ma guarda in che stato è, dieci anni fa quando è morto mio padre ci avremmo fatto il doppio.”

Irene non dice niente, gira per le stanze, vuole imprimersi nella mente la casa com’era. La madre sperava l’avrebbero tenuta. La madre sperava sempre, su quali basi chissà, che tornassero quelle estati anche per loro ormai adulti, per i loro figli. Ma Irene figli non ne ha. Vorrebbe però risentire il calore e la luce ariosa delle stanze allegre che risuonavano di vita, di voci e risa, le loro, quelle degli zii, degli amici invitati, ora coperte di muffa. Le liti furibonde della nonna verso il nonno che scappava il lunedì dalla presunta amante, i piatti che volavano, i figli a fare da paciere. Vorrebbe ritrovare l’odore dei pomodori stesi al sole che penetrava dolce e acre nelle narici dalle finestre aperte, bucando la canicola immobile e tremula delle due del pomeriggio, quando i cugini fingevano di fare il pisolino e invece giocavano saltando sui letti. Se si concentra può sentire il profumo dei peperoni ripieni da portare al mare. Era la madre di tutti a farli. La fragranza usciva dalla cucina e li raggiungeva in giardino verso sera, all’ora in cui l’erba sapeva di sole, loro sdraiati a leggere, Simone, l’amichetto, che la tormentava con un filo d’erba per giocare a marito e moglie, i cugini a prenderli in giro, Luca geloso che faceva i dispetti a Simone. Il temporale, loro due bagnati nella campagna a ripararsi nei covoni, gli stridii delle rane in amore che riempivano l’aria densa di elettricità, di salsedine, il sapore del bacio, delle labbra di Simone tredicenne sulle sue dodicenne, i fulmini infrangersi nel giallo ondulato del grano, le voci dei cugini, degli zii che li chiamavano.

Entra in cucina, l’accompagna il cigolio della porta che tante volte aveva aperto osservando le zie e la madre cucinare. Il fumo degli spiedini di pesce, le cannocchie vive in pentola e le zie che parlavano di argomenti sconosciuti, lei, non vista, ascoltava. La zia Marta, la zia Cinzia, la zia Sandra, sua madre. Erano le zie, erano le madri di tutti loro prestate all’estate. A settembre si ridividevano i figli. Erano gli occhi attenti quando sugli scogli i loro ragazzini pescavano i baganelli. Erano dispensatrici di cibo e coccole e la zia Marta, la sorella piccola della madre, che Irene amava più di tutte, di consigli. Tra le sue braccia i nipoti snocciolavano segreti e chiedevano opinioni raccontando storie di amori corrisposti o no. La zia Marta sessantottina. La zia Marta e gli amici di lei, che lo zio Giacomo chiamava “Hippie del cazzo” e gli toccava sorbirseli a cena. Lo zio si tratteneva non riuscendosi e invariabilmente al dolce sbottava, allora partiva il parapiglia e ci si incolpava urlando di essere rossi, neri, democristiani e verdi, cattocomunisti. I bambini sgranavano gli occhi e non capivano quell’attaccarsi sui colori, la nonna rideva.

Mentre sale le scale e Lea la chiama che hanno fatto i mucchietti delle cose piccole da dividere, Irene ripensa a quanto si volevano bene, loro bambini e gli zii a loro. Dov’era finito tutto quanto? Può scomparire l’amore? Da piccola le sembrò strano per esempio e la disicantò, constatare che la zia Cinzia, dopo il divorzio dallo zio Giacomo, non era più la zia Cinzia ma solo Cinzia, e non le parlava più perché non parlava più a nessuno. Era così che Irene aveva scoperto che si può diventare nessuno quando poco prima ti amavano per sempre. Poi quel senso di rottura l’aveva ritrovato, negli uomini, nelle amiche. Alla fine non lo si nota neanche più. Fa parte delle cose.

Riscende. Litigano sull’ipotetico prezzo delle cose, non cedono se qualcosa piace all’altro, bisogna prima farlo valutare. Aprono cassetti che non vogliono lasciarsi aprire e soppesano le lenzuola dei puffi che su Ebay chissà quanto le faranno, e asciugamani lisi che erano il corredo della nonna. I piatti dove mangiavano sono sbeccati, nessuno li vuole e Irene non ha spazio, finiscono nel secchio dei rifiuti. Eppure Irene si rivede mentre apparecchia sotto il pergolato carico d’uva, Luca la schizzava con il tubo per dispetto e ogni anno c’era qualche piatto in meno. “Per fortuna il servizio è numeroso” diceva la madre “nonna ne ha comprato uno per uno”. Anche questo è un ricordo. Non fare la sentimentale. Bisogna essere forti. Ma sono solo parole. “Però sbrighiamoci è tardi” dice Gabriele, “devo prendere delle cose per cena se no Chiara chi la sente”. Anche le mogli li hanno divisi. E certe gelosie e rancori tramandati da altre eredità quando era morta la nonna. Ci sono state liti tra fratelli per accudire i genitori. Fazioni prese. E la fede e la politica. E le scuse.

Distribuiscono, catalogano, suppellettili, portacenere, i piatti da appendere con i nomi delle trattorie che piacevano tanto allo zio Giacomo, ceramiche, persino collanine di conchiglie la cui provenienza nessuno ricorda. Però ricordano il legamene che li univa e i ricordi condivisi che dietro gli occhi si materializzano, le notti stretti e fuori i temporali estivi, Irene spaventata tra le braccia di Luca, i primi amori, le lacrime a consolarsi. Che era accaduto poi? Cosa gli aveva fatto la vita? Era colpa di quale aridità, di quale robotico frustrato quotidiano? O forse non era stato vero niente. Erano persone che si erano trovate a condividere la vita per un certo tempo, senza scegliersi. Forse era solo questo e allora era sembrato altro. Alla fine è un viavai di scatoloni dalla casa che non sarebbe più stata loro alle auto. Il susino sul quale si arrampicavano giace secco con i rami come braccia stanche. Sente una porta accasciarsi smontandosi dai cardini e il cugino tirare giù un paio di santi. Il tubo del lavabo in giardino perde, così come lo sciacquone dentro casa, devono ricordarsi di chiudere l’acqua. Alcune mattonelle del salotto si sono incrinate camminando, il legno della soffitta è marcio. Forse la casa non li vuole più è divenuta ostile. Sarà perché l’hanno tradita, o non li ha riconosciuti. Del resto, quei bambini non ci sono più e lei, la casa, difende il luogo caro a quelli da questi adulti, aspettando ancora le risa di allora, tutto quel correre e acchiapparsi che infine li ha portati qui, con gli scatoloni in mano, dentro, la loro infanzia accartocciata.

Entrano insieme per l’ultima ricognizione.

“Non abbiamo controllato i bagni di sopra” si ricorda Paolo.

Il mosaico azzurro della vasca è tutto rotto, l’acqua scende ferrosa e sporca. Pulita resta l’altra acqua, quella di allora, delle sirene sulle mattonelle ora per terra spezzate, loro nudi nella vasca, sanno di mare e si leccano per sentire se è vero che l’acqua dolce lavandoli diventa salata, le zie li strofinano per bene che c’è la mucillagine e Paolo declama la poesia. I cugini grandi li prendono in giro dalla porta.

Quando escono sulla piana della strada, che una volta era un cortile spazioso e circolare, l’altra dimensione ritorna prepotente. “Vi ricordate le serate?” Sospira Irene “E come dimenticarle, quante risate si facevano gli adulti con te piccolina che le sparavi grosse!” ride Ines chiudendo gli occhi al sole.

E forse un attimo sembra a tutti che lì seduti in circolo ci siano ancora la Edi e il commendatore a prendere il fresco, la signora Luigia e il signor Vittorio del bagno trentanove. I bambini correvano veloci in bicicletta intorno alle villette e le palazzine basse, giocavano giochi che ognuno importava dalla propria città di appartenenza, a nascondino, acchiapparella, color color.

“Ma voi l’avete capito se la Edi e il commendatore c’avevano una tresca?” chiede Irene. In effetti non s’è mai capito, rispondono i cugini, le persone che sono state la sua infanzia, un mondo da imitare, da raggiungere.

Si ricordano le recite e le feste nella villa con tanti invitati, era così rumorosa la casa allora. E poi quelle sere in piazza a ballare quando c’era il liscio con Raul Casadei. “Vi ricordate? Nonna diceva che ci mischiavamo al popolo ma rideva. Le piacevamo selvaggi. Poi tua madre, Irene, chiacchierava con tutti” “E lei uguale” fa Eco Luca a Ines indicando Irene.

Gabriele apre lo sportello reggendo in equilibrio gli scatoloni e saluta. Baci di rito e promesse di vedersi che non verranno mantenute.

“Ti va di andarci a bere qualcosa al bagno nove da Ornello?”

Irene fa sì a Lea. Poi sono sedute sulla sabbia dove da piccoli hanno fatto le piste per le biglie col sedere di Irene e parlano.

“Secondo te cos’è successo?”

“Non lo so” risponde Lea e beve dal bicchiere.

“I bicchieri però sono ancora quelli” e ridono.

Il sole sta quasi andando giù, dietro di loro, dietro i monti, tra poco sarà freddo e sarà un altro addio.

“In fondo siamo stati spettatori di un’epoca che non c’è più” dice Lea guardando il mare e il cielo che si fa carminio. “Le vacanze lunghe fatte in famiglia, chi può farle più. Abbiamo visto una Romagna ormai sommersa, di personaggi e campagne, di osterie famigliari dove mangiavi con poche lire e balere e baracchini di legno dove vecchie signore cuocevano i cascioni lì per lì. Una Romagna dove il bagnino era un’autorità, lo stabilimento era il bagno e lo chiamavi col numero”.

Si alza un vento fresco, che incastra le cartacce negli angoli aspettando la sera che viene.

“Forse siamo cresciuti in un’idealistica serenità, ci hanno assicurato che potevamo essere ciò che volevamo e che la vita era piene di promesse e amore e risate, come quelle estati. Invece era una bugia. Ci siamo scontrati con la realtà e ora siamo arrabbiati l’un con l’altro perché è con loro che ce l’abbiamo. Ma a loro non possiamo urlare più come quando eravamo adolescenti.”

“Forse hai ragione tu, forse è così.”

“Peccato.”

“Peccato.”

“Devo andare ora, mi spiace.” Rassettano i calzoni e la sabbia cade dai vestiti. Irene s’incammina verso l’auto, si gira “Ciao” fa verso Lea, che risponde “Ciao”.

Peccato aver rotto tutto quello che c’era, come quella volta la zia Marta la torta di compleanno con la scritta sopra, c’era voluto tanto tempo e lavoro a plasmarla e poi solo un attimo a ridurla in briciole.


Silvia Penso è nata e vive a Roma. Ha studiato letteratura e cinema all’università e lavorato alcuni anni come editor e correttrice di bozze per piccole case editrici. Attualmente lavora nell’ambito della comunicazione. Alcuni sui racconti sono usciti per: Cattedrale – Osservatorio del racconto, Lunario, Smezziamo, Birò. La passione di scrivere e leggere è parte di lei da che ricordi se stessa, poi ci sono gli amici, la musica, i viaggi. Dicono sia simpatica.

Redazione

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