La ragazza di Canindé. Carolina Maria de Jesus

Una donna si aggira per le strade di San Paolo, Brasile. È nera. È alta. Capelli intrecciati, crespi. È sporca. Barcolla. Va avanti. Il suo lavoro è cercare carta, vetri, ferri vecchi, metalli. Esplora le immondizie, raccoglie tutto ciò che può rivendere; al signor Manoel, per esempio, che compra le lattine. Tra le braccia, la giovane, stringe una bambina, si chiama Vera Eunice, è sua figlia. Joao José e José Carlos, che completano la prole, sono a casa, nella favela. Che non è una casa. È più una stanza. Un ripostiglio. E per costruirlo, quando ancora era incinta del primogenito, la donna, che ora cammina e cerca e raccoglie, ha trasportato da un cantiere in città grandi assi caricandosele sulla schiena; ha preso l’autobus, andata e poi ritorno, per giorni. Ha assemblato e unito, fino a costruire la loro stanza. Quella che darà il titolo al suo primo libro La stanza dei rifiuti. Lei è Carolina Maria de Jesus, vive nella favela di Canindé, nell’immensa e allora nascente città di San Paolo, e questa è la sua storia, la storia di una favelada che è riuscita a realizzare un sogno: diventare una scrittrice.

Carolina nasce nel 1914 a Sacramento, una cittadina nello stato di Minas Gerais, in Brasile, e come tanti discende dagli schiavi strappati all’Angola. È una bambina vivace, dagli occhi intelligenti. Vive un’infanzia difficile, di estrema povertà, e fin da piccola lavora con la madre a servizio nelle fazendas o presso dimore private.

Però, Carolina, ha grandi aspirazioni e una passione. Gliel’hanno trasmessa a scuola, nel breve tempo in cui ha avuto la possibilità di frequentarla, giusto quanto serviva per imparare a leggere e a scrivere stentatamente. Se nella vita delle persone c’è un momento di rottura, qualcosa che sfalsa la linea immaginaria del tempo che pensiamo come lineare e dritto come una rotaia, per Carolina è stato il fuggevole periodo trascorso sui banchi delle suore, quello che cambierà il corso del suo pensiero e dei suoi desideri.

Giovanissima, attratta dalle possibilità della grande città ma non riuscendo a trovare o a tenere un lavoro a lungo, Carolina, a San Paolo, finisce a vivere nella favela di Canindé. Si mantiene facendo la raccoglitrice, percorrendo come un labirinto le strade della città a caccia di qualcosa da rivendere. La sua è una ricerca perpetua, delle cose, degli scarti degli altri, soprattutto del cibo: la fame è perenne, e ritorna nel diario, che scrive ogni sera, come un’ossessione che corrode, un pensiero fisso, è un ritornello della fame, ricordando un libro di Jean-Marie Gustave Le Clézio. Ma Carolina ha una consolazione, da sola, di notte, quando i figli dormono, scrive, scrive il suo diario, un libro che, ne è sicura, un giorno pubblicherà. È dentro quelle pagine, fogli sporchi, recuperati anch’essi tra i rifiuti, che sfoga i dolori del giorno, l’indigenza, il languore dello stomaco, e stupisce la ripetitività dei gesti, il racconto sincero della quotidiana battaglia, le fatiche fisiche, le liti nella favela, gli uomini ubriachi che picchiano le mogli, i ragazzi che rubano e poi vengono uccisi dalla polizia, le donne incattivite dalla miseria, le maldicenze, i bambini con la pancia gonfia, i bambini soli, orfani, organizzati in bande. Carolina è allo stesso tempo fuori e dentro la favela, diversa, uguale, emarginata, distante. Troppo istruita e consapevole per i suoi vicini, troppo poco per la classe colta nella quale non sarà mai integrata. Una nota dissonante tra la gente di Canindé, una ragazza emancipata, solitaria, forte pur nelle fragilità che emergono dal diario, che non desidera sposarsi e cresce da sé i figli di tre padri diversi, padri scomparsi. Del resto, chi la vuole, confessa nel diario, una moglie che scrive di giorno e di notte, e legge tutto quello che trova e appena può? Desidera essere indipendente, Carolina, non lo vuole un marito che comanda, come accade alle sue vicine, un uomo che alza le mani e passa il tempo ubriaco mentre quelle si sobbarcano il lavoro e chiedono l’elemosina ai lati della strada. Ha un grandissimo orgoglio, non chiede nulla a nessuno e, al contrario, è in continuo movimento sulle strade di San Paolo per racimolare qualcosa da mangiare, da portare ai figli la sera. A loro, prima di tutto, trasmette l’importanza dell’essere istruiti, come dono e come arma per divenire altro, per inseguire un sogno o la propria inclinazione; gli insegna a leggere e scrivere e li manda a scuola ogni giorno, anche con la pioggia, anche senza scarpe, anche con la pancia che brontola, perché è la cultura, spiega, che rende consapevoli e padroni di sé stessi, che apre strade, costruisce un’umanità libera.

Nel diario, i giorni più tristi sono quelli di pioggia: la carta è bagnata, inutilizzabile, e lei non porterà a casa nemmeno una moneta, non potrà comprare niente per la cena. Il diario è scandito dal pensiero del cibo, dalla ricerca del cibo, dal cibo che si è riusciti a comprare, dal cibo narrato in ricette, lunghe rassegne della fame non placata, elenchi di cose mangiate, cucinate, regalate, ricevute dal macellaio, trovate nell’immondizia. E poi la svolta. Tutto cambia. La fiaba prende vita.

Un giorno, per caso, conosce il reporter Audalio Dantas, che scrive per il Folha da Noite e O Cruzeiro. Lei, nella favela, sta litigando con dei ragazzi che occupano baldanzosi le altalene dei bambini, urla loro di andarsene o li svergognerà, li metterà tutti dentro il libro che pubblicherà; il giornalista ascolta, chiede, lei lo porta nella stanzetta dove vive, gli fa leggere il diario che proprio da quel piccolo posto prenderà il nome, La stanza dei rifiuti: la sua casa nella favela di Canindé. È il 1960, l’anno del successo. Il diario diventa un libro e grazie a Dantas viene pubblicato. È un testo crudo, vero, verissimo, il suo sguardo è analitico, disincantato, antropologico, descrive la vita miserabile e degradata dei favelados, la sporcizia, le botte, gli urli notturni, la gente che non può lavarsi, cenciosa, la fila a prendere l’acqua la mattina all’alba, il fango dopo le piogge incessanti, l’assenza di soldi per comprare i beni di prima necessità. Il diario è un cine-occhio e al centro della camera c’è lei, Carolina, soggetto e oggetto della scena, la vediamo incedere brancolando se ha fame o dritta come un fuso nei giorni buoni, si aggira solitaria per la favela e per la città, trasportando ferri pesanti, balle di fogli e lattine, e guarda, e osserva e scrive degli altri, e scrive di sé guardata dagli altri, raccontando le storie che appartengono al sotto-mondo di San Paolo. E sempre tornano assillanti ed esasperate, reiterandosi, le immagini della carta, il camminare sfiancante, le ossa bollite, l’atto del cucinare, il grasso sfrigolante nella padella, il lusso dei fagioli, l’incubo giornaliero della denutrizione. «La fame è gialla», scrive. È il colore della bile che, come racconterà in un’intervista la figlia Vera Eunice, la madre affamata vomita sulla strada mentre vaga in cerca di cose da raccogliere e rivendere.

La drammaticità di questo primo diario non è evocata solo dal contenuto narrato ma anche dalla forma e dallo sguardo di Carolina sulle cose del mondo e sulle persone. La sua scrittura è minimale, le immagini sono nette, forti, arrivano con un’inquadratura precisissima. Il diario è tutto incentrato sulla meccanicità iterativa delle azioni e sulla materia: le cose da rivendere, lo sporco, la carne, le verdure, il lardo, i metalli, il vetro, la strada dura sotto i piedi, la stanza umida, la terra bagnata dalla pioggia, le monete, gli abiti consumati, il cibo deteriorato, la spazzatura. Camminare raccogliere sfamare. È un diario anche politico, uno sguardo dal basso capace con vigore, e come sfogo inconsapevole, di denunciare l’ingiustizia, il sopruso dei bianchi contro tutti gli altri, la superiorità classista, le finte promesse dei politici, loro, i favelados, sono anch’essi immondizia, scarto della società e posti fuori da essa, le loro stanze sono i secchi in cui la porzione di umanità che conta getta i rifiuti o la propria indifferenza. È un microcosmo quasi privo di solidarietà, quello da lei descritto, un mondo di cattiveria dietro cui si allineano bisogni basilari e grandi illusioni. Il racconto procede per paratattiche. Periodi essenziali, chirurgici. Con veridicità e durezza chi scrive sa condurre nell’universo descritto traendo dal lettore un’empatica partecipazione emotiva. Carolina non conosce la storia letteraria, non usa la scrittura in maniera consapevole o formale, scrive quello che vede, che prova, che pensa, trasferisce sulla carta riflessioni semplici e sincere, ma lo fa con una scrittura-bisturi, radiografando il vissuto e impiegando una voce, uno sguardo di tale forza, da coinvolgere i lettori e traghettarli dentro il quadro del quotidiano raccontato, dalla parola all’immagine, Carolina scatta vere e proprie foto della favela e della propria vita. Dal diario La stanza dei rifiuti e altre opere (Edizioni Alpes):

9 maggio. Io raccolgo la carta, ma non mi piace. Allora penso: fa’ finta che stai sognando.

22 maggio. Oggi sono triste. Sono nervosa. Non so se mi metto a piangere o se esco e corro senza fermarmi fino a cadere incosciente. Perché stamattina piove. E non sono uscita a guadagnare soldi. Ho passato la giornata a scrivere. Quando Joao è tornato da scuola l’ho mandato a vendere i ferri. Gli hanno pagato 13 cruzeiros. Ha comprato un bicchiere d’acqua minerale, 2 cruzeiros. L’ho sgridato, dove mai s’è visto un favelado con queste bizzarrie?

(…) I soldi non sono bastati per comprare carne. Ho fatto pasta con carote. Non avevo strutto, è venuto orribile. Vera è l’unica che protesta e ne vuole di più. E dice: Mamma, vendimi alla signora Julita, perché là si mangia bene.

26 maggio. Stamattina piove. Io ho solo 4 cruzeiros e un po’ da magiare che è rimasto di ieri e qualche osso. Sono andata a prendere l’acqua per far bollire le ossa. Ho ancora un po’ di pasta, faccio una minestra per i bambini. Ho visto una vicina che lavava i fagioli. Ho avuto invidia.

30 maggio. Ho cambiato Vera e siamo uscite. Ho cominciato a pensare: ma Dio avrà pena di me? Oggi troverò dei soldi? Dio saprà che esistono le favelas e che i favelados patiscono la fame? (…) José Carlos è arrivato a casa con una busta piena di biscotti che ha trovato nell’immondizia. Quando vedo che mangiano cose prese dall’immondizia penso: E se sono velenose? Ma i bambini non sopportano la fame.

2 giugno. La mattina sono sempre nervosa, con paura di non trovare i soldi per comprare da mangiare. Ma oggi è lunedì e c’è molta carta per la strada. (…) Il signor Manoel è arrivato e mi ha detto che mi vuole sposare. Ma non voglio, perché sono già una persona matura. E comunque a un uomo non deve piacere una donna che non può fare a meno di leggere. E che si alza per scrivere di notte. E che va a letto con carta e matita sotto il cuscino.

15 luglio. È il compleanno di mia figlia Vera Eunice. Volevo comprarle un paio di scarpe. Ma il prezzo dei generi alimentari ci impedisce di realizzare i nostri desideri. Adesso siamo schiavi del costo della vita. Ho trovato un paio di scarpe nell’immondizia, le ho lavate e rammendate per lei. Non avevo neanche un centesimo per comprare il pane.

16 luglio. Sono andata a raccogliere la carta (…) Non mi sentivo bene e avevo voglia di coricarmi. Ma chi è povero non può essere stanco.

21 luglio. Non so dormire senza leggere. Mi piace avere tra le mani un libro. Il libro è la più bella invenzione dell’uomo.

22 luglio. Se sono sporca è perché non ho sapone

27 luglio. Classifico così San Paolo: il Palazzo e il salotto, il Municipio è la sala da pranzo e la città è il giardino. E la favela è il cortile, dove buttano l’immondizia. La notte è tiepida. Il cielo è già pieno di stelle. Io sono esotica e mi piacerebbe ritagliare un pezzetto di cielo per farmi un vestito.

13 agosto. Zefa è mulatta. È bella. Peccato che non sa leggere. Ma beve molto. Ha avuto due figlie e beveva molto. Si dimenticava di dargli da mangiare e sono morte.

22 agosto. Mi sono alzata alle cinque e sono andata a caricare l’acqua.

7 ottobre. È morto un bambino qui nella favela. Aveva due mesi. Se viveva, pativa la fame.

Il Diario viene pubblicato il 9 agosto del 1960 per l’editore Francisco Alves di San Paolo. La sua uscita fa scalpore e risuona per l’intero paese. La presentazione è un successo anche mediatico, una serata mondana a cui partecipano giornalisti, scrittori, gente del popolo. La prima edizione vende solo la prima settimana diecimila copie e va esaurita subito, seicento la prima serata, in un anno raggiunge le centomila copie e in brevissimo tempo è tradotto in tredici lingue. In Italia Carolina sarà fatta conoscere da Moravia, il quale la scopre durante un viaggio in Brasile, in compagnia di Elsa Morante; è lui che fa tradurre il libro nel ’62 per Bompiani, riconoscendo l’intensità e il potere sovvertivo dei suoi scritti, del suo stile, la sua originalità.

Per Carolina arriva dunque la notorietà, viene invitata in giro per il paese e negli altri stati del Sudamerica, e non solo per presentare il libro, ma anche per partecipare a prime teatrali ed eventi culturali in cui è chiamata a parlare sia come scrittrice che come testimone diretta delle condizioni delle favelas brasiliane. Diventa un caso letterario, conosce altri scrittori che la stimano, come Jorge Amado e Clarice Lispector, quest’ultima l’apprezza moltissimo in quanto scrittrice di realtà, come le dice durante un incontro; ma c’è anche chi storce il naso, sono gli scrittori dell’élite che non la considerano una scrittrice, sono i cultori del canone, i reazionari della letteratura, naturalmente bianchi. La scrittura di Carolina, del resto, sfugge a ogni ortodossia letteraria, più vicina al postmodernismo che alla classicità della letteratura di matrice portoghese, a cui perlopiù è ancora legato il paese se si escludono alcuni tentativi avanguardisti degli anni Trenta, come il Manifesto Antropofago che intendeva far dialogare la cultura india con quella africana e che aveva come firmatari, tra gli altri, Mario de Andrade, Oswaldo de Andrade, Manuel Bandeira; o il secondo Modernismo, con la corrente di letteratura nordestina, di matrice neorealistica, e una seconda compagine maggiormente legata a temi psicanalitici e all’introspezione dei personaggi, tra i cui esponenti possiamo includere la Lispector, per quanto esule anch’essa da ogni determinazione. Nonostante i detrattori, tuttavia, il tripudio riservato all’esordio di Carolina è innegabile e il diario rimane ancora oggi un documento importantissimo, sociale e politico, non solo letterario. Con la notorietà arriva anche il successo economico. Carolina può comprarsi una casa di mattoni. Si trasferisce con i figli in un quartiere medio borghese di San Paolo, ha molti soldi, adesso, e tanti li elargisce a chi ha bisogno con grande generosità, la sua casa è un luogo di questua e lei munifica e pietosa. Scrive un altro libro, Il diario della casa di mattoni, pubblicato anche in Italia con il titolo originale Casa de Alvenaria, sempre per Bompiani. Dovremmo pensare a questo come al libro della realizzazione, del benessere fisico ed emotivo, e invece le pagine sono molto meno vive, marchiate da un senso di disillusione, di rinuncia. Carolina, ancora una volta, non appartiene a niente, bloccata a metà, tra la casa dei rifiuti e quella di mattoni, non accettata dalla società borghese, dai vertici culturali cui aspira, non compresa nella favela. Cade nell’oblio, la moda è passata, la ragazza di Canindé è divenuta una scrittrice lampo, una stella già dimenticata. La casa di mattoni viene accolto in modo freddo, forse proprio perché Carolina non è più una favelada o forse perché il suo sguardo è cambiato. Se il primo libro lasciava trapelare la speranza, il secondo è permeato dal disinganno, dallo scoprirsi fenomeno passeggero, non accolta in un mondo che comunque non riesce a sentire suo o a comprendere fino in fondo, presa in giro dalla stampa per il suo modo di vestire, vittima della cattiveria, del razzismo, del classismo.

Il successo di Carolina aveva trovato un momento fertile in Brasile, quando nel paese c’era grande effervescenza culturale e politica e si andava diffondendo un’attenzione al sociale che invece si spegnerà, da lì a qualche anno, con la presa di potere della dittatura militare; le voci della gente come Carolina saranno ostacolate, lei, antesignana del realismo e di quella che in Brasile sarà chiamata, negli anni sessanta e settanta del novecento, letteratura Marginale, non potrà trovare breccia tra le maglie della censura, laddove non piace che si mostrino le stanze nere dei rifiuti. Il suo sguardo è unico, è la voce sincera di chi ha vissuto nella favela mostrandola dalle interiora, non da un punto di vista esterno, come avevano fatto altri scrittori di quel periodo. Il suo racconto è fatto con le viscere, col bruciore di chi parla vivendo immersa e sommersa nel contesto, subendo i contrasti e le disuguaglianze che purtroppo in Brasile persistono ancora oggi.

Nel secondo diario anche i contenuti sono differenti. Carolina è cresciuta, ha viaggiato, ha osservato altri pezzi di vita, parla non solo di Canindè ma del mondo, degli uomini, e si interessa più di politica. Scrive:

«Hanno detto che sono comunista perché ho compassione dei poveri e degli operai che non guadagnano abbastanza per vivere. E non hanno altra difesa utile se non gli scioperi (…) Quando gli uomini saranno super-istruiti, essi dovranno liberare le terre e chi vorrà coltivarle le coltiverà. E non ci sarà fame a questo mondo. Le terre devono essere libere, come il Sole. Se il Sole fosse terrestre gli uomini se lo fregherebbero» (Carolina Maria de Jesus, Casa de Alvenaria, Bompiani 1963, pp. 133-134).

«Questi sono tempi in cui c’è chi mangia e chi no (…) i periodi di sofferenza lasciano cicatrici nell’anima. Ci sono momenti che ricordo la voce angustiata di Dona Maria Preta, là nella favela: Avrei voglia di mangiare un pezzetto di carne. Non dimenticherò mai che esiste la fame» (Carolina Maria de Jesus, Casa de Alvenaria, Bompiani 1963, p. 216), scrive dopo una cena a base di pollo e lasagne con Jorge Amado.

E dopo uno spettacolo teatrale con dibattito finale incentrato sulla favela, quando si rende conto che per i più, lì riuniti, la favela è fonte di imbarazzo e una vergogna per il paese: «Sono arrivata a Teatro alle sei del pomeriggio. Ho dato un’occhiata alla platea tutt’intorno, contemplando quella gente ben nutrita e ben vestita. Erano venuti ad ascoltare la parola fame, che per loro è un termine astratto (…) Il professor Angelo Simoes Arruda ha continuato a dire che i fannulloni non si danno pena di scegliere posti per abitare. Vivono nelle cloache. Cloaca vuol dire pisciatoio, ho pensato. Se i poveri vivono in riva ai fiumi è perché non hanno ricevuto un’istruzione, non hanno imparato un mestiere. (…) Il professor Angelo Simoes Arruda non ha parlato della necessità di abolire le favelas che si stanno moltiplicando per tutto il Brasile. Poi ho parlato io. Ho detto che sono andata ad abitare alla favela per necessità (…) I baraccati sono gente che viene dalla campagna. Essi hanno abbandonato il lavoro nei campi perché sono stati ridotti a pelle e ossa dai padroni. Hanno incontrato difficoltà nella città, che offre vita confortevole e dignitosa solo a quelli che hanno buoni impieghi. Attualmente essi non ce la fanno a sostenere il ritmo della vita cittadino. A causa del costo della vita sono obbligati a ricorrere alla spazzatura e agli avanzi dei mercati. (…) Non serve a nulla parlare di fame con chi non sa cosa sia la fame. (…) Le favelas esistono perché sono state istituite e alimentate dal regime capitalista, che succhia il midollo delle classi salariate per raddoppiare i suoi introiti» (Carolina Maria de Jesus, Casa de Alvenaria, Bompiani 1963, pp. 228-231).

Se in questo libro non troviamo più la Carolina stordita dalla fame, è scomparsa anche la Carolina piena di fiducia e forza, di ironia; restano invece un rancore profondo e un disincanto travestito da sarcasmo, l’avvilimento per una società elitistica impossibile da cambiare, votata al denaro e al consumo, detentrice del potere e delle risorse a scapito delle minoranze. Come poteva essere apprezzato dall’unica classe in grado di comprare i libri un libro che rende manifesto il sistema e l’ipocrisia sottesa?

Carolina è sempre più abbattuta, triste, vive ritirata nella casa di campagna acquistata dopo quella di mattoni, fuggendo dalla città, forse dalle persone. Vi rimane fino alla fine, quando la morte sopraggiunge dentro un taxi, nella corsa disperata verso l’ospedale; ha accanto il figlio e la nuora. Lascia dietro di sé una grande storia, poco o nulla raccontata, di emancipazione e di speranza per il cambiamento, di fedeltà ai propri sogni e al proprio cuore. Di Carolina, come ci racconta la figlia, esistono moltissimi scritti, non solo i due diari, a cui va aggiunto il Diario di Bitita, anche questo autobiografico, ma sette romanzi, più di cento scritti tra novelle, racconti, pièce teatrali, poesie, cronache, favole. Le sue opere sono smembrate tra il Museo Afro Brasil, la Biblioteca Nazionale e l’istituto Moreira Salles nello stato di Rio de Janeiro, a Sacramento, a Belo Orizzonte, nello stato di Minas Gerais. Vera Eunice spera e combatte affinché i suoi scritti siano pubblicati, perché il sogno di sua madre, di essere una scrittrice a tutto tondo, si avveri, che scompaia di lei l’immagine con cui è stata volutamente marginalizzata dagli editori, come autrice della favela. Carolina non voleva essere confinata nel genere autobiografico e di denuncia. La sua scrittura e la sua intera e così varia produzione posseggono una grande forza innovatrice e uno stile personalissimo al quale applica il suo particolare filtro di realtà, la sua visione a tratti dolce e feroce dell’esistenza. I suoi diari vengono letti nelle scuole, sono insieme letteratura e documento storico-sociale, opere dal doppio spessore, dagli scomparti segreti. Scrive sua figlia: «Mia madre ci ha soprattutto insegnato quanto è importante lo studio, la cultura. E rimane un esempio di coraggio, per come da sola ha educato i suoi tre figli. Vorrei anche dire che ho convissuto 22 anni della mia vita con questa persona, ma che solo adesso capisco la forza e l’intelligenza di cui era dotata. Oggi, quando leggo i suoi manoscritti, rimango estasiata e capisco perché la gente è così impressionata dalla sua storia, da come una persona con chi così pochi studi è riuscita a scrivere testi così belli e colti: racconti meravigliosi, pièce teatrali fortissime. Ultimamente, ho visto la pièce Salve Ela, scritta da mia madre, era molto bella. Il mio desiderio più grande è che trovi il posto che merita tra i grandi nomi della letteratura brasiliana» (in Rita Ciotta Neves, Carolina Maria de Jesus, La stanza dei rifiuti e altre opere, edizioni Alpes. Intervista a Vera Eunice Jesus Lima, p. 108). Questo spera Vera Eurice, figlia di Carolina. Sarebbe un bel sogno se ciò accadesse, un sogno d’uguaglianza letteraria e umana.

«Senza ironia non si dà poesia. Carolina è una realista ironica» (Alberto Moravia, in Carolina Maria de Jesus, Quarto de Despejo, Bompiani 1962. Prefazione, p. 11).


Silvia Penso

Silvia Penso

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