“Mattinate napoletane” di Salvatore Di Giacomo – Lo struggente dipinto di una Napoli senza allegrie

Mattinate napoletane, Salvatore Di Giacomo
Alessandro Polidoro Editore, 2021

Che io abbia un debole per la letteratura moderna ormai è risaputo, tant’è che ho amato alla follia “Gioia!” di Annie Vivanti, edito da FVE Editori.

È stato naturale per me innamorarsi di una storia simile, una storia di rinascita, di rifioritura di un titolo amatissimo all’epoca della sua uscita, il 1886, tanto da diventare cult: parlo di “Mattinate napoletane” di Salvatore Di Giacomo, poeta, drammaturgo, nato e morto a Napoli. Come nel caso del libro della Vivanti, anche questo libricino è arricchito da racconti, quindici per l’esattezza, ognuno dei quali tradisce l’amore dell’autore per una Napoli disperata, sudicia, morente.

Uso di proposito il termine tradisce perché Di Giacomo non nasceva povero, anzi, era figlio primogenito di un medico e nipote di un noto musicista. Lasciava gli studi di medicina, tanto voluti dai genitori, per poi dedicarsi alla sua grande passione, la letteratura. Nonostante l’agiatezza però, “alle trattorie di lusso preferiva nascoste osterie”, come disse di lui il giornalista Roberto Minervini. Nei suoi racconti infatti, a parte qualche eccezione, i protagonisti non sono ricchi, non sono belli, ma soprattutto non sono fortunati. Ed è grazie ad Alessandro Polidoro Editore che queste meravigliose storie tornano alla gloria che meritano.

Lo stile di scrittura è elegante, minuzioso senza essere impegnativo, impreziosito da termini che oggi sono ovviamente in disuso, ma che fanno sorridere perché raccontano modi di vivere, di parlare, di pensare preziosi per la memoria e la conservazione di essa. Dalle pagine del libro emerge una città piegata dal peso della miseria, della letale quotidianità, fatta di mancanze, sacrifici, abbandoni.

La morte è il filo che ci conduce per mano soprattutto nelle trame dei primi racconti, e non risparmia nessuno, uomo o bestia che sia. D’altra parte è ciò che succede nella vita vera. Di Giacomo descrive questa vita senza filtri, senza abbellimenti, come uno spettatore obiettivo, preferendo quasi la cronaca nera piuttosto che la mera prosa fine a se stessa.

Le prime storie ci portano tra i vicoletti della Napoli più verace, quella che soffriva maggiormente le privazioni di un periodo storico immerso in una crisi politica e sociale che la stessa Matilde Serao denunciava nel suo “Il ventre di Napoli”. Senza dimenticare che quelli furono gli anni in cui il colera iniziò a diffondersi proprio a partire dai bassifondi della città, a causa delle scarse condizioni igieniche. Nel 1885 infatti, su consiglio del sindaco Nicola Amore, venne approvata la Legge per il risanamento: molti edifici furono abbattuti, alcune zone ripulite, ma alle spalle dei grandi palazzi la situazione rimase la stessa. Il risultato fu solamente un rattoppo che nascose alla ben meglio la povertà e il degrado.

I nostri protagonisti allora sono bambini malati, donne solitarie, piccoli canarini in cerca di compagnia. Impossibile non empatizzare con le loro lacrime, i loro tormenti. Di Giacomo li descrive vividamente, lasciandoci quasi entrare nelle loro case. Si potrebbe avere la tentazione di pensare che questa tristezza sia eccessiva, ma non dimentichiamo che non stiamo parlando di autori come Jane Austen: qui non c’è spazio per le feste, per i pizzi e i merletti, al massimo, come in uno degli ultimi racconti, raccogliamo l’inquietudine contagiosa di un uomo ricco sì, ma tormentato.

La seconda parte del libro, piuttosto che concentrarsi sulla morte come unica fine possibile, pone l’accento ora sulla sfortuna, ora sull’inconcludenza, o su un amore non dichiarato. Fanno commuovere alcuni piccoli personaggi e quasi si vorrebbe dar loro una mano, nemmeno fossero davvero reali.

A fargli da sfondo una città tormentata, straziante, ma incredibilmente poetica, “presa da quella malinconica pace delle stradicciuole napoletane, ove ogni casa nasconde e cova un dolore”, come recita lo stesso autore: per quelle stradicciuole troviamo antichi mestieri, nomi che ancora oggi esistono, tradizioni invece scomparse. I volti sono i più molteplici: un bambino, una suora, una ballerina, un proprietario di una banca e ll’acqua, un professore tedesco appassionato di musica o una bellissima ragazza dai capelli di fuoco.

Ci si innamora di ognuno di loro, in ugual misura.

Gli appassionati di letteratura napoletana moderna, e non solo, non possono prescindere dalla lettura di un titolo simile, vero dipinto di un pezzo di storia nemmeno troppo lontano, che dovrebbe ricordarci quanto siamo fortunati ad essere dall’altra parte della strada, di fronte ai grandi palazzi e non alle loro spalle.

“Dapertutto penombre e oscurità fitte, facce smunte e scolorite, in cui solamente palpitano i neri e vivi occhi napoletani, pieni di desideri e di curiosità, tutti luminosi d’anima”.
“Mattinate napoletane”, Salvatore Di Giacomo

Deborah D'Addetta

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