Per un’esistenza verticalizzata: l’habitus secondo Peter Sloterdijk

“[…] I comuni mortali rimarranno tuttavia dell’idea che queste stravaganti estraniazioni dalla sfera abituale siano per loro prive di importanza, una faccenda relativa a un rapporto privatissimum, sacrale-perverso, tra il dio-inafferrabile e il suo seguito acrobatico. Chi non riesce a prendervi parte può proseguire nel vecchio habitus, che, sebbene non perfetto, sembra funzionare abbastanza bene per la vita di tutti i giorni

P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, p. 499.

Devi cambiare la tua vita

Peter Sloterdijk, influente filosofo tedesco, pubblica nel 2009 il testo Devi cambiare la tua vita[1]: 556 densissime pagine di variazioni sul tema dell’antropotecnica e della vita incentrata sull’esercizio (o acrobatica, come la definisce l’autore).

Ciò da cui Sloterdijk parte è il fatto che «uno spettro si aggira nel mondo occidentale: lo spettro della religione[2]». Ma che cosa lega il ritorno spettrale della religione alla riflessione sulla vita incentrata sull’esercizio? Andiamo per gradi.

Sloterdijk definisce l’esercizio come «ogni operazione mediante la quale la qualificazione di chi agisce viene mantenuta o migliorata in vista della successiva esecuzione della medesima operazione, anche qualora essa non venga dichiarata esercizio[3]». Posta in questi termini, la dimensione dell’esercizio può essere estesa a ogni ambito della vita umana, ed è proprio ciò che farà il filosofo: l’esercizio, sebbene talvolta soltanto in maniera implicita, è il minimo comune denominatore di ogni pratica che l’uomo mette in campo nel quotidiano commercio con il mondo (che sia questo interiore, esteriore e/o metafisico).

Ciò che caratterizza ogni esercizio è la tensione al miglioramento, al superamento di una condizione che è necessario abbandonare per progredire.

Basandosi su questo tratto costitutivo dell’esercizio, Sloterdijk afferma che l’uomo è sempre e da sempre soggetto a una tensione verticale: l’esposizione dell’autore si piega fino a toccare le sponde della paleontologia, rinvenendo già nell’acquisizione di una postura eretta da parte dell’Homo Sapiens un esempio di questa costante tensione verso l’alto.

Alla verticalità delle tendenze umane si aggiungono anche le questioni dell’ascesi e della sua degradazione, da datarsi in concomitanza con l’avvento della Modernità: è in questa occasione che, secondo Solterdijk, l’ascesi viene sganciata dal suo significato religioso-spirituale e diviene vuota, vana, fine a se stessa.

Il processo di de-spiritualizzazione conduce l’umanità a una perdita (assassinio, in termini nietzschiani[4]) di attrattori, di mete esterne o metafisiche[5] che orientino la scalata verso l’alto.

Una volta che l’ascesi viene liberata dal fardello dell’elemento spirituale – e dunque una volta scomparso il punto di arrivo ultraterreno – la fune che univa i due domini resiste, ma si trova ora rasoterra[6], quasi a costituire ragione di inciampo, più che di elevazione.

In sostanza, tutto il testo di Sloterdijk si rivela essere un vastissimo reportage di pratiche umane che condividono il fatto di essere basate esplicitamente o implicitamente sull’esercizio, inteso nel modo in cui è stato definito poco sopra.

Gli esempi portati dall’autore sono i più disparati, ma una cosa è da sottolineare; essi si dividono in pratiche positive e pratiche negative. È necessario, vitale, per Sloterdijk, che le due categorie siano ben distinte.

Habitus come reazione: la vittoria delle tensioni orizzontali

Uno dei moltissimi bersagli di Sloterdijk è il sociologo Pierre Bourdieu. È in lui che il filosofo tedesco vede, seguendo la metafora alpinistica proposta nel testo, la tendenza a soggiornare stabilmente nel campo base piuttosto che la volontà di intraprendere l’ascesa alla vetta. Bourdieu viene infatti definito il sociologo del campo base definitivo[7].

Riconoscendo a quest’ultimo la fruttuosità dello strumento “habitus” applicato alla ricerca sociologica, Sloterdijk ha però molto da recriminare all’intellettuale francese.

Secondo Bourdieu, infatti, l’habitus è ciò grazie a cui «la società penetra negli individui e rimane presente in essi», o «l’elemento sociale si annida nei singoli[8]». A causa di questo ineliminabile elemento sociale – paragonato a una sorta di dialetto permanente da Sloterdijk – nella coscienza dei singoli individui, ogni possibile ascesa avviene solo tramite movimenti esclusivamente in orizzontale, all’interno della propria classe di appartenenza.

Il problema principale dell’homo bourdivinus, dice Sloterdijk, è il fatto che l’habitus lo rende passivo e lo lega in modo imprescindibile ai fenomeni di classe. In altre parole, il concetto di habitus viene privato della ricchezza semantica di cui era invece portatore nella filosofia aristotelica ed empirista[9].

L’uomo di Bourdieu è quindi un amante del campo base, è colui che non è interessato a essere più di quel che è, colui che vive felice senza alcuna aspirazione, colui che, in definitiva, compie una resignatio ad mediocritatem[10]. È in questo senso che l’habitus può intendersi in quanto mera reazione.

Ripetizione ripetente e ripetizione ripetuta

L’abito si cura con l’abito, l’abitudine può essere corretta o superata solo sostituendola con una nuova abitudine.

Mariagrazia Portera[11]

Di tutt’altra ricchezza è invece la nozione di habitus che Sloterdijk vuole riabilitare: come sfuggire alla passivizzazione che ci costringe nel campo base, e ricominciare invece la scalata verso la vetta? Il filosofo risponde in modo chiaro: distinguendo gli esercizi.

Sloterdijk vuole dunque mostrare cosa si debba fare quando ci si accorge di essere passivi nei confronti di un abito che ci domina; ciò che egli suggerisce è la necessità di «adottare provvedimenti che interrompano le possessioni[12]». Per farlo, l’autore compie un’originale riflessione sul verbo “ripetere”. Seppur l’elemento della ripetizione sia imprescindibile in qualsiasi tipo di habitus (e di esercizio), è bene che si distingua la ripetizione ripetuta dalla ripetizione ripetente[13]: nella prima l’uomo riveste il ruolo dell’oggetto, è un uomo “esercitato”, nella seconda invece l’uomo è soggetto e quindi “esercitante”.

A riprova dell’eclettismo che contraddistingue questo scritto, Sloterdijk si appoggia alla meccanica classica per sostenere il fatto che è necessario ricorrere alle forze inerziali per superare l’inerzia stessa: cita infatti il principio della leva e quello della carrucola. Tutto questo, se si vuole, è un modo erudito di constatare il principio, citato infatti anche dall’autore, che recita: repetitio est master studiorum.

L’originalità di Sloterdijk sta però nel sostenere che l’uomo non solo deve distinguere le ripetizioni, ma è addirittura condannato a farlo.

Dall’habitus, dunque, non si sfugge; c’è chi però è in grado, attraverso una strenua guerra con se stesso e con il suo lato peggiore, di metterlo a frutto e divenire virtuoso.

Proprio per questo legame tra esercizio e virtù la distinzione delle ripetizioni viene anche chiamata distinzione etica[14].

Ma come si attua, a livello pratico, la distinzione etica delle abitudini? In primo luogo, Sloterdijk ricorda che è necessario disprezzare la propria condizione di partenza (il termine è forte, ma è in linea con la veemenza con cui l’autore esprime le sue idee lungo tutto il corso del libro); questo disprezzo funziona poi da strumento euristico per muovere il primo passo verso la sostituzione delle abitudini negative e corrotte con quelle positive. In secondo luogo, è necessario il distacco, non necessariamente inteso in quanto fuga dal mondo – al modo dell’ascetismo radicale antico –, bensì «dal modo di vivere di coloro che permangono nella media, nell’approssimazione[15]». La buona ripetizione implica, da ultimo, una fortissima tensione alla verticalità: il movimento deve essere sempre orientato verso l’alto, verso un estremo che sia da ritenersi improbabile[16], quasi irraggiungibile.

Conclusioni: il lascito della Modernità e l’imperativo declinato alla seconda persona singolare

L’analisi di Sloterdijk termina con una critica nei confronti della Modernità: questa ha appiattito ogni slancio verso l’oltre. La vita incentrata sull’esercizio è stata completamente secolarizzata, l’itinerario da percorrere non è più una ripida salita, ma è caratterizzato da una pendenza moderata[17]. L’intera esistenza viene de-verticalizzata: «Si impone una modalità di esistere orientata a semplificare la vita, a demolire la tensione verticale e a evitare passione e sofferenza[18]».

A tutto ciò, l’autore oppone la sua personale soluzione nella forma dell’imperativo che dà il titolo al volume: devi cambiare la tua vita!

Ma chi può dirlo, si chiede Sloterdijk; chi può pronunciare questo imperativo? L’unica autorità a poterlo fare è la crisi globale[19]. Il filosofo parla esplicitamente di una catastrofe multiforme, della quale già nei primi anni Duemila  si avvertiva la presenza. È proprio questo evento, la cui concretizzazione sembra sempre più vicina, a imporre di cambiare vita, poiché «altrimenti prima o poi il completo disvelamento della crisi vi dimostrerà che cosa vi siete lasciati sfuggire all’epoca dei segni preliminari![20]»

Allo stesso modo, Sloterdijk pone un altro quesito: chi può udire questo imperativo? Teoricamente è alla portata di tutti, praticamente, invece, i più continuano a credere «che non sia urgente prendere le cose sul serio[21]».

Ed ecco che viene avanzata l’ultima domanda: chi lo farà? A questo interrogativo il filosofo risponde, o almeno così sembra a chi scrive, proponendo inizialmente un “come”, piuttosto che un “chi”; scrive infatti che «accanto alla conservazione di ciò che ha dato buoni risultati, a noi si impone soprattutto la novità delle situazioni, la quale rende necessarie risposte audaci[22]».

È con l’appello alla lungimiranza di Hans Jonas, al quale riconosce l’intuizione circa la possibilità di un filosofare previsionale, che Sloterdijk chiarisce il “chi” presente nella domanda: a ciascuno di noi è rivolto l’imperativo, e, specifica, è necessario agire come se ognuno di noi fosse l’unico e solo destinatario di un simile appello.

In estrema sintesi, Peter Sloterdijk combatte, attraverso il suo testo, una guerra su più fronti contro il quietismo, contro quel modo di essere e fare che in un precedente articolo apparso su  «Quaerere» si è definito il “vabbè”; contro, di nuovo, la tendenza a pensare che l’apporto individuale sia inutile e privo di peso dal momento che la decisione di un singolo circa il cambiare la propria vita non avrebbe alcuna influenza sul corso delle cose. Ancora, i bersagli polemici di Sloterdijk sono il cinismo (da non confondersi però con quello antico, incarnato da Diogene) e l’idea secondo cui “qualcun altro lo farà al posto mio”: l’imperativo che impone un cambio di rotta radicale non è trasferibile!

In tutto ciò, il problema dell’habitus non è stato dimenticato, anzi, nell’ultimissima pagina del volume si intima, «ora o mai più», alla redazione di nuove regole monastiche per la civiltà: fare questo, sostiene l’autore, vorrebbe dire finalmente «[…] Assumere, in esercizi quotidiani, le buone abitudini di una sopravvivenza comune[23]».


[1] Il titolo è tratto da una lirica rilkiana, Torso arcaico di Apollo, a cui è dedicato anche un breve capitolo dell’introduzione: qui una statua mutila rivolge il comando al poeta.

[2] P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, p. 3.

[3] Ivi, p. 7.

[4] Si consideri che, nonostante la morte di Dio, Sloterdijk ritiene che Nietzsche sia da considerarsi “l’ultimo metafisico”, poiché, anche senza Dio, cerca in ogni modo di salvare la tensione alla verticalità, all’über-.

[5] Ivi, p. 48.

[6] Il riferimento di Sloterdijk qui è F. Kafka, Lettera al Padre. Gli otto quaderni in ottavo. Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via, tr. it. mod Mondadori, Milano 1988, p. 157, in P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, p. 77.

[7] Ivi, p. 219.

[8]Ivi, p. 221.

[9]Ivi, p. 228.

[10]Ivi, p. 218. È per questo motivo che Sloterdijk lo accosta all’ultimo uomo di Nietzsche, descrivendo l’homo bourdivinus come suo fratello minore.

[11] M. Portera, La bellezza è un’abitudine. Come si sviluppa l’estetico, Carocci Editore, Roma 2020, p. 38.

[12]Ivi, p. 241.

[13]Ivi, p. 242

[14]Ivi, p. 201; 504.

[15]Ivi, p. 497.

[16]Ivi, p. 144. Si veda la metafora del Mount Improbable che Sloterdijk mutua da Richard Dawkins, seppur non nutra alcuna stima verso quest’ultimo.

[17]Ivi, p. 454.

[18]Ivi, p. 457. A proposito dell’esclusione della sofferenza dalla società contemporanea, si veda il recente saggio di B. C. Han, La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, Einaudi, Torino 2021.

[19]Ivi, p. 547.

[20]Ibidem.

[21]Ivi, p. 550.

[22]Ivi, p. 551.

[23]Ivi, p. 556.

Marina Messeri

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