DOPOLAVORO

Inutile farsi prendere dall’ansia, adesso. La verità è che è colpa mia, non imparo mai. Tenere un profilo basso, gli occhi e la bocca chiusi, farmi gli affari miei soprattutto perché a quarantotto anni il lavoro come buttafuori mi serve davvero, se non altro per comprarmi i corticosteroidi. Tutte belle parole.

Contando stasera, questa volta ho resistito sette mesi e tre giorni. Non la mia performance migliore.

Da dentro il locale, verso l’esterno attraverso le pareti, provengono risate e musica elettronica soffusa; come ogni venerdì sera il vero divertimento inizia solo adesso, a tarda ora. Il vicolo sul retro è uno stretto corridoio in muratura e cemento arredato con i cassonetti della spazzatura e illuminato dai residui giallastri della luce dei lampioni, che si spinge pallida da oltre le sue due estremità.

Sono qui da quanto, un’ora? Da quando ho finito il turno al locale. Ho già cambiato posizione almeno tre volte; adesso ho la schiena appoggiata a uno dei cassonetti, e guardo per terra con le mani infilate nel vecchio cappotto infeltrito. Non dovrebbe ma fa caldo, il tessuto della camicia grigia e dei jeans scoloriti mi si appiccica alla pelle delle gambe.

Quanto ci mette, Klump, a uscire?

In tutto questo tempo sarei potuto entrare a bere qualche drink, mettermi seduto per un po’ dopo ore passate in piedi a far entrare i clienti nel locale o a rispedire a casa quelli che non mi andavano a genio. Qualche decina di anni fa era proprio così che finiva la maggior parte dei miei turni di lavoro. Ma dopo una certa età mettersi a bere da solo in un locale pubblico è troppo triste persino per me.

Stasera, soprattutto, non sono in vena. Si sente nell’aria che morirà qualcuno, come se fosse una novità, di questi tempi.

Forse più di qualcuno. Forse io.

Cristo, quanto vorrei tornarmene a casa. Ma sono rimasto l’unico in città a cui freghi ancora qualcosa di quel che è successo alla “Rodriguez”. In effetti è probabile io sia l’unico con la possibilità di dimostrare la verità.

Tre mesi fa c’è stata una sparatoria in centro, a dieci metri dall’entrata di una scuola elementare (la “Rodriguez” appunto) e durante l’orario di uscita degli alunni: tre scappati di casa sempre dentro e fuori dal carcere hanno cercato di parcheggiare un ex membro della loro banda. Lui è morto, ma anche quattro bambini. I tre sono stati rintracciati subito, non si erano nemmeno coperti la faccia per non insospettire l’amichetto, e prima o poi affronteranno un processo già praticamente determinato. Il quarto, l’autista del gruppo, è scappato quando ha visto che le cose si mettevano male ed è ancora latitante.

Un regolamento di conti finito peggio del previsto. La versione che hanno accettato tutti, all’inizio anche io. Ma pure in una città grossa come questa le voci girano veloci, specie quando le tragedie vanno in coppia: il giorno dopo il massacro alla scuola il padre di una delle vittime, una ragazzina, si è fatto saltare il cervello.

Respiro a fondo e sento la fronte imperlarsi di sudore.

Klump dovrebbe essere già uscito da un quarto d’ora.

È strano questo ritardo, non cambia mai la sua routine del venerdì sera: viene al locale, scambia qualche parola con i clienti più importanti, beve un paio di cose e poi verso l’una del mattino se ne va uscendo dalla cucina, che è direttamente collegata a questo vicolo. Fa lasciare sempre la macchina a una decina di minuti a piedi da qui, nel garage interrato del quartiere, in un box che ha comprato mesi prima della sua costruzione effettiva.

Possibile che abbia capito qualcosa, in qualche modo?

Cazzo, sono stato attento. Ma Klump non è un coglione e soprattutto, tra le persone di cui si circonda e tra quelle che ha a libro paga, qualcuno capace di tenere gli occhi e le orecchie aperte c’è di sicuro.

È troppo tardi anche per pensare a questo.

La porta sul retro del locale si apre di scatto e i rumori e gli odori della cucina si fanno largo nel vicolo per una frazione di secondo, la prima novità davvero interessante dell’ultima ora. Il mio stomaco, che dovrebbe essere vuoto da troppo tempo, non fa nemmeno una piega. Che schifo invecchiare.

Escono tre uomini giganteschi stretti a forza in un completo elegante grigio argento, con gli occhiali da sole sul volto e le guance e i crani rasati alla perfezione. I membri della sicurezza personale di Klump lanciano un rapido sguardo al vicolo, mentre io rimango immobile nella penombra; non sono sicuro che mi abbiano visto, dietro quelle lenti, ma credo di sì.

Quanto cazzo prenderanno al mese, questi tizi? Non riesco a immaginare una cifra: ho fatto il buttafuori per trent’anni, sono stato nella maggior parte dei locali della città (quasi tutti hanno già chiuso) ma non ho mai ricevuto nemmeno mezza offerta per entrare nell’ambito della sicurezza privata.

Come se ci fosse da stupirsi. Per far bene un lavoro del genere serve chiudere le orecchie, pensare poco e dire sempre sì. E io non ci sono mai stato portato.

Dopo di loro esce anche un ometto di media statura con una faccia anonima, i capelli scuri ben pettinati, un maglioncino blu mare sotto una giacca color ocra e un paio di pantaloni su misura marrone scuro. Si vede lontano un miglio che Klump ha più soldi di quanti potrebbe contarne. Anche se li ha sicuramente contati, diverse volte. I suoi occhi spaziano annoiati nel vicolo, sicuri di non poter incontrare qualcosa di davvero interessante o sorprendente così vicino a una delle sue proprietà. Dovrò deluderlo.

“Ehi capo. Si torna a casa?” dico, grattandomi la guancia puntinata da una barba grigiastra ben poco curata.

I rumori che arrivano dal locale sovrastano quasi del tutto la mia voce ma il gruppetto alza la testa verso di me di scatto, come se non si aspettassero davvero un approccio. I volti dei bodyguard oscurati dagli occhiali a specchio sembrano fatti di marmo.

Klump strizza gli occhi azzurri per mettermi bene a fuoco. “Miller? Che ci fai qui? Di solito te ne vai di corsa appena finito il turno”.

“Avevo dimenticato le chiavi di casa nell’armadietto. E, poi, stavo aspettando che uscissi per parlarti”.

“Ma che cavolo, avremmo potuto farlo dentro. Bere qualcosa… tanto i drink te li avrei scalati dalla prossima busta paga”.

Ridacchiamo tutti e Klump mostra per una frazione di secondo i denti di un bianco che, ormai, io non posso sperare di raggiungere.

Mi avvicino di qualche passo. “No, qui fuori va benissimo – dico. Troppo caos, dentro. Troppe orecchie indiscrete”.

Klump mi guarda fisso come se potesse leggere più a fondo nelle mie parole attraverso la mia figura, poi scuote la testa e si mette le mani sui fianchi, sbuffando.

“Miller, che c’è che non va? Ti vedo stanco… Prenditi la serata libera, domani, ok? Ti faccio coprire da uno dei ragazzi”.

“Sei gentile, capo, ma i soldi mi servono. E credo che mi terrò stretto questo lavoro, visto soprattutto che potrebbe non durare per molto, dopo stasera”.

Klump alza gli occhi al cielo. Ha perso la pazienza. “Non ho idea di cosa tu stia parlando. Ma, sai, ho voglia di tornarmene a casa. Telefonami domattina, ok?”

Si muove in avanti di un passo, diretto verso l’uscita del vicolo alle mie spalle e poi al parcheggio e alla sua automobile. I bodyguard lo seguono senza che lui debba aggiungere nulla.

“So che cos’è successo alla “Rodriguez”. Il giorno del massacro”.

Il gruppetto non accenna a fermarsi. “È stato sui giornali per settimane, Miller. Lo sanno tutti che cos’è successo”, risponde Klump, distratto.

“No, non lo sanno, capo. Non per davvero”.

Klump si blocca d’improvviso e i gorilla fanno lo stesso, seppur con una frazione di secondo di ritardo.

Bingo.

Lui si gratta un sopracciglio e poi prende a guardarmi con espressione infastidita. “A me pare che tre persone siano state arrestate, per quel che è successo fuori da quella scuola. Che altro c’è di cui parlare?”

“Sì, è vero. Anche questo faceva parte del piano, ma quei quattro scappati di casa non lo sapevano. Conoscevano solo il loro bersaglio, quello che gli era stato chiesto di accoppare”.

“Parte del piano? Che significa? È stato un regolamento di conti. Volevano uccidere uno dei loro, nessuno gli ha chiesto di uccidere qualcuno”.

“Non proprio. Quel tizio non voleva infamare la banda, e lo sapevano anche loro. Era solo contrario a un accordo che avrebbe fruttato loro una quantità di soldi mai vista prima… Un patto col diavolo, si potrebbe dire”.

“Addirittura…”

“Anche gli sfigati come quelli hanno una coscienza, sai? Il bersaglio, quello vero, era una delle bambine della “Rodriguez”, la figlia del tizio che si è suicidato il giorno dopo. La banda non era mai andata oltre la rapina a mano armata, prima, normale che l’idea di diventare dei sicari possa non aver entusiasmato tutti quanti. Anche con quella montagna di soldi in palio. Non è mai stato un regolamento di conti, non in senso stretto… Più un’intimidazione”.

Tengo gli occhi su Klump, che mi guarda impassibile. Alle sue spalle, i gorilla cominciano ad agitarsi.

“Sono partito proprio dal povero cristo che si è sparato in testa – continuo. Un grosso imprenditore edile interessato a un grande appalto comunale, un progetto su un’area industriale dismessa poco fuori città. Ho scoperto che l’unico altro concorrente eri tu, capo, e che hai pensato di toglierlo di mezzo facendogli prendere un bello spavento. Ora, io non so se davvero hai chiesto alla banda di uccidere sua figlia, o cosa… Ma lui non si è ammazzato per il dolore, quanto perché aveva capito che era successo tutto per colpa sua”.

Klump si è ritirato dietro le spalle dei bodyguard, che ora gli fanno da barriera in attesa di ulteriori istruzioni. “Non è poi così credibile come storia, non credi? Non lo sarebbe nemmeno se esistessero prove di qualche tipo”.

Faccio spallucce e infilo una mano all’interno della tasca destra del cappotto. Immediatamente i gorilla si stringono ancor di più attorno a Klump, ma io alzo l’altra in segno di pace. E, lentamente, tiro fuori un cellulare.

“Qui c’è la mia chiacchierata con il rider della banda. Se ne sta nello scantinato di un bar a due ore in auto da qui: non ha capito che se di lui o della verità importasse qualcosa a qualcuno, sarebbe già in gabbia. La confessione non avrà molto valore a livello legale ma scommetto che potrebbe incuriosire più di una persona. Magari la stampa”.

Dopo qualche secondo di totale silenzio Klump ridacchia, lo sento distintamente da oltre la barriera. “Ricattarmi? È questo che sei venuto a fare, stasera?”

“Dammi tregua, capo… So che non è un’idea originale, ma che cosa faresti al posto mio? Quella montagna di soldi che avevi promesso alla banda a qualcuno dovrà pur andare no?”

Klump continua a ridere, adesso di gusto. “Sei proprio un coglione. Se dovessi dare quel registratore a qualcuno, finirebbe nelle mie mani entro due ore. Ragazzi, per favore, prendetelo”.

I gorilla mi si gettano contro.

Eccoci qui: e come altro avrebbe dovuto mettersi? Non mi aspettavo così in fretta, però.

Il primo a raggiungermi tenta di colpirmi con un pugno, che schivo restituendoglielo: sento la pelle delle nocche colpire le ossa dello zigomo, sfaldandosi come fosse fatta di carta velina. Gli altri due mi afferrano per le braccia e mi spingono contro una delle pareti del vicolo. Davanti ai miei occhi esplodono una marea di piccole lucine senza colore quando un ginocchio mi colpisce lo stomaco, mentre l’aria abbandona di colpo il mio corpo con un risucchio.

Agito il braccio sinistro fino a liberarlo dalla stretta e afferro uno dei due gorilla per le palle, stringendo il più possibile. Non mi fermo nemmeno quando sotto le dita sento allargarsi una poltiglia umidiccia. Lui caccia un urlo e si allontana, lo guardo cadere a terra con le mani strette in mezzo alle gambe.

Vent’anni fa ci avrei pulito il pavimento con questi idioti del cazzo. Nella serata giusta, l’avrei fatto anche gratis. Spero almeno Klump gli trattenga qualcosa dalla prossima busta paga.

L’ultimo rimasto mi colpisce due volte con il pugno, allo stomaco e alla fronte. La mia testa scatta all’indietro e urto con la nuca la parete: le lucine di poco prima si trasformano in grosse macchie nere, simili a quelle che si creano sullo schermo piatto di un televisore dopo un urto. Un piccolo fiume in piena sgorga dall’alto sui miei occhi, appannandomi ancora di più la vista.

Il gorilla mi stringe una mano sulla spalla e carica un terzo colpo, il braccio ritratto all’indietro. Potrebbe essere arrivata la fine.

Senza pensarci due volte gli schianto la fronte sanguinante contro la faccia, senza preoccuparmi troppo del punto preciso in cui lo colpisco. Sento qualcosa di tagliente infilarmisi nella carne e subito dopo anche lui si allontana di un paio di passi.

Rimaniamo così per un po’, lontani pochi metri, ai due lati del vicolo come fossimo in un ring.

Due dei gorilla sono in piedi con le mani sul volto gocciolante sangue, l’altro è appena riuscito a mettersi in ginocchio e continua a stringersi il pacco con una mano. Non riesco a vedere bene, ma devo aver fatto dei discreti danni, laggiù.

Respiro a rantoli rugginosi, cerco di recuperare un minimo di energia e di fiato. È come se qualche collegamento dentro di me fosse stato interrotto o rimosso del tutto, come se mancasse il contatto tra due parti fondamentali che per questo non funzionano più come prima.

All’improvviso uno scoppio esplode nell’aria ferrosa del vicoletto, come se qualcuno ci avesse lanciato dentro un petardo. Per un singolo istante, tanto rapido da farmi dubitare della sua stessa esistenza, la musica e i rumori del locale vengono coperti.

Abbasso lo sguardo sul mio fianco destro e noto che nel cappotto, poco sopra la tasca con dentro il cellulare, c’è un foro. Subito sotto sento qualcosa di bagnato allargarsi progressivamente e senza controllo.

Cado in ginocchio appena il dolore sostituisce il senso di sorpresa e vedo Klump avvicinarsi, l’espressione soddisfatta e la sua due colpi tascabile stretta in mano.

Come cazzo ho fatto a dimenticarmene? Non se ne separa mai.

“Uno sparo a venti metri dall’entrata del locale? Capo, non me l’aspettavo…” dico, a fatica.

“Potrei farti trascinare in mezzo al salone e sparare in quella tua testa di cazzo davanti a tutti i clienti. Nessuno non solo alzerebbe un dito per fermarmi, ma giurerebbe di non aver visto nulla”.

Non credo lo farebbe mai davvero, ma certamente potrebbe.

Cazzo, sembra che gran parte di ogni mio respiro attraversi la patina bagnata sotto il cappotto per uscire dal buco lasciato dalla pallottola. La semi-oscurità del vicolo non aiuta a mantenere lo sguardo fermo su quello che mi circonda; tutto vibra, le cose si sovrappongono come quando si guarda l’orizzonte in una giornata d’agosto.

I tre gorilla osservano la scena con il fiato corto, tutti in piedi e pronti a tornare all’attacco, anche se sembra non essercene alcun bisogno.

Klump poggia la canna della due colpi contro la mia fronte.

“Davvero pensavi sarebbe finita in modo diverso?” dice.

“A posteriori questa sembra l’opzione più probabile, vero?

“Peccato averci pensato in ritardo”.

“È quello che mi ha sempre fregato. Il tempismo”.

“Buonanotte, Miller”.

Dal lato del vicolo che porta al parcheggio sotterraneo partono diversi colpi di pistola soffocati da un silenziatore. Mi butto a terra di scatto nella speranza di evitarne il più possibile e fino a quando non scompaiono del tutto rimango con la faccia puntata verso l’asfalto del vicolo, sobbalzando a ogni scoppio.

Sono arrivati giusto in tempo, cazzo.

Quando la tempesta di piombo si è finalmente placata mi rimetto in piedi cercando di non pensare troppo alle fitte, glaciali e pungenti, che arrivano dal fianco ferito. Sono meno intense di quello che mi sarei aspettato, forse lì sotto la situazione non è poi così grave. Controllo: mi pare di non avere altri buchi nel cappotto.

Le prime due buone notizie della serata.

Attorno a me è una carneficina.

I tre gorilla sono sdraiati immobili in pose scomposte, nel bel mezzo di una larga pozza di sangue che sotto la luce ocra dei lampioni assume un colore più scuro del normale. Klump si lamenta, supino, e cerca di trascinarsi verso l’uscita del vicolo che porta all’entrata del locale; lo fa con le braccia magre perché le gambe sono del tutto inutilizzabili, i muscoli e le ossa stroncati dalle pallottole volanti. Giacca e maglione sono laceri, la sua due colpi è caduta da qualche parte.

Dall’estremità del vicolo da cui sono stati sparati i colpi fanno la loro comparsa cinque figure con addosso larghe felpe con cappuccio e dei passamontagna. Differenti in statura e corporatura, hanno in mano oggetti di vario tipo, e uno tiene stretta una pistola silenziata che ancora vomita fumo. Non li conoscessi potrei scambiarli per sicari professionisti. Invece, uno di loro è un pasticciere.

Recuperare una pistola con silenziatore da un ricettatore dopo l’attentato alla scuola è stato più difficile che reclutare loro. Sono i genitori degli alunni morti della “Rodriguez”. Ne ho contattato uno un paio di giorni fa: è bastato guardare un telegiornale per scoprire dove abitava, l’ho beccato fingendomi un investigatore privato e insistendo un po’. Gli ho fatto sentire la registrazione chiedendogli di spargere la voce sulla piccola festicciola di stasera nel vicolo, ma non mi aspettavo tutto questo entusiasmo.

Le figure bardate si avvicinano lentamente. Tengono gli occhi puntati su Klump, che ora ha smesso di muoversi e, con la pancia in su, piagnucola frasi incomprensibili e disperate.

Io mi muovo in avanti verso l’uscita del vicolo oltre di lui trascinando le gambe, e mi stringo il cappotto contro il petto. La parte destra del mio corpo si è fatta più fredda dell’altra, ma cerco di non pensarci. Non mi volto per un’ultima occhiata, non sono più fatti miei. Se lo facessi, sono abbastanza sicuro non riuscirei più a distogliere lo sguardo, come davanti a un incidente stradale.

Sento Klump lamentarsi dal dolore subito dopo il suono sordo di un urto e quello di un osso che si spezza. Il primo di molti.

Dopo pochi metri sono fuori dal vicolo, sotto la luce diretta del lampione. La musica del locale, qui, è ancora più forte di prima. Lento, mi giro verso l’entrata: ci saranno una quarantina di persone in coda davanti a Robert, il tizio che mi ha sostituito qualche ora fa.

Mi guardano tutti, in silenzio. Io guardo loro finché diventano macchie indistinguibili, poi mi allontano.

Klump aveva ragione. A prescindere da cosa abbiano sentito o intuito cercheranno di dimenticare, di ritornare alle proprie vite come se non si fossero accorti di quel che è successo. Nella maggior parte dei casi è così che vanno avanti le persone, dimenticando, almeno quando e finché possono farlo. Un’altra cosa in cui non sono molto bravo.

Rovisto nella tasca del cappotto sotto al foro di proiettile e prendo il cellulare. Lo butto a terra, poi ne calpesto il cadavere tecnologico con la gamba buona finché non colpisco soltanto il cemento. Ogni movimento sprigiona all’interno del mio corpo una fitta rete di dolore purissimo.

Alzo lo sguardo al cielo buio e non c’è una stella nemmeno a pagarla, non so se per le nuvole o per l’illuminazione stradale. O forse, sono solo io che non le vedo. Attorno a me la città è il negativo nero e ocra di una fotografia, la musica del locale un sottofondo quasi scomparso.

Cazzo, devo trovare il modo di farmi dare qualche punto al fianco. E anche un altro lavoro. Di nuovo.


Simone Giraudi è un giornalista e vive a Peveragno (CN). Adora raccontare e farsi raccontare storie, il cioccolato fondente e David Hasselhoff. Ha frequentato il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Torino. Scrive dal 2012. Suoi racconti si possono trovare nelle raccolte di fantascienza “Prisma” e “HUMAN/” (entrambi Moscabianca edizioni) e sulle riviste Spore, Salmace, Blam e Altri Animali. Il suo primo romanzo edito, del 2017, è “Tatuaggi Color Pelle” (Leucotea edizioni).

Redazione

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