ADIODAS

Il cielo era opaco. La sera prima il telegiornale aveva parlato di bombe d’acqua, venti a velocità inaudite, alberi caduti, strade come fiumi. Si pronosticava un evento di proporzioni bibliche che avrebbe lavato via gli strascichi di un’estate bollente, ma che invece si era sgonfiato in una pioggerella sottile e insistente.

Quel giorno, quasi nessuno udì i rintocchi delle campane della chiesa alle tre del pomeriggio.

Vito Serrano aveva aspettato che sua madre sprofondasse nel sonnellino di rito davanti a una delle sue soap spagnole. Poi era sgattaiolato da Mauro’s per il ristretto del dopo pranzo, nella speranza di trovare la sua ragion d’essere nel fondo bruciato della tazzina. Da quando Poste Italiane gli aveva dato il ben servito alla fine del suo anno da porta lettere, attribuiva un potere divinatorio a qualunque cosa, nella speranza di capire cosa fosse andato storto. Cercava la soluzione nel numero dei frutti caduti dal melo del giardino comunale, nelle forme di sugo, in quelle degli stormi di rondini, nella sequenza dei piccoli incidenti quotidiani, nell’ora in cui l’orologio sul suo comodino si era fermato, negli oroscopi e nei numeri della lotteria. Quella carrellata di segnali lanciati dall’universo davano un senso alla sua routine di disoccupato, che vagava per il paese raccontando a tutti il sogno infranto di sistemarsi. Se ne infischiava di scadere nel patetico e aveva finito per smarrirsi in un girone infernale di recriminazioni, in una folle crociata contro il sistema corrotto delle graduatorie.

«Uno butta via un anno di vita dietro a quelli là e poi che ti dicono? Dai, speriamo che entri in graduatoria. La graduatoria? Ma se quelle sono tutte sistemate! Sanno già chi devono assumere. Figurati se assumono me!»

E poteva andare avanti ore.

Quel mercoledì, uscendo di casa, aveva sentito che c’era qualcosa di pesante nell’aria. Si respirava un’atmosfera da due di novembre, ma entrando da Mauro gli era sembrato che nulla fosse cambiato.

Alle tre meno due minuti aveva commentato:

«Che schifo!»

Il caffè aveva un retrogusto di terra bruciata, più del solito. La bocca era totalmente anestetizzata e aveva alzato la mano per chiedere dell’acqua, quando Mimì era entrato nel locale biascicando la notizia:

«Avee sauto? É motto!» aveva annunciato, carezzandosi il ventre tondo e duro.

«Ehi Mimì, quand’è che nasce?» l’aveva canzonato Mauro da dietro il bancone con le labbra tirate in una risata nervosa.

Quello si era guardato il pancione come calcolasse il giorno del parto.

«Ma quanti te ne sei scolati?»

«No, no» aveva provato a spiegarsi Mimì, guardandosi la punta della lingua e passandosi una mano sulla pelata.

«A occhio e croce… cinque o sei, o no?»

«Davveeo. É motto» aveva ribattuto Mimì, muovendosi verso il bancone con un gran fracasso di tavolini.

«Quell’infame di Peppino! La deve smettere di riempirti come una zampogna! Eh, ma io lo so che lo fa apposta! Un giorno di questi…»

Si era bloccato, vedendo Mimì con lo sguardo verso il pavimento, scosso da una serie di spasmi da vomito.

«Ehi! Non ti azzardare!» aveva urlato Mauro, lanciando in aria il limone che aveva in mano.

«Motto… Mottissimo» aveva cantilenato Mimì, riprendendosi.

Mauro che si era precipitato su di lui, lo aveva guidato verso il bancone. Mimì ci era rimbalzato contro e per poco non era finito col sedere per terra.

«Ma chi?» aveva chiesto Serrano, segnalando di nuovo il bisogno di acqua con i gesti.

«Vanni ‘ Adiodas’»

Gelo. La porta era rimasta aperta, ma non c’era vento.

Le campane avevano suonato l’adunata.

«Ma quando?» aveva chiesto uno messo peggio di Mimì dal fondo del bar.

Vito non aveva nemmeno sentito la risposta. Aveva lasciato un euro sul tavolino ed era uscito al volo dal locale.

Il cuore aveva preso a martellargli il petto a ritmo di Thunderstruck.

Sua madre gli ripeteva sempre di rallentare con i caffè.

Ma non era colpa del caffè.

Le palpitazioni avevano frantumato l’ansia in pezzi di vetro che si erano conficcati nei polmoni. Era montato in sella alla Graziella di sua nonna, che era passata a sua madre, che era passata a lui, non ufficialmente, e aveva pedalato come un pazzo fino alla chiesa.

Era fermo da una decina di minuti, a debita distanza, intento a guardare gli impiegati delle Pompe Funebri Salemi tirare fuori la bara dal retro del carro funebre. Aveva sentito la gola restringersi a imbuto pensando a Vanni chiuso lì dentro. In quell’istante la pioggia aveva scaricato tutte le sue cartucce. Allora si era riparato sotto un vecchio pino.

Gemma, la madre del defunto, indossava un paio di occhiali da sole e teneva sotto braccio sua figlia Adele. Non c’era traccia del padre, Sisto, probabilmente buttato in qualche cantina a scolarsi tutto lo scolabile.

Tra i pochi accorsi, Vito notò due anziani che erano la versione fiabesca di Craxi e Andreotti. I professori Lepore e Tommaselli si stavano unendo al cordino di gente che entrava in chiesa. Erano gli unici ad aver sempre creduto alla riabilitazione scolastica e sociale di Giovanni. Era stata la loro presenza a spronare Vito a entrare. Una volta dentro, si sedette su una delle ultime file. I suoi vestiti fradici grondavano in piccole pozze d’acqua sulla panca. Un organo accompagnava la lagna di Suor Caterina in una canzone deprimente. Lo sguardo di Vito cercò la bara ai piedi dell’altare. La fissò per un lunghissimo minuto. Era di un legno scadente. Adele, accanto a sua madre in prima fila, si spostò i capelli dietro l’orecchio. Sulla faccia aveva un’espressione di fastidio. Non una lacrima.

Un pugno di tristezza colpì Vito allo stomaco, riportandogli alla mente la scena del funerale di Mozart in Amadeus. Un geniogettato in una fossa comune.

Presero a bruciargli gli occhi. Abbassò lo sguardo, cercando di respirare profondamente, ma senza fare rumore. Detestava piangere davanti agli altri.

Due anziane signore inginocchiate dietro di lui recitavano una preghiera che a un certo punto interruppero.

«Disgraziato di un ragazzo! Non ci posso pensare, guarda!»

«Questo paese è diventato una schifezza! Ma tu come l’hai saputo? Non hanno messo neanche i manifesti?»

«Figurati, quelli? Anche se li avessero messi, chi ci veniva? A me l’ha detto Graziella»

«Ah già, che quella vive a fianco, no?»

«Ha visto quelli delle pompe funebri e ha capito. Mi dispiace un sacco per il ragazzo»

«Ha avuto la sfortuna di stare in quella famiglia»

«Guardale là. Non sono manco dispiaciute! E quell’ubriacone del padre non si è nemmeno presentato».

«Quelli non se ne sono mai fregati di niente! Hanno figliato tanto per. Povero ragazzo. Morire così! Ma è vero che l’hanno trovato dietro l’edicola in villa?»

«Sì. Con l’ago nel braccio»

«Oh mamma! Ma era uscito dalla comunità un paio di settimane fa».

«Eh, cara mia! Ma una volta che ci finisci dentro non ne esci più».

«Sh! C’è Don Maurizio».

Da quando il prete entrò a quando la funzione si concluse, Vito non aveva fatto che pensare a quel dialogo. Nella sua testa vorticavano immagini terribili, sensazioni ancora peggiori e tante domande: Aveva avuto paura? Se n’era accorto? Era stato veloce o lento? Aveva addosso la sua tuta? Era la sua armatura, una seconda pelle. Gli era sempre andata larga di almeno un paio di taglie, ma Vanni se ne fregava, come di quel nomignolo che gli avevano appiccicato addosso e di cui non si era più liberato.

Vito ne aveva scoperto il significato in un’occasione poco piacevole. Era l’anno della seconda media. Era un venerdì e pioveva. Dall’inizio del quadrimestre Tonio Fini e i suoi sgherri, Mimmo e Rinetto, erano tornati al loro hobby preferito: torturarlo. Quell’anno però avevano deposto le cerbottane fatte con le Bic e smesso di sfotterlo da lontano per soluzioni più audaci, soprattutto da quando Loredana Cambia era andata in giro a dire che lui l’aveva respinta. Tutti insistevano che fosse una delle più belle della scuola solo perché aveva le tette grosse e i fianchi larghi. A Vito non era mai piaciuta. Aveva i capelli ricci e stopposi, i primi segni dell’acne sulle guance e un naso troppo lungo.

Apriti cielo! Avevano preso a saccheggiargli lo zaino ogni giorno, a sputargli nella merenda e avevano imbrattato la sua sedia con la scritta ‘Finocchio’. Vito non li aveva mai denunciati ai professori. Sapeva che non avrebbero mosso un dito per paura delle ripercussioni da parte di Fini padre, rinomato Piromane.

Il venerdì in questione Vito era stato accerchiato davanti al cancello principale e trascinato dietro la palestra. Tonio e i suoi avevano pensato di dargli una strigliata giusto per mantenere l’equilibrio del terrore. Dopo avergli strappato la felpa nuova, graffiato la faccia, averlo preso a pugni nella pancia, l’avevano gettato in una grossa pozzanghera. Mimmo, con una decina di chili in più dell’anno precedente, si era seduto sulla sua schiena rischiando di farlo annegare. Intenzionale o no, il pericolo di morire Vito l’aveva sentito forte come fosse legato sui binari di un treno in corsa.

Aveva implorato più volte di smetterla, ma l’acqua gli era entrata in bocca e negli occhi annichilendolo. Era quasi a corto d’aria quando aveva sentito la schiena alleggerirsi di colpo. Aveva alzato la faccia in fretta per riprendere fiato. Le narici erano ancora pregne della puzza di acqua sporca e umidità. Si era girato a guardare Tonio e i suoi compari buttati per terra, imploranti. Gli occhi di Vito, ancora appannati, avevano tentato di mettere a fuoco una lunga figura che oscurava le loro facce spaventate. Aveva strizzato le palpebre e l’aveva vista, di un bianco sporco, in verticale sulla coscia, la scritta. Adidas. No. C’era una ‘o’ tra la ‘i’ e la seconda ‘d’. Adiodas.

Poi una mano si era protesa verso di lui. Era una mano lunga, con i polpastrelli schiacciati.

«Alzati, dai» aveva detto.

Era Vanni. L’aveva salvato. Era stata una vera sorpresa, tanto che l’aveva raccontato a sua madre. Questa aveva denunciato l’aggressione ai professori, che invece di punire Tonio e i suoi compari, avevano sospeso Vanni. A causa di quella faccenda o per qualche misteriosa legge che impediva a individui diversi di fraternizzare, non erano mai diventati amici. Vanni era cresciuto in un covo di balordi. Gemma, sua madre, veniva da una famiglia che era il riflesso di quella che aveva costruito. Dai suoi genitori aveva imparato la sgarbatezza, il modo di sbraitare, la violenza dei gesti e l’arroganza di chi pretende che tutto gli sia dovuto. Sisto Le Bon invece era stato una scommessa persa. I suoi genitori gli avevano affidato l’impresa agricola, ma lui l’aveva guidata verso il fallimento investendo in giri loschi. Da quando si era sposato aveva cercato di uccidersi con alcol e slot machine, che pagava con il suo stipendio da spazzino.

Vanni era l’ultimo di quattro figli. Il primogenito, Cosimo, appena maggiorenne era stato arrestato per aver strangolato la sua fidanzatina e non era più uscito di prigione. Il secondo, Michelino, si era laureato, sposato e trasferito in Svizzera. Poi c’era Adele, a immagine e somiglianza di sua madre: altera, ignorante, scostumata, con il talento per accalappiare ragazzi con la fedina penale pluridecorata.

Insomma, era un miracolo che Vanni avesse superato la soglia dei trenta.

Il giorno del suo funerale, però, Vito non volle pensare a quanta fatica Vanni avesse fatto per remare contro la vita. Voleva ricordarlo con lo sguardo vispo da gatto, che sapeva nascondere con gelida lucidità il dolore immenso, e quel tic nervoso che gli faceva stringere le labbra come se volesse fischiare.

Mentre percorreva la navata per dare le condoglianze ai familiari, gli angoli delle labbra di Vito si sollevarono in un sorriso debole, ma radioso.

Quanto era alto! pensò

Eppure, nessuno lo prendeva in squadra per le partite di pallavolo nell’ora di educazione fisica. Vito lo sceglieva sempre per primo. Aveva un’elevazione pazzesca. Avrebbe potuto essere un’ala fenomenale se non fosse stato per la mancanza di tecnica e di coordinazione. E quella camminata strana? Lanciava le gambe in avanti come calciasse un pallone invisibile. Lo sfottevano anche per quello, ma sempre alle spalle. Non avevano il fegato di affrontare le sue reazioni. L’avevano visto prendere a calci le porte, lanciare banchi, rispondere malamente ai professori, fare scenate con la madre davanti alla preside, e avevano dato per scontato che potesse farlo con chiunque. Vanni Adiodas invece resisteva, aggrappato al bordo di un burrone in cui provavano a farlo precipitare.

A scuola si era sempre presentato in condizioni pessime: i capelli scompigliati, unti e le ciglia incollate dalla ‘cacca degli occhi’, come la chiamano i grandi quando sgridano i figli che non si lavano la faccia al mattino. I professori avevano chiamato più volte Gemma per lamentarsi delle sue condizioni igieniche, ma lei aveva risposto che non poteva costringerlo a lavarsi se non voleva.

A differenza degli altri, Vito l’aveva sempre salutato, anche se solo con un cenno della testa, soprattutto dopo il salvataggio. Qualche volta facevano un pezzo di strada insieme di ritorno da scuola, parlando poco e quasi sempre delle cose che succedevano in classe. Non si era mai capito se fosse Vanni a tenerlo lontano dal suo inferno o fosse Vito a temere di scivolarci dentro. Certo era che le chiacchiere, le maldicenze, le bugie, gli avvertimenti sul conto dei Le Bon spaventavano chiunque. Quel modo di pensare pregiudizievole e cattivo aveva intaccato la coscienza di Vito con un lavorio lento e silenzioso, covando proiezioni distorte della verità, fino ad allontanarlo definitivamente.

Negli anni a seguire gli era capitato di vederlo per strada, con le cuffie nelle orecchie, chiuso in un mondo di musica e rumore. A volte zoppicava, mostrava qualche livido sulla faccia e guardava la vita attorno a sé con gli occhi annacquati da qualche antidepressivo. Attorno ai ventidue anni era cominciata la tiritera dei centri di recupero. Entrava e usciva come in un supermercato. Scappava chissà dove, lontano forse, ma poi finiva per ritornare. I vicini si accorgevano del suo rientro dal rumore dei piatti che si disintegravano sui muri, dal tonfo dei calci e dei pugni e dalle urla di quel diavolo che Gemma aveva in corpo. 

Una cosa era certa: tra quelle quattro mura Vanni aveva sfiorato più volte la morte.

Quando Vito raggiunse i piedi dell’altare, vicino alla bara in attesa del suo turno per la stretta di mano, fu assalito da un’immagine angosciante che lo scosse più forte.

Sarà stato un cinque anni prima. Vito stava passeggiando con Annamaria, la tipa che frequentava all’epoca. Una ragazza molto timida che si vergognava a tenergli la mano quando erano in giro sul corso. Figuriamoci pomiciare! Un giorno Vito, per strapparle un bacio, l’aveva convinta a imboscarsi tra le vie del centro storico che in tarda serata erano deserte. Erano davanti al corpo decadente del vecchio cinema Rispoli quando avevano visto Vanni, accasciato con la schiena contro la saracinesca lercia. Vito non aveva avuto il coraggio di avvicinarsi, ma qualcosa aveva spinto Vanni a ricambiargli lo sguardo. I suoi occhi erano cerchiati, vacanti come quelli di una zucca di Halloween. Per un lunghissimo istante si erano guardati e Vito aveva avuto la sensazione che se ne fosse andato per sempre. Quello che aveva davanti era un ologramma del vero Vanni, fagocitato da un’arma piccola e letale che dalla lingua si era irradiata nel suo corpo, intaccando ogni fibra del suo essere. A un certo punto aveva anche provato a dire qualcosa, ma le parole si erano sciolte in scie di saliva che colavano ai lati della bocca. In seguito, era girata voce che qualcuno gli avesse venduto una brutta pasticca.

«Ragazzo, deve camminare» lo incalzò, intanto, un signore rachitico dietro di lui con un rosario tra le dita.

«Mi scusi» rispose Vito, voltando le spalle alla bara.

La signora piccola e confezionata in un abito nero ci mise parecchio prima di staccarsi da Gemma. Quest’ultima era immobile nel suo abbraccio, lo sguardo lontano.

Poi la donna la liberò e passò ad Adele. Toccò a lui.

«Condoglianze» disse Vito, stringendo la mano di Gemma.

Fu allora che crollò. Non seppe dire se fosse stato il primo vero contatto con il mondo di Vanni o di nuovo quella terribile sensazione di vetri rotti nel petto.

É colpa tua!  Voleva dirle Hai ucciso tuo figlio!

Strinse le dita attorno a quella mano ruvida e nodosa con tutta la sua forza.

Il disprezzo che provava si sciolse in singhiozzi incontrollabili.

Pianse per tutto il tempo, mentre Gemma lo scrutava da dietro le lenti scure.

Non devi piangere davanti a lei!

Ma non riusciva a smettere. E allora capì.

Tornò alla sera prima, rivivendo la manciata di ore cruciali con lentezza agonizzante.

Dora era entrata nel suo appartamento con le peggiori intenzioni. Si era spogliata in un attimo, aveva messo su Joga di Bjork. Le piaceva mettere Bjork quando lo facevano. A Vito quella musica scatenava un capodanno di sensazioni elettriche che lo inselvatichivano, perciò aveva approfittato di quel desiderio per soddisfare il suo. Ormai s’incontravano sporadicamente e solo per scopare. Finiva così con tutte quelle che considerava storie serie.

Era durato un’ora e dieci. Un record da Guinness, considerando la sua media di quarantacinque minuti. Poi Dora era entrata in bagno per docciarsi e lui era scivolato in quel recesso vuoto di insoddisfazione e disgusto per sé stesso in cui s’incastrava dopo i brevi e rari momenti di gioia.

Dopo alcuni minuti avevano suonato al citofono. Era Vanni. Biascicava qualcosa. Vito si era affacciato al balcone per controllare cosa volesse.

«Mi fai salire?» gli aveva chiesto.

Non lo vedeva da mesi. Lo riconobbe a fatica. Era invecchiato parecchio: i capelli diradati, la faccia gonfia. Sorrideva con le orbite scure e lucide come bottoni.

«Eh… ho da fare, Vanni» aveva risposto, confuso.

Dora si era affacciata dietro di lui.

«Chi è?»

Neanche il tempo di girarsi a guardarla, che Vanni se n’era andato dicendo qualcosa tipo «Vogliatevi bene».

Intanto il cordino di gente si era quasi del tutto dissipato. Qualcun altro nella fila lo esortò a sbrigarsi. Vito gli lanciò un’occhiata ubriaca di tristezza, ma senza controbattere. Quando tornò a guardare Gemma questa gli chiese:

«Tu sei Vito?»

Annuì, ancora impigliato alla scena che lo aveva folgorato come un’epifania.

«Vanni parlava spesso di te»

Il suo cuore andò in pezzi.

Strinse la mano di Adele svogliatamente. Fuggì dalla chiesa. Alzò la testa verso il cielo, ancora bianco spavento, cercando l’aria che gli mancava.

Come un fantasma, il sapore amaro del caffè tornò nella bocca di Vito.

Quel giorno il suo fondo bruciato non aveva dato segnali. Solo quando incrociò lo sguardo di Sisto Le Bon comprese il messaggio nascosto. Il padre di Vanni era appoggiato al pino dove Vito si era riparato prima della messa. Sembrava lucido, come non lo era mai stato. Lo guardava, con le braccia lungo i fianchi, ma senza vederlo, con gli stessi occhi felini di Vanni.  Diceva: Non l’abbiamo salvato.


Paolo Ippedico, nasce a Pisticci il 26/01/1986. Nel 2013 si laurea in Scienze della Comunicazione presso l’UNIBAS di Potenza.
Lo stesso anno si trasferisce a Roma, dove frequenta il Master di I livello in Sceneggiatura e Drammaturgia presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, seguito da uno stage presso la Wider Films di Giovanni Cassinelli.
Nel 2015 è semifinalista al concorso Short Film Production Fund di Los Angeles con lo script del cortometraggio No Place like Home. Negli anni ha lavorato come assistente alla regia prima per il film Una domenica notte di Giuseppe Marco Albano e poi per alcuni videoclip musicali. A Febbraio del 2021 pubblica Quälen, racconto contenuto nella raccolta I Racconti della Sesta Luna (Edizioni All Around). Ad Aprile dello stesso anno la rivista Quaerere pubblica il suo racconto In nessun luogo. Il 26 Maggio esce Monster di Walter Dean Myers per Marcos Y Marcos di cui ha curato la traduzione.

Redazione

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