Il fatto del fatto di tuo padre

(Scena di te e tuo padre sul letto e di tuo padre che tenta di leggere il titolo del racconto che la rivista di Russo de Vivo ha pubblicato e condiviso sui social, nonostante le da lui stesso appropriate modifiche apportate al testo di partenza. Tentativo, quello di tuo padre, che si scioglie, sfiatandosi, in una fortunatissima balbettazione del titolo. Adesso tu sai bene che ti stai giocando ogni centimetro di dignità in quanto figlio e che in questo tuo ignobile gesto di pubblicare un racconto intimissimo, non tuo ma di tuo padre, non è implicato alcun fatto letterario o meramente artistico che potrebbe giustificare o rendere in qualche modo accettabile il tuo gesto.

Sai molto ma molto bene che nella misura in cui ti trovi, mentre tuo padre ha appena balbettato, per la seconda volta e stavolta più precisamente, il titolo, e cioè Il racconto di mio padre, e ti sta chiedendo apertamente e non a caso, mentre con una mano tiene il telefono, se è un racconto su di lui, che insomma parla di lui, e lo fa quasi emozionandosi, come se in qualche modo questo, già solo il titolo, dicesse che tu l’hai almeno pensato, incluso, partecipandolo nel tuo universo, e tu puoi, nella misura in cui ti trovi e non in un’altra, mentre lui è lì a emozionarsi e a tenderti innocentemente il filo sfliacciato di una conflittualità che presto diverrà irrisolvibile, benissimamente rispondere che no, non è per niente un racconto che parla di lui in persona, ma solo un racconto inventato e basta; oppure dire che non è proprio un racconto scritto da te e che l’hai solo condiviso, o anche, per dirne un’altra, inventare qualsiasi cosa a caso e sparare a zero sulla storia di un padre a caso; mentre insomma consideri varie possibilità per chiuderla lì, ti rendi conto che non esiste via di fuga, che in realtà il gioco è fatto e che la questione è già esplosa per intero, e che è esplosa nella tua testa e che la risposta deviante, per quanto plausibilissima, non potrebbe in alcun modo scansarti dalla bassezza a cui hai sottoposto te in quanto figlio e lui in quanto padre. Allora mentre staresti per rispondere che no, non è lui il padre menzionato lì in quel racconto, ma solo, come abbiamo detto, un padre a caso e che tutto è pura invenzione, ti blocchi un attimo, e senza che ti venga una cacarella da sforzo credi davvero, sbagliando enormemente, che devi almeno concedergli uno sputo di consapevolezza, a quest’uomo, di quanto in effetti hai in maniera davvero triste pubblicamente raccontato. E quando gli rispondi che sì, che è lui il padre ed è il suo il fatto, non ti pieghi ad alcun ripensamento e tiri dirittissimo avanti, come un treno, quasi come se i pensieri si rivolgessero a voce tta-tta, proponendogli maturamente, con gli occhi a dinosauro, la possibilità di renderlo partecipe nel vero senso della parola rispetto a quanto da te scritto e pubblicato; e sai molto bene e meglio di prima che ciò significa spingere a limite la situazione, oltre e alzarti dal letto e metterti seduto e cominciare la lettura quanto più lentamente possibile, per fargli sul serio inghiottire quanta più intimità ormai sputtanata possibile e inginocchiarlo al fatto. E quando cominci ti rendi conto che il presunto fatto è scritto in maniera davvero incalzante e che per quanto lento potrai significare a voce l’accozzaglia di parole che hai davanti, rigo per rigo, espressione per espressione, tutto risulterà, in ultima analisi, comunque abbastanza dispersivo; e questo te lo dice il fatto che non hai mai saputo scrivere per essere letto a voce alta, lo sai bene, e soprattutto te lo dice lo sguardo perso di tuo padre, che appena cominci sì, sembra starti ascoltando, ma nello stesso modo in cui una persona può davvero dare l’impressione di star facendo una cosa simile, e cioè sguardo concentrato e orecchie appuntate all’ascolto e annuimenti di capoccia continui, dando l’impressione, e solo quella, di star ascoltando quando in effetti non sta recependo in nessuna maniera e da nessun lato e in nessuna forma il fatto. E allora senti il picco di sollievo che starebbe sbarazzandosi di tutto quanto in prima battuta stavi rischiando e facendo rischiare a tuo padre: non sta capendo niente e io sto leggendo e perseguirò una enorme e al momento, per me, fondamentalissima liberazione. E ti rendi conto pure del fatto che altrimenti come glielo avresti giustificato il fatto, il fatto di aver raccontato un fatto suo, come, soprattutto se in effetti nemmeno in te vi è quella maturità necessaria a giustificarlo, a motivarlo; come se ad un tratto, nel mentre di un’ennesima lettura o forse già da poco prima che cominciassi, ti fossi reso conto che non c’era necessità alcuna di comprometterlo in quel modo, a tuo padre, di scrivere un fatto simile e pubblicarlo, e che proprio per questo glielo staresti servendo come avvelenato piatto riscaldato; e quindi sei fermo tra il perché l’hai fatto e il perché glielo staresti ora addirittura leggendo, rispondendoti più o meno che per emozionare si deve bucare il sentimento che ti scorre tra la vena artistica del tutto raccontata e per niente reale e quella volontà sputtanatrice che non sa dove appigliarsi, e cioè in altra maniera ti stai dicendo che l’hai fatto in luogo disperato e per niente dispensatore e per nessun reale o ovvio motivo, se non per un impeto di semplice e egocentrica ed elemosinante affermazione del proprio tè e di tutte le buffonate che sono stateti raccontate da altri autori, di guardare il quotidiano e basta, di fissarsi su quello e basta, ossessionandoti e azzeccandoti sui respiri minuti della giornata una continuazione, per insomma venirne a capo e scrivere una buona storia, che emozioni; e quindi ad un tratto ti senti davvero repellente, da farti schifo, e più leggi e più lo schifo ti stira la vena artistica che avrebbe dovuto bucare un paio di palle, e lo fa, lo schifo, infinocchiandoti la voce che a poco a poco starebbe per terminare il racconto, mentre tuo padre è ancora lì con la testa penzolante, che ormai è imbalsamata, appesa come a una molla, facendo avanti e indietro senza alcun simbolo vitale; e che presto si fermerà, e tu ti fermerai a seguire; lo sai; e davvero credi che ti sentirai meglio nel settanta per centro dei casi, e dell’altro trenta sei davvero poco fiducioso, e forse tuo padre, di quanto hai letto, ricorderà appena il titolo e questo ti fa davvero male, della specie che arrivato a quel punto di rottura e inspiegabile finitezza d’animo avresti almeno voluto vedere il danno da te seminato, da te argomentato e sforzato in una sensibilità che non sapevi nemmeno esistesse, sì, almeno voluto vedere questa presa di posizione e atto di responsabilità farti il culo a righe: volevi sentì male al cuore, certo.

E quando ormai sei giunto al termine e hai finito di recitare il proclamo di merda e hai anche un po’ d’affanno principiante da ipotassi isterica, concludi che il gioco è fatto, che il capolavoro di un figlio letterato allo stato grezzo che tenta in uno sforzo vano d’introdurre un padre analfabeta nelle viscere di una forma ancora neonata di sorprendente ed elevato status artistico, è abbastanza poetico, molto poetico e anche fuori dal seminato, dal comune vivere: leggere a qualcuno qualcosa che parla proprio di quel qualcuno quando quel qualcuno non ha la minima idea del cosa stai leggendo e del perché glielo staresti leggendo proprio a lui e non a un altro e molto ma molto lontanamente e ancor di più del perché l’avresti scritto e messo appunto in un momento simile. E sei lì che hai smesso di essere umano e pensi sul serio di rimetterti a letto, non per scherzo, ma proprio sul serio, tanto che non a caso lo fai e posi il cellulare e ti infili quasi sereno sotto le coperte, come se nulla fosse, quando a un certo punto senti un pizzico d’acqua salata prosciugarti in un solo momento tutta quanta la consolazione di una inarrivabile speranza che poco a poco, senza accorgertene o forse sì, ti stavi vigliaccamente organizzando durante tutto il periodo della lettura e che si stava poi addirittura aizzando nella post-lettura, che diciamo ti sfiacchisce, il pizzico d’acqua, e ti inchioda al letto, incrostandosi e facendoti pensare di che pasta è fatta l’angoscia che fino a lì aveva solo rappresentato per te un sentimento epifanico ancora da provare.

Ed è più precisamente non un pizzico ma una fiotta d’acqua, un mare che vergognoso s’immola e inonda la faccia e poco dopo le cosce di tuo padre, che singhiozza come un bambino, come per venticinque anni non gli hai mai visto fare, e che dice giusto giusto cinque parole, cinque parole che ti fanno sperare di essere in quel preciso istante inghiottito dal materasso che ti regge la schiena, inghiottito in un morso di piegatura e in un moto di sparizione; cinque parole che non grosso modo ma proprio per certo, senza mezze misure, vogliono significare che non era, quella di pubblicare una cosa simile, un fatto plausibilmente accettabile, e che dicono preciso, prendendoti con violenza: Pecché, pecché e’ fatt accussì… e tu in tutto il tempo dopo che tuo padre si zittisce, che non è molto e nemmeno poco, a parte cercare di crederti quantomeno uno che ci ha dato dentro davvero, toccando il fondo, sentendoti dunque un foro d’arte ancora alle prime aperture, staresti cercando di capire bene bene cosa lui volesse esprimere con quell’accussì; e con quale bisogno l’avrebbe in effetti pronunciato; e ci metti davvero poco a capirlo; in un attimo sai così precisamente il senso che te lo traduci in testa in una sola voluta, e grosso modo, rinnovandosi, ti suona: Pecchè m’è fatt chest, solamente detto da una bocca e da un corpo incapace di colpevolizzarti a dovere.

E rimani lì appeso dentro le coperte che ti riscaldano e ti alzi a metà busto solo per dire: Pà, sentimi bene, questo è il prezzo dell’arte, di avere un figlio che crede, che è proprio convinto, di essere nato per un motivo, uno solo, per fare l’artista; e mentre lo dici sei davvero serio, serississimo, che ci hai gli occhi da fuori da far paura; e subito riattacchi dicendo: Pà, io non ti voglio male, anzi, tutto al contrario, m’hai insegnato tante di quelle cose che manco le conto più, che anche volendo non potrei volertene, ma io di mestiere questo voglio fare, fare del male credendo fino in fondo e fino alla fine di fare del bene, sul serio; e mentre lo dici, Credendo, la ci di Credendo, la immagini grossa, grossissima quanto una parentesi, da dover raccogliere tutto quanto gli sia possibile raccogliere. Sfigurata l’immagine continui: Mi dispiace Pà, che non ci possiamo capire come avrei voluto ci capissimo. Purtroppo quella cosa che è successa e che ho cercato di scrivere, di raccontare, m’ha fatto riflettere assaje, e davvero non potevo farla passare pe niente… Non capisco, vuoi fare lo scrittore, sì, ma… Niente ma Pà, niente ma, ti chiedo di capirmi e di restare in silenzio. Zitto senza dire una parola, che sennò mi viene da piangere. E ora ti prego mettiamoci a letto, che domani è n’altro giorno. E pensaci, pensatelo bene, ma proprio assai, promettimelo che te lo pensi, giuramelo, che la parte lesa, per quanto bene ti voglio, non dovresti essere tu, non sei tu, solamente tu ma… Sta cosa mi fa male assaje pure a me, capisci?, pure a mme … e mo’ buonanotte pà…
Nun so stat’ nu pate buon’, o’ saccije, però…
Si’ state o pate che si’, mio padre e niente più. Ti metti nel letto e ti corichi. Fai un sogno: c’è una voce che ti dice quello che devi fare, o almeno è quello che dovrebbe/vorrebbe fare, ma tu fai prima della voce, e la voce continua a ripetere quello che tu hai appena fatto, qualsiasi cosa è/fosse, come se non l’avessi ancora fatto. Ti metti a scrivere e vedi che la voce continua a ripeterti, in ritardo, quello che devi fare, quello che devi scrivere, quello che hai ormai già scritto; inizi a sudare e ad avere paura, ti si è impiantato in testa un ripetitore ritardato, cazzo!, nel senso che va in ritardo, che ti dice cosa hai ormai già scritto, riscrivendotelo in testa, ripercorrendoti in tutta la durata del tempo in cui produci l’affannato giudizio; un ripetitore ritardato che sembra incidentarti le terminazioni, menomato di ordinarti un bel cazzo di nulla. Sudi così assai che ti devi fermare, che non puoi più scrivere ripetendoti in testa ciò che stai scrivendo, che sennò vieni meno. Non sai cosa fare e, alzandoti da dov’eri e andato avanti e indietro per casa, decidi di non fare niente, di continuare a farti vociare, a farti sfregiare lì da qualche parte. Ma continui a sudare e ad asciugarti con gli avambracci, per quanto possibile. Ti svegli zuppo di sudore, che puzzi da far schifo. Ti volti a destra per vedere se nel letto ci sta tuo padre, come se fossi convinto del contrario. Ci sta. Gli vai vicino, lo guardi, respira a fatica, quasi russa, per un attimo stai per piangere, poi ci ripensi, ti metti di nuovo a letto. Rimbocchi le coperte. Ti corichi di nuovo.
…)


Alessandro Urgesi è nato a Napoli (1995). È attualmente studente di filologia italiana. Ha pubblicato per la rivista Grado Zero (Help!) e per Micorrize (Il fatto di mio padre). Il suo sogno, al momento, è raggiungere Nordkap in auto, attraversando il Nordkapptunnelen: il tunnel di Capo Nord.

Redazione

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