Il posto dove nasce il mare

Giovanni Montuori ogni mattina spalanca la finestra, scruta lo spicchio di cielo in direzione della valle e pensa ai posti dove andare a vagabondare. Estraniato da ogni interesse, accantonato ogni impiego, è nel tempo in cui ormai la propria fermezza d’animo – diremmo meglio: rassegnazione – non consente particolari entusiasmi: per sentirsi appagato gli basta mettersi in macchina, abbandonarsi alla mutevolezza del paesaggio e dare una spina dorsale ai ricordi.

È un maestro elementare in pensione e il pensiero che per più di sessant’anni – uscite didattiche a parte – si sia mosso in un raggio calpestabile non più lungo di una cinquantina di chilometri, lo fa semplicemente sorridere. La circolarità dei suoi spostamenti, il meccanismo delle sue abitudini sono una costante del suo sdipanare i giorni; avverte il sottile piacere, da quando ha ripreso in mano vecchi studi di antropologia, di sentirsi un po’ come quelle popolazioni che vivono fuori dal tempo, isolate e fiere, strette all’ostinata economia dei propri comportamenti.

Abita in un paesino aggrappato alle colline. Il mare non è lontano. Tante volte, nelle giornate calde di giugno, è planato nella valle con l’idea precisa di spingersi fin laggiù, farsi tutta la litoranea, sconfinare nella riviera e uscire allo svincolo della torre saracena. Una volta immerso nelle stradine basse, sotto il livello del mare, che tagliano il cordone sabbioso e i campi bonificati della piana, ne era convinto, non sarebbe più tornato indietro. Si abbandonava al vento caldo in faccia, a quegli odori di mirto e di origano che condivano i ricordi, alla musica degli altoparlanti dei lidi, con quei ritmi tanto giovanili e coinvolgenti di salsa, ma quella incursione emotiva non trovava mai un compimento. Aveva provato altre volte, tentennando indeciso in prossimità del lunghissimo cavalcavia della ferrovia: sotto una campata di pietre e travi metalliche che viaggiano in parallelo alla superstrada e si aprono a ventaglio sulle distese di aranci e i terrazzi bianchi dei villini, la linea incerta del mare lo agitava, specie nelle giornate schiarite, quando il disco ingrandito del sole pareva staccarsi dalle onde e divorava la concava piana con un solo unico tono, abbacinante e infinito.

Il fatto vero era che in mezzo a quella spianata, in cima a una di quelle tante sporgenze della roccia arenaria puntellata da agavi e cisti e accessibile fino allo spuntone più alto per i tanti gradini naturali scavati dal mare, un giorno d’estate lui e sua figlia si erano salutati per sempre. Un anno travagliato dall’inceppo negli affetti e da un’afasia che ormai gli impedivano, in famiglia, il pieno dominio della situazione. Così come un esploratore che lascia segni sul sentiero per ritrovare la via al ritorno, salendo per l’ultima volta assieme a sua figlia sulla roccia più alta della scogliera, andava premurandosi che lei ricordasse ogni anfratto o particolare del terreno, e con un rigurgito d’orgoglio, il respiro affannato, le andava ricordando il nome che segretamente, lui e lei, avevano dato a quel roccione. Ma sua figlia, che stava per finire il classico e che là sopra quel giorno ci era andata controvoglia, lo assecondava infastidita. Teneva lo sguardo sghembo e non vedeva niente di quello che diceva il padre. Quando ridiscesero era già buio, con le sue gambe svelte si infilò in macchina, ormai sfuggente e disinteressata a tutto, figurarsi alle ingenue storielle di un padre scontento.

Quando Chiara era piccola, il desiderio di isolamento di Giovanni Montuori non era così marcato, e lui vinceva la noia di un mese al mare ciondolando curioso sulla costa. Risollevava così le sue vacanze; era un modo per sfuggire alle inconfutabili teorie della moglie (che sfociavano sempre in violenti litigi) secondo cui non esisteva una località di mare altrettanto bella, economica e pratica; in realtà, la moglie aveva una concezione della vacanza molto sui generis, la vedeva come un bignami di tutti i mesi dell’anno: amicizie, abitudini e succulenti riti in cucina si replicavano in fotocopia anche in quel breve lasso di tempo, mai una novità o una variante che inceppasse quello schema. Tornava dal mare più stressata di quando partiva; così lui, non riuscendo a farle capire che relax voleva dire altro, magari viaggiare e conoscere altri posti, rassegnato, prendeva la macchina fotografica, il berretto e se ne andava per anfratti e sottopassi immersi nella vegetazione, lasciando sua moglie in spiaggia a predicare.

Setacciava tutto meticoloso: dalle secche dei fiumi ai ruderi cavati dalla salsedine, fino a spingersi su quelle asprezze marine per giornate intere. Raccoglieva e comparava pietre, godendosi quell’unghia di Mediterraneo da ogni posizione, e quando a sera tornava in spiaggia, raccontava, sotto l’occhio spiritato della moglie, i resoconti dei suoi insensati viaggi; ne parlava con sua figlia come se tornasse dalla luna, con un’enfasi identica a quella che metteva coi suoi alunni quando mimava gli animali per la sillabazione o sceneggiava i capitoli de L’isola misteriosa.

Chiara rimaneva a bocca aperta, specie quando le portava conchiglie gigantesche, che sulla riva non si trovavano; piagnucolava perché voleva andare lassù, in cima a quel posto mozzafiato, dove il padre le aveva fatto credere che nasceva il mare.

Finalmente Giovanni, dopo una curva leggera, a distanza di anni, mosso dal ricordo di quella vocina implorante (nell’aria il solito ritornello di salsa), decide di fare uno strappo: innesca la freccia, scala la marcia e imbocca il bivio che gira intorno alla torre saracena. È convinto che quel posto non esista più, sgretolato dalle correnti, dai mutamenti inevitabili del paesaggio. Il mare in inverno sommerge la piana, lasciando in balia delle tempeste l’enorme scogliera: così quel piccolo cratere, in alto sulla roccia, che un tempo si acquattava a pelo d’acqua sulle onde del mare e creava come una rientranza in mezzo ai dirupi più grossi, deve essersi inabissato.

Tra l’altro, non è un posto segnato sulle cartine per turisti, non è panoramico – ripete fra sé Giovanni, mentre gira a mezza costa intorno a palazzi di tufo e a torri merlate che svettano sui dirupi, passando in mezzo al paesino costiero – e non è per coppiette in cerca d’intimità: devi sapere la zona, ci arrivi solo dopo aver oltrepassato la pineta, i cubicoli di cemento armato non finito sulla dorsale smunta della montagnola che fa da confine tra le due anse del golfo. Il sentiero che parte dalla spiaggia e arriva ai canneti e alle paludi è sbarrato da cortine altissime d’oleandri e da mucchi stratificati di spazzatura. Si inoltra a piedi nella boscaglia, fin dove il terreno comincia a salire sul lato opposto della sabbia. Bastano pochi metri e capisce che è la direzione giusta: il mare comincia a salire lentamente, per effetto della marea e delle correnti di maestrale, riempie quell’ansa fino a scomparire senza crespe sotto gli scogli. Ma poi c’è un particolare ancora più solido: la linea dell’orizzonte mantiene la stessa altezza dei rami, nonostante la prospettiva, dalla stradina, dovrebbe essere diversa, e l’effetto è claustrofobico, di assoluto rintontimento, più si sale e più si scurisce il cielo, sopra quelle dune gigantesche, modellate dalla geologia, costipate dal vento. Alla fine del sentiero, in mezzo a un coro irridente di cicale, comincia a svettare la roccia porosa che ciabatta dentro quell’acqua lievitata e calma, l’odore nell’aria si fa più salmastro, quasi irrespirabile, con ventate di pesce putrefatto.

Quando si decise a portarla lì, lui e la bambina salivano una buona metà del cespo a un ritmo sostenuto, ai piedi tenevano le scarpe da ginnastica, la sacca di tela a tracolla, e dovevano far forza con le braccia aggrappandosi alla pietra negli ultimi metri, fino a scomparire nella sbiadita rientranza dello sperone, incupito dall’ombra della montagna.

Chiara, che aveva meno di dieci anni, era buffissima: era spossata per l’arrampicata, le gambine sbucciate, le tremava il mento un po’ per l’emozione e un po’ per la fatica. Deboluccia, aveva la bocca secca e due occhi rossi che frugavano curiosi come due lanterne nell’imbuto di quell’orizzonte e in quell’ansa che sgusciava fra una secca e un’altra. Sopra la loro testa passavano nuvole basse. Rimasero ad ascoltare fino a sera quel grumo di suoni fievolissimi, il cullare del mare sotto i piedi, il cielo che entrava in gola. “Ecco” diceva il padre, “da questa prospettiva puoi capire come la terra sia sferica: li vedi i pescherecci a largo che spuntano dalle onde e il sole basso all’orizzonte?” Chiara guardava esterrefatta, prendeva le stelle a giumella per la gioia, si accucciava al padre, lo sentiva invulnerabile. Dal naso in avanti, tutto procedeva in levare: la spuma color piombo, il vento, i pescherecci verso il molo, e poi i gabbiani e i pedalò e le vele che si muovevano come in un unico respiro tondo verso la spiaggia. Da così lontano la baraonda della costiera era una pellicola muta, e il mondo sembrava essere appena nato oppure in procinto di una grande ribellione.

Si accorge, voltandosi verso la costa, che le case fino al sentiero della scogliera sono ormai disabitate e marcescenti. Il lungomare è sempre più lontano dalle sperdute contrade, preso in ostaggio dai villaggi e dalla sanguigna varietà dei lidi; quelle palazzine di mattoni rossi e alluminio alle imposte e verande d’amianto raccontano di un’ansia costruttiva che all’improvviso è esplosa in un tempo troppo restringente, come se all’orizzonte incombesse il pericolo di una sciagura, una specie di piaga biblica che imponesse agli uomini di impegnare i soldi accumulati costruendo nottetempo oscenità salvo poi lasciarle incompiute. I pastori, nei piani interrati, ci chiudono dentro le capre, piantano gli ortaggi nei vasti cortili, si riappropriano di luoghi che avevano dato in prestito per il cosiddetto sviluppo; la boscaglia si è mangiata i sottopassi e le traverse sterrate, per giunta il market dove padre e figlia prendevano il latte e la frutta appena raccolta nella piana è sventrato, tutto infestato di erbacce e materiale di risulta.

Giovanni Montuori ha bene in mente il momento esatto in cui ha avvertito l’irreparabile tra sé e la moglie. Lei era ancora una bella donna, la brillante ragazza – decisa e piena di risorse – che metteva in riga tutta quella baraonda del quarto circolo Carducci alla recita di fine anno, che avrebbe fatto carriera se avesse lavorato in una scuola migliore: le smagliature alle cosce, qualche chilo di troppo che stazionava ai fianchi, il cesareo di cui all’improvviso vergognarsi, e poi i continui cambi di pettinatura e altri mutamenti in ebollizione erano solo segni – alcuni incompiuti, altri un po’ tracotanti e involgariti – di un travaso da un’epoca a un’altra. Segni che in lei andavano e venivano (un po’ come le case di quella piana, costruite in fretta e mimetizzate nella pineta), che raccontavano distanze e frenesie e un’ansia tutta chiassosa di mostrarsi sempre libera e desiderabile. Era troppo impegnata a fare la sua bella figura nel mondo per accorgersi di quanto le accadeva intorno, troppo distratta per aggiustare il tiro dei propri sentimenti, ormai piuttosto incerti. Giovanni lo aveva capito: il loro matrimonio si riempiva di finzioni e raptus, di bugie e segreti, che là per là potevano sembrare leggerezze, fesserie per pareggiare il conto, ma che in realtà laceravano l’esistenza, come se quel groviglio di anni e dispetti sciabordasse alla deriva, irrisolto e mesto, in attesa di un condono.

La casa che affittavano ogni estate domina la pineta e si trova sul sentiero che conduce al posto dove nasce il mare; sprangata e con l’intonaco scrostato, ha ancora il vetro del portone principale rotto, rattoppato dal nastro isolante e a stento sorretto da sbarre d’alluminio. Passando distrattamente accanto alla palazzina, si è ricordato il fatto. Se ci fosse stata Chiara, sarebbero andati a riscuotere: dopo che i ragazzi del piano di sopra, un anno, avevano fracassato la porta con una pallonata micidiale, lui e la figlia avevano scommesso una cena col proprietario in persona che quel vetro non sarebbe mai stato sostituito. A dire il vero sono rimaste lì anche le tapparelle che si chiudevano a metà e l’autoclave arrugginito, e i buchi sotto i balconi, che la salsedine e le rondini allargavano ogni anno, a guardarli adesso paiono gli strascichi di un bombardamento. Il proprietario diceva sempre: “Devo sistemare quella perdita in giardino! Mi vengono certe bollette d’acqua!”. Giovanni dall’alto allunga lo sguardo sul cortile, sbircia tra la sterpaglia e ride: la perdita è ancora là, tronfia e limacciosa. La loro casa, il market, le palazzine abbandonate, il ventaglio scombinato delle dune: niente più vive come una volta, si è trasformato per sempre in qualcosa che non esiste.

Poi ha come un flash, si convince che ciò che osserva è solo il tangibile, la forma meno esatta delle cose. La natura, sul punto di disfarsi, mostra da sempre un codice marginale e arido, si pacifica solo in superficie diventando desolata e inospitale, ma lasciando che il suo lato più profondo e impenetrabile rimanga oscuro agli uomini, perché governato da regole che nessuno può infrangere, contenere, indovinare. Assomiglia al tempo. Il tempo che è corso veloce solo dentro sua figlia o nelle cose che sono scampate a quegli anni ibridi, il tempo che scorreva già allora con altri criteri e a seconda della zona: di là della ferrovia e verso il mare con una velocità pazzesca e una estraneità mondana che lui e sua figlia non conoscevano; di qua verso la scogliera con una lentezza simile alla marea che cullava la risacca. Ha voglia di pensare che da quando Chiara è andata via, cioè da quando le vacanze sono diventate prima una questione tra lui e sua madre e poi semplicemente una scarnita formalità tra lui e l’applicato di segreteria, il tempo si sia come inceppato, divertendosi a spolpare ogni cosa lì attorno, decretandone il fallimento, fino a mummificarla per sempre.

C’è un principio di assoluto in ogni essere umano, l’irrepetibilità di un momento che folgora ogni palpito della crescita. Un padre tiene una fortuna sfondata perché assiste ingordo a tutto questo, perché può ritrovare in un figlio ciò che di sé non ha visto e dal niente può sfaccettare l’abitudine fino a trarne diamanti. Giovanni ha sempre ammesso di essere stato ingombrante con Chiara: ma quella figlia avuta da grande, dopo ostinati tentativi e sbucata fuori quando lui e sua moglie erano già maturi e si barcamenavano nel logorio di un’unione ormai spenta, colmava i sensi di colpa, le fragilità di entrambi, giustificando le ragioni di quel compromesso. Un’educazione confusionaria e a compartimenti stagni si raggrumava nella testa di Chiara: quella di un padre giocherellone che nascondeva il delirio; quella di una madre, schietta e con le idee chiare, che raccontava alla figlia le cose come stavano.

Almeno fino a che non è venuta la stagione delle esplorazioni. Chiara aveva ormai imparato a salire su quei dirupi anche da sola, calma e sicura, e se andava con lui lo faceva solo per rispetto e affetto. Nel posto dove nasce il mare il padre aveva saputo delle sue prime cotte, dell’amicizia insulsa e ossessiva di Ilaria Iannuzzi o di quel ragazzo che veniva da Modena e la teneva agitata da troppe estati: si era ridotta a un filo di spago per quel fissato, cambiava ogni sera la frangia dei capelli, le marche delle scarpe, vomitava in bagno dopo aver mangiato. Poi, una sera di fine estate, aveva preso tutte le sue lettere ipocrite e una scatola di pegni d’amore e li aveva gettati in mare; quella sera stessa Chiara confidò al padre che sarebbe andata via, che voleva diventare grande da un’altra parte. Magari in Inghilterra perché ufficialmente: “Le lingue ormai sono il futuro…”, ma poi ufficiosamente e cruda: “Non voglio fare la fine di te e mamma”.

Chiara guardava le barche all’orizzonte e, con un velo di preoccupazione, sua madre in spiaggia. Da quella distanza neutra si vedeva tutto un po’ meglio, a cominciare dallo spettacolo deprimente che andava in scena a ogni tramonto: sua madre che teneva banco sulla battigia, con due grandi occhiali scuri, sgargianti pareo e le movenze sbarazzine nel suo intrigo di relazioni e di impetuosi divertimenti. Lontana anni luce da quel marito indifferente a tutto, incomprensibilmente sereno.

Ma ancor più lontana da un padre che si sentiva già in colpa abbastanza e che cianciava di libertà e convivenza, o di felicità che in nome del rispetto non puoi azzoppare nelle persone che ti stanno accanto. Sennò diventa sopraffazione, egoismo, comodità.

Lui le parlava di sua madre, di come lei partecipasse convinta alla ruffianata di sguardi degli uomini in spiaggia. Siccome sua figlia era ormai grande, Giovanni le fece capire che era contento che qualcuno la corteggiasse, la facesse sentire ancora attraente. Sviava le sue agitazioni con fredda argomentazione, contestualizzando un po’ tutto, a cominciare dal concetto di adulterio – “parola orrenda e da codice giuridico”. Ma il fatto degli uomini in spiaggia, lui lo sapeva, era solo il segno lieve, quasi involontario, di un vortice che già sconquassava l’animo di sua moglie. La figlia trovò l’argomentare del padre fuori luogo, impregnato di un maschilismo stupido e lontano.

“Cerco di spiegarti come funzionano in modalità di allerta due esseri umani, quando tra di loro cala la sfiducia e viene meno un patto” puntualizzò seccato. “Non volevo offendere tua madre, non fraintendermi”.

“Non vi amate più. Succede”, rispose la figlia ancora più seccata del padre, e quegli occhi vivaci lo gelavano per sempre. Aveva diciassette anni, voleva decidere da sola, costruirsi la sua vita, pezzo per pezzo, e su ogni scatto d’insofferenza.

Quel giorno Giovanni si sentì l’aria mancare ed erano seduti lassù, i piedi penzoloni nel vuoto, con quella sensazione di cielo che entra in gola.

“Pensa all’aspetto buono: non dovrai più occuparti di noi”, disse seria stringendo le labbra. Chiara aveva già raccolto la confessione della madre, aggrovigliata attorno allo stesso sentimento dell’incompiuto e a una caterva di accuse: trovava qualcosa di imperdonabile nelle sbandate del marito, come se quelle donne, amate di nascosto, sapessero entrare in quel suo mondo opaco, centrando le sue insoddisfazioni, mentre lei avvertiva sempre quel senso di inadeguatezza.

Le parole erano finite ed era calato un silenzio carico, di quelli che non fanno presagire né conseguenze ingestibili e né ripensamenti ma solo calma infinita e piatta come il mare di quella risacca. Il carattere di Chiara assomigliava a quella rocca immobile: il mare la modellava e a ogni movimento delle onde nulla era come prima; Giovanni invece si sentiva come quei surrogati di case al mare, inespressi e abbozzati, che attendevano ancora il boom economico e numeri sfavillanti di turisti. Non è più accaduto nulla di rilevante da quell’estate. L’Inghilterra si è divorata il resto, il lavoro in un pub di Carnaby Street per pagarsi l’università (Giovanni aveva ancora l’indirizzo nel portafoglio), era stato per molti anni il sigillo della sua intraprendenza, del fatto che lei non avesse più bisogno di niente. Col tempo ci si libera di zavorre inutili come fanno i luoghi che, sotto la spinta di una minaccia o sulla scorta di una sfiducia di base tra generazioni e spazi abitati, perdono pezzi e contrade monche, zone d’espansione senza un futuro. Di mestiere oggi Chiara fa quella che anticipa di qualche secondo, alle orecchie degli uomini che sbadigliano sui destini del mondo, le formule di benvenuto, gli indici di borsa, i sistemi del mercato monetario e tutte quelle retoriche trattative.

Giovanni è ormai arrivato in cima, annaspando ha imbucato tutti i frastagli tenuti puliti dai pastori, ha camminato su quella parte di costa friabile fino al promontorio – che adesso è un pugnetto di pietre pericolanti sull’acqua smorta. Si è tenuto aggrappato alle pareti lisce, ha adocchiato i punti cardinali, il moto delle correnti che tagliano in due il golfo.

Guardando verso la baia, avverte il bisogno di sentirla. Non lo faceva da un po’, ma il cellulare di Chiara risulta sempre spento. Ritenta in ufficio. Due squilli e una ragazza, per fortuna italiana, piena di euforia contagiosa, dice: “Signor Montuori, ma come? Non sa che sua figlia è partita?” La ragazza riempie di interrogativi la telefonata, che dalla Manica – è sufficiente che Giovanni fissi l’orizzonte – paiono animarsi e spuntare dal mare infido e sconfinato come i cartelloni dei suoi bambini. Avverte un disagio, gli gira la testa ma non è per l’altezza. Balbetta: “Uh, certo, come no? Ma volevo… così… salutarla al volo” “Al volo?” (più la ragazza ride e più a Giovanni viene il nervoso) “Un volo un po’ in ritardo, signor Montuori… È via già da una settimana…”

 La ragazza non vuole più riattaccare, ha l’umore a mille, gli chiede notizie dall’Italia. Le mancano i suoi, il mare, il cane. “Una cerimonia da favola, signor Montuori… Ho pianto come una scema…” dice poi, e si scusa di non avergli fatto ancora gli auguri. Giovanni Montuori finge di sapere, resta in tono con quella voce scheggiata dall’emozione, diventa rosso quando lei glielo ripete in inglese. Quella formuletta idiomatica la conosceva, gli era capitato di sentirla dalle colleghe giovani o negli show televisivi. Riattacca agitato.

Si gira di spalle al mare e ridiscende lentamente dal sentiero, barcollante su quel punto di terra compressa, da sempre scenario perfetto di comunicazioni vitali. Con quel colpo di grazia alla sua sfiatata autorevolezza paterna, sua figlia le ha fatto capire come si riprende il viaggio. Una separazione è sempre la conseguenza di un malinteso, di una voce che sovrasta un’altra, di un tentativo di scoprire che c’è dall’altra parte; a lungo andare, passata la sbronza, diventa un limbo, una specie di vuoto elementare, simile a un mondo appena nato o in procinto di una grande ribellione.

***

La cameriera del lido La risacca ha due belle gambe e un collo lungo, ben visibile da lontano, che si infila, all’antica, in un toupet di capelli color platino. L’aria rarefatta, il decantarsi dell’azzurro dell’acqua che a spruzzi si infrange contro il piccolo imbarcadero della riva e sulla sua pelle lattescente, la rendono olimpicamente impalpabile, ancora più delicata e diafana.

Giovanni Montuori ha raggiunto la baia e siede a uno dei tavoli del bar. Non può fare a meno di fissare quella ragazza che si muove spedita, con due occhi freddi e un’espressione chiusa, come persa nei propri ambagi. La ragazza lo osserva di sottecchi e sente che quel cliente sta diventando importuno. Allora alza d’istinto il volume delle casse, va al suo tavolo. Una leggera foschia bluastra sta nascondendo la scogliera. I bassi e le percussioni della musica salsa contrappuntano il volo interrotto dei gabbiani nel marezzo, il loro incedere a sbalzi sul molo.

“Prende qualcosa, signore?”

“No, vorrei solo star seduto un poco, se è possibile”. Giovanni si leva la giacca, si sbottona i polsini della camicia, poi, sbattendo le palpebre imbarazzato: “Sa, mia figlia… she got married!

“Felicitazioni!”

“Lo sa dire in inglese?”

La ragazza inarca la fronte, muove le labbra in modo ironico. Il viso stanco e provato di quell’uomo mette soggezione, un po’ di diffidenza, ma di gente strana ne gira tanta da quelle parti.

“Non si sente bene?”

“In un certo senso”.

La ragazza si ritrae ancor di più.

“Ha bisogno d’aiuto?”

Giovanni Montuori si spegne in un mugugno. Capisce che è straniera: la sibilante strascinata, le sillabe indurite. Porta lenti a contatto azzurre, alla caviglia ha disegnata un’ancora. Le parla con franchezza: “Lei è molto bella, signorina. Le crea problemi se resto a guardarla qualche minuto e poi vado?”

La ragazza si gira intorno preoccupata. È il turno che al bar non c’è mai nessuno, neanche i ragazzi del salvataggio, che di solito a quell’ora aggiustano le barche in magazzino. Riprende a sfaccendare, cerca di non dargli peso. Arriva una famigliola, si fionda sull’insegna dei gelati e lei si rasserena.

Giovanni continua imperterrito, sperando in una sua pietà filiale: “Se le dà fastidio, signorina, non c’è problema, ordino pure…”

Ma la ragazza alza il volume al massimo e resta a studiarlo da lontano. Poi comincia a perdersi nei ritmi della salsa. El talismán de tu piel me ha dicho canta con la sua bocca larga, accenna qualche passo o due colpi d’anca. Il movimento le viene naturale intanto che riprende a spolverare i tavoli e ammicca alla famigliola.

Lui urla a più riprese: “Ha capito, signorina? Prendo una Coca-cola!”

Il cielo sta cambiando e il mare è gonfio, l’aria diventa elettrizzata, come prima di un temporale.

Allora pure Giovanni comincia a muovere le spalle a ritmo, sorride d’intesa alla ragazza. Lei si accende allegra nel ritmo, tira indietro la schiena e alza il mento. El talismán de tu piel me cuenta cadenza e a tratti lo guarda con un’espressione nuova. Socchiude gli occhi per prendere il passo. Muove la gamba destra, il braccio sinistro si stacca dal corpo in sincrono.

Lui ride ilare e si alza di riflesso dal tavolo. Lei abbassa il mento: pare un invito. Uno due tre pausa. Uno due braccia e gamba. Lei rimane nella posizione di base ripetendo sempre gli stessi passi, in attesa che lui si decida. Allora Giovanni Montuori conta i quarti in testa, prende la battuta e si lascia andare al ritmo: non sembra per nulla impacciato, mentre completa la coreografia della ragazza, in controtempo.

La guarda dritta negli occhi, le va incontro ancheggiante e sciolto.

È scosso, come non mai, da un brivido indomabile di felicità.

Come se avesse il cielo in gola.


Vincenzo Corraro vive a Viggianello, in Basilicata, dove lavora come insegnante. Ha pubblicato il romanzo Sahara Consilina (Palomar) e i racconti Dimmi che c’entra la felicità (Ensemble, con Margi De Filpo). Altre sue storie sono apparse in varie raccolte e sulle riviste letterarie “Crapulaclub”, “Nazione Indiana”, “Zest – Letteratura Sostenibile”.

Redazione

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