In fiamme

Quale visione nel sogno. Ogni rosa era stata strappata, i petali pestati e già illividiti in colori di piombo, di polvere da sparo. Gli alberi di magnolia e i giovani aceri, carichi di un verde meraviglioso e ancora aspro, sulla cui ombra era bello stirare le ossa, agitati dalla sete di vivere, ora parevano muti e come disfatti in una terra invernale che vaporava tra gli sbrani della nebbia. Era stata catapultata… dove? Sensibilmente lontana da quel profumo di gelsomino che si assaporava per le strade di Ragusa, la sua città natale.

Si svegliò di soprassalto, agitata da un’emozione profonda.

Un freddo colore azzurro aggrovigliava le torri merlate dell’Arsenale. Avrebbe voluto pensare senza immagini, dimenticare semplicemente ciò che aveva visto nel sogno.

Il cuore di Albaspina cominciò a battere forte. (All’età di undici anni le era stata diagnosticata una pressione esagerata sotto le costole). Fu un attimo: in mente le cadde il padre e insieme fischiettò una musica sui bambini di Schumann, un quadro infantile elaborato dal pianista e compositore in vista di un riconciliato amore futuro. Chissà perché. Fuori stava salendo la luna. Immaginò la luce che si rifletteva sull’acqua, e le gondole vuote che passavano in silenzio. Lei aveva già passato una notte intera con Flavio e la cosa non le dispiaceva, ma le era difficile pensare ad un futuro e gioire del cuore provvisorio della vita. Da quando era morta la madre, forse non avrebbe dovuto mettere il padre al centro di tutto. Già, proprio così: si era inchiodata a pesanti catene. L’amore filiale, in sostanza, aveva obnubilato la realtà, al punto da non sentirsi mai in armonia con nessuno che non fosse il padre

Ora, rotto il sonno, guardava il corpo del suo giovane amante addormentato, steso sul letto – alla sua destra –  con la testa reclinata sul lato sinistro del cuscino e la bocca semiaperta, contratta in una smorfia leggermente ghignante.  «Chissà» pensò Albaspina «se anche nel suo sogno è sbocciato un fiore che non trema e si oppone all’avverso dei venti e dei tempi». Al colmo di una crisi completa, si immaginava – turbata da una postuma scena onirica – di andare per campi d’erba morta, sotto filari di alberi spogli. Il sonno del compagno, come era successo altre volte, era sì composto e dolce, ma anche anonimo e remoto; la nudità del suo corpo non lasciava intravedere che una forma maschile. Restava in ombra, ignorata, ogni tara trasmessa dalla vita alla sua anima, ogni ereditato pregio. Flavio era lì, eppure non riusciva a pensare di vederlo, né di poterlo toccare. «Dov’è?» si disse. Le sembrava di stare di fronte a un’isola, a un muto lembo di terra, arido e desolato, mentre tutto intorno era stranamente mobile, fremeva come agitato da un flutto scatenato.

Quel giorno aveva creduto che cambiare aria le avrebbe fatto bene.

Invece: la città, dove un leone di porpora ha le ali sopra ogni vela, ed il libro; la città, nei caffè e nei bar stipati di tavoli, fra l’andirivieni dei camerieri e l’urto di un bicchiere caduto per terra; la città, ancora straripante del molle e turbinoso via vai della folla, le aveva lasciato un po’ d’amaro in bocca e adesso, affacciata alla finestra della pensione, le appariva immersa in una luce sinistra, come se fosse una residenza brutalmente occupata. Forse c’era qualche eccezione, ma in generale le sale museali, le piazze e le pinacoteche erano frequentate da turisti facilmente stanchi e in anticipo disposti a stupirsi. In particolare, l’avevano colpita quelli giapponesi, perché fotografavano le opere d’arte e non le guardavano. Cosa che facevano anche non pochi altri visitatori, del resto.

Eh sì, girovagando per i vicoli e le calli Albaspina aveva visto turisti di tutte le nazionalità animati e sostenuti più dal desiderio di depredare, che dall’interesse di sperimentare in luogo i riconosciuti piaceri della conoscenza. Per un istante, mentre sentiva una morsa di compassione stringerle lo stomaco, ebbe di nuovo una visione – l’abitato lagunare invaso e sommerso completamente dall’acqua. La cognizione più spiacevole, dura quanto le tenebre di un sogno crudele, derivava dal constatare che non c’era rimorso, né altro sentimento umano partecipe del destino a cui la città andava incontro senza scampo. Aveva voglia di piangere e anche di commettere un’idiozia tanto per fare qualcosa. Invece si trattenne, accendendosi una sigaretta. Nella camera accanto c’erano dei tizi che bevevano birra, ridevano e facevano casino. Per un istante li invidiò, anche se non provava affinità con loro. Viceversa, si sentiva vicina ai piccoli mostri della città, agli animali da incubo che adornavano un’entrata o sbucavano fuori da una parete senza scopo apparente. Anche se non avrebbe saputo dire perché, era stata proprio la visione di quelle creature mostruose a catturarla e a farle sembrare meraviglioso l’abitato lagunare (ne aveva contate, per inciso, almeno più di mille).

Ora Flavio la guardava, chiamato come da una voce lontana a destarsi dal sonno. Conservava il silenzio, senza intenderlo in pieno, timoroso di disturbare Albaspina, di distoglierla dal suo pensoso raccoglimento. Il corpo di lei emanava una strana luce, che si irradiava per tutta la stanza in lame luminose somiglianti a triangolari frammenti di specchio imbiancati dalla luna. Portò una mano sugli occhi ancora addormentati, deboli per sopportare il chiarore sceso sulla creatura vicina come una manifestazione inattesa della presenza di Dio. Quasi una delle scene più riuscite di Michelangelo Merisi, dove la tela è spezzata all’improvviso da un lampo che la illumina a giorno.

Quel corpo che l’incantava tra i rari sogni della vita, quante volte aveva desiderato possederlo per una notte intera. Ma ora la vista non riusciva a compiere una presa sull’oggetto. Albaspina stava dinanzi a lui in una superba forma innamorata di sé stessa, analoga al flutto che precede la prua delle imbarcazioni di poco, di una spanna, e tuttavia sempre irraggiungibile. Solo ora, teso e spaesato, avvertiva d’essere sveglio, clandestino spettatore di quella luce, lasciato lì ad avvolgersi nella coperta di un letto straniero, inerte, con la paura che lei non si degnasse di stargli accanto.

Il corpo di Albaspina, che lui credeva di conoscere meglio di chiunque altro, si era trasformato in un miraggio. I rotondi occhi scuri si chiusero un istante, come offesi dall’essersi imbattuti in una porta vietata, impenetrabile al di là dello spazio segreto pronunciato dal rifiuto. Non sarebbe più stato in grado di dormire, così li riaprì e, passandosi la lingua sulle labbra, li fissò su di lei. Voleva parlare, ma il suo tacere gli chiudeva la bocca. Non solo: induceva Flavio a farsi domande. Cosa sapeva veramente di questa donna? E lei di lui? Cosa le era piaciuto di Venezia, chi aveva frequentato prima? Che idee si era fatta sugli uomini?

Alla fine, come se parlasse a sé stesso, mormorò:

«A che pensi, Albaspina?»

«Non penso a nulla», rispose lei in modo calmo e dolce, senza mostrarsi sorpresa di udirlo.

«Dici sul serio? Ho l’impressione di doverti pregare…»

«Non ho nulla da dire», lo interruppe Albaspina. «Non penso a nulla».

Alla sua risposta erano seguiti alcuni istanti di silenzio. La camera era fredda e piena di spifferi. Era una notte di tardo autunno.

«Non ci credo», ribatté lui un po’ nervosamente.

«È vero. Credimi».

«Ve bene. Sei davvero qui?»

«Te lo assicuro: non sono da un’altra parte».

«Neanche con me».

«Ti sbagli».

«Mi sbaglio?» ripeté Flavio, deglutendo. «Pensi a tuo padre più che a me».

Lei emise un colpo di tosse, come un punto fermo.

«A te veramente ci tengo», disse, secca. «Però non posso lasciarlo adesso».

«Allora quando?»

«Non lo so. Ha bisogno di me».

«Non più di quanto ne abbia bisogno io».

«Ti sbagli. Da quando è morta mia madre, non è più stabile e non so cosa farebbe senza di me».

Flavio la prese per il collo e la baciò.

«Scusa», mormorò. «Non volevo tirare fuori l’argomento».

Il dialogo non andò più in là.

Dopo avere assunto di nuovo una posizione orizzontale, Flavio invitò Albaspina a prendere posto accanto a lui. Lei lo assecondò, fissandolo con uno sguardo che avrebbe tagliato una pietra. I suoi occhi erano bianchi e trasparenti, come cristalli di rocca: non emanavano luce, ma delineavano e stagliavano. Nell’oscurità Flavio sentiva il corpo sfregiarsi sotto i colpi di fredde rasoiate. Provava piacere per queste ferite provocate dalle occhiate di lei: un piacere insolito, che mai avrebbe immaginato.

Albaspina, una volta coricata, chiuse le palpebre e si addormentò, avvolta dai lacci del sonno. Flavio ne ascoltava i respiri, ammirandola per quell’essere forte dentro la tempesta che scorgeva in lei. Accese una sigaretta, uscito come d’incanto da certi luoghi dove la paura e le tenebre hanno dimora.

Quella giornata, prima di occupare la camera, avevano visitato la Scuola Grande di San Rocco, estraniandosi per due ore dalla calca che ingorgava le calli e i ponti sospesi sui canali. Poi erano stati all’isola di Torcello, quasi un’oasi di pace, dove per molti anni aveva vissuto Ernest Hemingway. Lì, avevano scoperto che la famosa casa rossa,descritta dallo scrittore americano, era in realtà una locanda inaccessibile alle loro tasche. Peccato. Avevano visitato la Chiesa di Santa Fosca e poi ripreso il vaporetto, percorrendo il breve tratto di mare che separava l’isola da Lio Piccolo e Lio Maggiore. Qui, c’era un silenzio anche più grande e avvolgente, gli unici rumori erano il fruscio delle foglie e il fischiare del garbino. Tutto sommato era stata una giornata piacevole, molta parte della quale l’avevano trascorsa quasi senza dire una parola, mano nella mano e impercepibili alla città vorace.

Sì, pensava anche a questo, Flavio, mentre fumava. Poi, aveva chiuso gli occhi e la sigaretta gli era scivolata di mano, atterrando sul piccolo tappeto steso accanto al letto. Fuori, intanto, il traffico dei turisti sibilava inavvertito.

Durò fino a sera la processione della gente sotto la loro finestra. Per caso non s’era bruciato l’intero albergo, con le altre persone ospitate. Dei corpi di Albaspina e Flavio non restò che carne abbrustolita, da cui in qualche punto appariva il profilo deformato di un osso.


Renzo Favaron è nato nel 1958, vive e lavora a San Bonifacio (Vr). Nel 1991 pubblica in dialetto veneto Presenze e conparse, con una prefazione di Attilio Lolini.  Del 2001 è il romanzo breve Dai molti vuoti. Nel 2003 pubblica Testamento, un’altra raccolta di poesie in dialetto, nel 2006 Di un tramonto a occidente e nel 2007 Al limite del paese fertile (postfazione di Alberto Bertoni). Il racconto La spalla è del 2005. Del 2009 è In cualche preghiera (postafazione di Giancarlo Consonni). Segue nel 2011 Un de tri tri de un (nota introduttiva di Giovanni Tesio). Del 2012 è Ieri cofa ancuò (nostos par passadoman) e, nel 2014, è il racconto breve Esordi invernali. Segue Balada incivie, tartufi e arlechini, Diario de mi e de la me luna, Piccolo canzoniere più bugiardo che vero e il racconto lungo Né ago né filo. Collabora con lit-blog che si occupano di poesia e narrativa.

Redazione

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