La stanza bianca

Attorno a me è tutto buio.
Parrebbe ancora notte se non fosse per lo spiraglio di luce lasciato dalla fessura della porta.
Sottile, tagliente.
Mi divincolo da quel tuo braccio sudato che mi stringeva, tenendomi stesa in quel letto di merda.
Finalmente posso respirare, non sentire più quel tuo odore pesante di alcol, erba e caffè.

L’aria non basta. Mi sento soffocare. Devo uscire da questo posto.
Mi siedo sul letto, le lenzuola macchiate di rosso.
Le pareti della stanza di un bianco angosciante.
La testa mi gira. Le gambe mi tremano. Fiamme fioche di due candele. Esili, incerte. Che verranno soffocate dal primo soffio di vento.
Mi trascino fino al bagno, mi appoggio al muro.
Il corpo, invaso da mille formiche, cade dolcemente al suolo.
Un armadio capovolto. Bianco. Spettrale. Le sue gambe di ferro, all’aria, poggiano su uno strano pavimento di travi verticali. Dei fiori appesi per i gambi, i petali fluttuanti nel vuoto.
Le gambe piene di sangue.
Chiudo gli occhi.
Non è successo niente.
Mi lavo alla cieca, il sangue mi fa rabbrividire.
Mi infilo il vestito che indossavo ieri, che ritrovo tutto stropicciato, a fianco del lavandino.
Guardo il riflesso della ragazza nello specchio.
Non la riconosco. Non sono io.
Solo due occhi grandi, spaventati.
Patetica.
Mi trucco.
L’eyeliner nero, la matita scura, sia sotto che sopra. Tanto mascara.
Poi, mi avvicino alla porta, facendo il più piano possibile, con il passo furtivo di un ladro.
Cigola stridendo in maniera insopportabilmente acuta.
Salgo le scale di marmo che ci sono nel giardino.

Il sole, i cocktail ghiacciati, le risate di ieri non ci sono più.
Perché ora sento solo freddo?
Le risate svanite, i fiori recisi.

Vedo il gruppo dei deficienti dei miei compagni di classe davanti alla piscina. Barcollano, ancora ubriachi. Parlano forte.
Due tre di loro mi si avvicinano.
C’è un mio compagno che mi stringe la mano, un’altra che mi guarda con fare malizioso.
‘Allora? Avete scopato?’ dice lei.
Io alzo gli occhi al cielo. ‘Fatti i cazzi tuoi.’
Manco avessimo dodici anni. Ne abbiamo diciassette.
Le orecchie mi fischiano.
Dentro mi sento piena di tagli.
Esagerata.
Ricaccio indietro le lacrime che stavano per scendere, paurosamente.
Scanso i deficienti e mi avvicino a Maria, la mia migliore amica.
Se ne sta in disparte, i capelli scuri le scendono lisci lungo la schiena. In una mano una sigaretta, che fuma nervosamente, nell’altra il telefono. Si sta facendo un selfie.
‘Allora, come è andata?’ mi chiede lei, distrattamente.
A lei dico che è stato bello, probabilmente la notte più bella della mia vita.

È quello che mi hai detto tu.
Ma in realtà io questo non lo so. Di ieri notte non mi ricordo nulla.

Maria aspira rumorosamente dalla sigaretta.
Mi fa quasi tenerezza. Nel suo cercare di atteggiarsi a chi non è.
‘Mah si, te l’avevo detto che alla fine la storia che la prima volta è importante è una stronzata.’
I miei occhi si perdono a scrutare il vuoto.
‘Sì, proprio una stronzata’.

Una mano fredda sulla spalla. Sobbalzo.
È Luca, il padrone di casa. ‘Sofia, lo sai che ore sono? Le tre e mezza di pomeriggio.’
Strabuzzo gli occhi.

I miei ultimi ricordi erano del sole che tramontava.
Di te che mi accarezzavi i capelli. Che mi dicevi che ero bellissima.
Poi il nulla.

‘Tra un’ora arriveranno i miei.’ Con la testa fa un cenno alla stanza sotto le scale. ‘Vai a svegliarlo, vi stavamo aspettando tutti.’
Il mio viso si contrae involontariamente in una smorfia.
Ma obbedisco. Come un cagnolino.
Remissiva. Piatta. Stupida. Senza carattere.
Riscendo le scale, come un automa.

Mi fermo davanti alla porta.
Di nuovo quella sensazione.
L’angoscia che cresce. Il buio che entra dentro di me.

Apro la porta.
Il letto non c’è più. È diventato un divano. Verde.
Illuminato da una luce astrale, fredda.
Angosciante.
La stanza è più pulita di un ospedale. Di un bianco che abbaglia.
Tu appari dal bagno. Hai lo zaino in mano, stai infilando qualcosa dentro.
Sono le lenzuola. Macchiate di sangue.
Mi guardi con un sorrisetto, ‘Non dirlo a Luca, eh?’
Ti avvicini, mi baci sulla guancia.
Perché non mi baci più in bocca?
Meglio così.

‘Lo sai, di ieri sera non mi ricordo niente’, ti dico.
Hai quello sguardo che mi è sempre piaciuto. Malizioso, arrogante. Perché non mi fa più nessun effetto?
Perché ogni volta che ti guardo mi sento soffocare, come se mi premessi la testa nel fango?
‘Bah, ieri sera non sembrava sai.’
I tuoi occhi, d’un tratto, vuoti, opachi, assenti.
Abbasso lo sguardo.
Bugiarda.

Non è vero che non mi ricordo niente.
Forse voglio solo farmelo credere.
Forse è solo troppo complicato da spiegare.

Mi ricordo di me seduta in braccio a te.
Mi ricordo che ridevo come una gallina.
Mi ricordo che continuavamo a baciarci. E che il branco di idioti dei nostri compagni avevano scommesso uno shottino per ogni limone.
Se mi fossi vista dall’esterno mi sarei data della puttana.
Come mi dicono a scuola. Come forse sono sul serio.
Mi ricordo che bevevo. Bevevo tanto.
Mi ricordo anche che dopo un po’ tu mi avevi dato un bicchiere.
Avevi guardato in modo strano Maria. Lei ridacchiava, complice.
Perché l’avevi guardata così?
Cosa c’era in quel bicchiere?

Al di fuori della finestra, i rami neri degli alberi sono scheletrici.
Lunghi artigli che graffiano a sangue il cielo. Tentacoli scuri, putridi, viscidi.
Ogni cosa che toccano si infetta di nero.
E ora tutto è buio.
Loro si protraggono, vogliosi, verso l’alto, afferrano le stelle, le strozzano asfissiandole. E sbavando le sbattono al suolo.
Fracassandole. Frantumandole in migliaia di schegge di vetro.
Che dal suolo schizzano ovunque, violentemente.
Mi trafiggono dentro, lacerandomi, squartandomi in due.

Mi gira la testa, chiudo gli occhi.

Sono sdraiata su un divano verde, al buio.
Dentro di me iniziano a turbinare delle immagini, traballanti, ovattate dall’alcol.
Dei suoni, confusi nella musica da discoteca che risuona tutt’attorno.
Il cigolio delle molle di un divano.

Dei colpi insistenti. Secchi. Violenti.
Dei singhiozzi strazianti.
C’è una frase che si ripete di continuo. Esce inconsciamente dalla mia bocca.
‘Basta. Non ce la faccio più…’
Ma si dissolve nel buio della stanza.
Perché di lei, non importa a nessuno.
Guardo il soffitto tramutarsi in un cielo di assi di legno.
E la mia testa librarsi nell’aria, picchiando su di esso, tentando con colpi violenti l’evasione.
Per fuggire da quest’angoscia che mi sta inghiottendo sempre di più.
Nella sua lunga gola scura.
Alla fine, uno spiraglio lo trovo.
E con lui, una distesa senza fine di nuvole rosa, soffici.
E io ci galleggio sopra, come un morto tra le onde del mare.         
Il fruscio impercettibile delle mie ciglia che si chiudono. Il buio che esce dai miei occhi.
‘Sofia? Oh? Sei sveglia?’ sento che chiedi, insistentemente.
Il suono di uno schiaffo.
‘Apri gli occhi!’
La mia testa precipita a terra.
Rotola, rovina al suolo, sprofonda nel baratro.
‘Apri gli occhi!’
Le mie palpebre dei macigni.
La tua voce un eco lontano.
Sento che sei preoccupato.
Gli occhi non li voglio aprire.
Forse se le ciglia rimarranno sempre incollate tra di loro, se il buio non entrerà di nuovo dentro di me, rimarrà tutto solo un incubo lontano.

Ma non è un sogno.
Il dolore martellante che proviene tra le mie cosce me lo ricorda. I tagli pulsano, il sangue scende.
Tu mi guardi, stranito. Mi dai un buffetto sulla guancia ed esci dalla porta. Lo zaino sulle spalle.

Io mi volto a guardare la stanza.
Di un bianco abbagliante.
E quel divano di un verde così banale.
Quei singhiozzi strazianti che rimarranno per sempre incisi sulle pareti.
Quelle mani che cercavano disperatamente di bloccarli. Come a strapparmi via le labbra.
Come a strapparmi via il dolore.
Chiudo la porta.
Sento il mondo che mi si sgretola sotto i piedi.
Come quando si cammina sul bagnasciuga di una spiaggia.
E il suolo non ci regge.
E si continua a sprofondare.
Sempre più giù.
Ma sì alla fine non è successo niente.
Ti seguo per le scale.


Sara Cristofori è nata il 27 settembre del 1999. Dopo essersi diplomata al liceo classico, ora sta frequentando il corso di studi in scienza della formazione primaria, insieme ad un’accademia di specializzazione in pedagogia steineriana. La scrittura e la lettura hanno sempre fatto parte di lei, fin da bambina. Ha scritto un libro a 11 anni che parlava della misteriosa scomparsa del suo angelo custode. Ha frequentato alcuni corsi online di scrittura creativa della scuola Holden.’

Redazione

Un pensiero su “La stanza bianca

  1. Che bella questa scrittura cosi’ asciutta e cosi’ ricca allo stesso tempo. Ogni riga un’mmagine e uno stato d’animo che speri fino alla fine non ti portino dove invece stai andando.

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