La guerra dei cent’anni (Io e Lei)

Tutto ha inizio il giovedì sera con la solita frase: «Domani c’è da fare la spesa. Alzati presto altrimenti vado da sola.»

Frase ambigua, perché sono cent’anni che ci andiamo insieme, ma è sempre meglio che sentire: «Domani andiamo al mercato?» detta il sabato sera, magari prima di un calcio di rigore nell’anticipo di serie A e ben sapendo che il posteggio dalle dieci in poi si trova soltanto in un’altra provincia e che mi sono sempre rifiutato di raggiungerla poi in treno.

Torniamo al supermarket.

Un tempo caricavamo nel carrello una quantità industriale di buste col logo di tutti i market della regione e non di quello visitato quel giorno, e soltanto dopo mesi avevo capito perché, vedendoci, i direttori arricciavano il naso e tiravano via.

Tiravano via come fa sempre Carla, che da qui in avanti per brevità citerò soltanto come Lei, la mia Regina, che mentre ancora cerco il posteggio viene inghiottita da quel mostro famelico fatto di zucchine, peperoni, patate e frutta. Sì, la sua prima tappa sono le verdure che io, appena l’ho rintracciata, ho l’incarico di pesare. Ho anche altri due compiti di fiducia da assolvere: spingere il carrello a ogni suo comando e controllare la sua borsetta adagiata dentro.

«Andiamo.»

La pesatura si svolge in diverse fasi, la prima, porgendomi il sacchetto: «Numero diciassette.»

Con la mascherina e Lei che ha l’abitudine di parlare a voce bassa col viso a nord se io guardo a sud, capisco soltanto sette. Al terzo tentativo, mentre finalmente m’involo verso la bilancia, sento ben distinto il suo commento: «Stai diventando proprio sordo!»

Il che in parte è anche vero e fingo di non vedere gli sguardi divertiti dei cinque clienti in fila alla bilancia. Al mio ritorno, puntuale come il ragazzo tunisino che pretende sempre di aiutarmi a caricare in macchina le buste della spesa, Lei fa la solita domanda: «Hai pesato?» quasi che io mi fossi allontanato per giocare con le targhette adesive.

Passiamo ai formaggi e anche qui una lunga sosta con diversi palpeggiamenti dei vari incarti e controllo delle scadenze.

«Ti prendo lo stracchino?»

Ne sono ghiotto e Lei lo sa bene, il suo è un pensiero gentile.

«Sì» rispondo.

Lei, però, dopo un ulteriore palpeggiamento che potrebbe far sorgere pensieri lascivi ai maschietti in zona, smorza sul nascere sia i loro pensieri che il mio assenso.

«No, troppo molle, non dev’essere fresco!» Amen.

Mi distraggo un attimo e Lei scompare di nuovo, così faccio per due volte le diciotto corsie, che diventano trentasei, quasi un rettilineo del Nürburgring, cominciando a sperare… volevo dire a temere un rapimento ma poi ricorro al cellulare. Da notare che sono uno degli abbonati “golden” di Tim per euro spesi in telefonate inutili fatte a Lei che, al ventesimo squillo, mi risponde con un «Che vuoi?» piuttosto seccato.

«Dove sei finita?» oso chiedere e la risposta mi manda in fibrillazione.

«Alle verdure, avevo dimenticato le carote.»

Inutile chiarire che la nota della spesa, scritta con cura nei giorni precedenti, se non è rimasta attaccata al frigo con la calamita “Ricordo di Polignano”, sta riposando nel portafogli all’interno della borsetta a spasso con me tra le corsie. Rimango fermo sul posto per essere rintracciato e Lei ritorna con, nell’ordine, asparagi, melanzane e una cassetta di mele, ma non le carote.

«Non bisogna più venire quando ci sono le offerte, non c’è quasi nulla di buono.» Lo mormora con fare distratto mentre segue il mio sguardo che vaga da lei al carrello dove già riposano derrate alimentari per svariati euro. Finge di non notare il mio sconcerto e aggiunge qualcosa che mi taglia in bocca qualsiasi commento. «Gli asparagi però erano belli e poi a te piacciono tanto.» Con poche parole ha attribuito ai miei gusti il costo di tutta la spesa

Riunita felicemente la coppia, si passa al reparto frigoriferi, col verso di apertura degli sportelli per lei tutto da scoprire perché, anche se noi non c’eravamo, è da destra a sinistra dal giorno dell’inaugurazione. Iniziata l’attenta lettura delle scadenze di mozzarelle e affettati vari di mortadella e prosciutti, per ingannare l’attesa decido di leggere qualche post sul cellulare ma Lei ha già finito di decidere e ci muoviamo verso le corsie “per le gatte”, come le chiamiamo noi in questi momenti felici e di shopping spensierato.

So già come andrà a finire e medito il suicidio picchiandomi in testa con un branzino surgelato.

Prima di arrivare alle gatte, che di tutta la Via dolens rappresenta una tappa importante, è d’obbligo la sosta al latte, quello fresco della Centrale di Roma, ordinato con un perentorio: «Controlla la scadenza» che mi riguarda perché lo bevo io soltanto, mentre Lei preferisce quello a lunga scadenza posizionato sempre nell’ultimo scaffale in alto. Qui occorrono due parole di spiegazione.

Mamma mi ha fatto così così (ero l’ultimo della nidiata e deve avermi realizzato con gli avanzi, come si fa con la lana per farne presine da cucina), non proprio brutto, forse intelligente e simpatico chiacchierone, ma anche piuttosto basso. Tanto che, alla lontana visita militare quando esclamai: «Accidenti per tre centimetri non posso fare l’ufficiale» il tenente medico rispose: «Guarda che per un centimetro a momenti non facevi neppure il soldato!» Lei, invece, è ancora una bella donna, di sicuro intelligente avendomi sposato e sopportato da cinquantacinque anni, piuttosto taciturna ma neppure lei alta. Ecco spiegato perché, arrivati al suo latte, parte la ricerca di un cliente alto che impedisca a noi di ascendere in cordata all’ultimo piano dove sono posteggiate a decine le ambite bottiglie. A me non è mai importato niente di essere basso, ma comincia a venirmi il nervoso quando Lei si rivolge a un nanetto più alto di me di soli tre centimetri, magari ex ufficiale del Lancieri di Montebello, chiedendogli la cortesia di un aiuto.

Caricate le bottiglie, mentre dirige verso i pelati, Lei ha una folgorazione: la pasta, piatto principale della mia dieta. Qui mi allontano perché non reggo all’idea di dover imbarcare cinque o sei confezioni delle qualità che non amo, come i fusilli che spuntano sempre sul mio piatto perché: «Bisogna mangiarli, altrimenti che devo fare, buttarli via?» quando sarebbe bastato non comprarli affatto. La lascio a decidere quali pelati comprare se non troverà quelli soliti e mi diverto a sistemare le confezioni, mettendole con la targhetta avanti come soldatini in rivista. Lo faccio per distrarmi, così come raccolgo qualche confezione di biscotti finita in terra, attirandomi lo sguardo tra il meravigliato e il perplesso di molti, tra loro forse qualche analista in cerca di pazienti difficili. Affidando a Lei il carrello, ormai pesante come un tir carico di tronchi, mi allontano verso il reparto profumeria per i due soliti pacchetti di rasoi usa e getta. Faccio un salto anche alla corsia dolciumi e oso afferrare qualche busta di caramelle dure e senza zucchero, poi mi affretto alla corsia dell’appuntamento.

Quella delle gatte è una vexata quaestio che non risolverò mai. Negli anni abbiamo goduto della compagnia di molti animali. Due splendidi cani salvati da cuccioli e per diciotto anni compagni fedeli, nove o dieci gatte, alcune nate in casa, altre introdottesi in giardino avendo avuto notizia della nostra generosità, soprattutto di Lei che le tratta con molta cura. Ho provato a convincerla a dare loro due euro al giorno, in modo che possano andare dove vogliono e magari permettersi due pizze e due birre. Niente da fare, così Lei continua a scegliere. Gatte giovani e gatte anziane, gatte sterilizzate, e gatti “operati” – un modo gentile per dire che al povero Tommy gli hanno tagliato le palle – ognuna avrà il piatto preferito e se azzardo una proposta viene rifiutata: «Quella non la mangiano». In casa, però, ritrovo quelle scatolette già rifiutate e che non avanzano mai. Forse devo stare attento quando prepara il sugo soltanto per me…

Caricato il carrello al limite dell’omologazione di un tir ci avviamo alle casse.

Qualcuno penserà che manca poco alla fine ma non è vero. Devo ancora parlare della cassa veloce per clienti abituali, della seconda scomparsa di Lei e del carrello di emergenza.

In uno dei tre market che ho la sventura di frequentare è in atto un sistema moderno di pagamento. Prima di cestinarli, i prodotti acquistati si testano con un lettore ottico dato in dotazione, all’ingresso, ai possessori della classica tessera punti, quella che ogni anno ci vede alle prese con il calcolo sulla convenienza di aggiungere cento euro a ventimila punti per possedere qualcosa di cui non abbiamo bisogno e che, sul mercato libero, costa cinquanta euro. Col sistema del lettore ottico si ha sempre il controllo di quanto speso e si evitano le lunghe code alle casse con carico e scarico di mozzarelle, carta igienica, scatole per amici pelosi e gli altri milleduecento prodotti acquistati ogni settimana da una normale coppia di anziani pensionati. Letta la carta, con voce stentorea un aggeggio parlante spara la cifra che preleverà dai nostri magri risparmi, non leggerà il pallore che compare sul nostro viso e non sentirà la frase che Lei sussurrerà tra i denti: «Questa volta ci abbiamo dato dentro eh?» mentre cerca di scovare i miei rasoi usa e getta nell’osceno mucchio di zucchine, scatole di dadini Purina, stracchini di un certo nonno Nanni e tanti rotoloni di carta da avvolgerci il Quirinale con dentro tutti i corazzieri compresi i cavalli. La voce chiede come intendiamo pagare il debito, pari alla rata di un mutuo per Villa Certosa a Porto Cervo, se in contanti o con carta, ma qui avviene l’imponderabile che richiede un passo indietro, a quando ci fu il giallo delle cipolle, oggetto anche di una puntata di Porta a Porta, ma senza plastico.

Tutto avvenne in un tempo lontano, quando la macchina infernale individuò nel mucchio osceno una retina di cipolle rosse di Tropea, introdotta per errore nel carrello oppure saltataci dentro da sola, e con gioia, alla vista dell’intero supermarket che avevamo riunito. Ho sempre sospettato che a farlo sia stato uno di quei ragazzini terribili, scampati alla furia di Erode buonanima, e che per idiozia o dabbenaggine avesse sbagliato carrello. Comunque la macchina bloccò ogni nostro azzardato movimento finanziario chiedendo a gran voce l’intervento di “un addetto al controllo”. Intorno a noi altri clienti, alcuni con gocce di sudore che denotavano paura, altri con sorrisetti di sufficienza che volevano significare: “Finalmente vi hanno beccati eh?”, altri ancora con ammiccamenti compassionevoli e frasette come “Poveri vecchietti, eppure sembravano così per bene!”.

Il risultato? Quasi niente se non si vuole considerare l’intero svuotamento del carrello, il passaggio di ogni acquisto alla cassa e la scoperta delle cipolle, esempio ai posteri di furto senza destrezza.

Lei e io avremmo anche superato questa vergogna se però, da quel giorno e per diverse volte, al nostro arrivo la macchina non avesse chiamato sempre a gran voce “l’addetto al controllo” così da riunire gruppi di scommettitori, con tanto di bookmaker al seguito, che commentavano.

«A quanto li danno oggi i vecchietti?»

«Il montepremi oggi è salito perché sabato scorso non si sono visti»

 «Io credevo che il piccoletto sarebbe schiattato, hai visto com’è diventato rosso?»

Confesso che quel quarto d’ora di celebrità mi diede più soddisfazione di quando mi proposero la pubblicazione di un romanzo, avvenuta dopo quasi un quarto di secolo. Tutto ebbe fine quando capimmo che ormai, grazie alla carta, eravamo iscritti in un libro nero e a nulla sarebbe mai servito che dopo la retina delle cipolle, mai, e ripeto mai, fosse stata trovata neppure una caramella non passata al setaccio. Fu così che tornammo alla vecchia, cara cassa con fila chilometrica, dove spesso mi capita di vivere un altro evento drammatico.

La nuova scomparsa di Lei.

Dopo notti insonni trascorse a cercare una via d’uscita, ho trovato la soluzione a un altro dei miei problemi al supermarket legati a una sua pessima abitudine.

Arrivati nei pressi delle casse, con lo sguardo penetrante di Superman, Lei comincia a scrutare i carrelli altrui valutando la quantità e qualità delle merci che contengono. Una confezione di birre ha meno valenza di otto bustine di prosciutto da passare una per una, venti scatolette per gatti (sempre loro!) invece, comportano un dispendio di tempo superiore a un’anguria da centotrentasei chili, sufficiente a un reggimento di truppe cammellate, e così via. Il suo sguardo valuta, soppesa ed ecco la decisione. Senza neppure un accenno di frustata mi dice: «Fermati qui» ma subito dopo, mentre io penso che l’elaboratore cinese Tianhe-2, il più potente del mondo, al suo confronto sia un pallottoliere, Lei cambia idea e: «No, vai là, perché qui c’è un uomo e loro sono più lenti delle cassiere.»

Seguito dallo sguardo riconoscente dei pochi coraggiosi che si erano posizionati dietro di me, mi avvio lentamente verso la meta agognata spingendo a fatica il più scassato dei carrelli che c’erano a disposizione al nostro arrivo. Guardo con tristezza le tre ruote bloccate verso destra da peli e targhette adesive raccattate qua e là e fisso con riconoscenza la quarta che punta in avanti e sembra dirmi, con entusiasmo marinaresco, perché vivo in un posto di mare: «Alla via così!»

Sono quasi arrivato ma Lei dice qualcosa che mi toglie ogni residua speranza di un suo ravvedimento: «Fermati in fila, ho dimenticato una cosa, torno subito…» e mentre la sua voce si perde negli avvisi «Francesca cassa quindici, Francesca cassa quindici» io cerco disperatamente un corpo contundente per accoglierla al suo arrivo. Non parlo di quella Francesca attesa alla cassa quindici, parlo di Lei.

Mi ravvedo, comincio a guardarmi indietro e quando pian piano arriva il mio turno, con sforzo immane e, sfruttando le tre ruote che volgono tutte a est, mi faccio di lato, cedendo il passo al cliente successivo che accenna un grazie con la testa e comincia a muovere le labbra senza emettere suoni. Capisco che sta ricordandomi nelle sue preghiere.

Passano in due, e Lei non ritorna, ne passa un altro e di Lei ancora niente ma appena ho ceduto il posto a una signora che ha sul carrello il doppio delle merci che ho sul mio, ecco che arriva Lei, sorridente come avesse trovato un quadrifoglio in un campo di amate zucchine. Tra le sue braccia vedo “la cosa” che aveva dimenticato. Nell’ordine: tre barattoli di pelati, uno di sottaceti, un tubetto di maionese, due tegamini in offerta, che aggiunti ai diciotto che abbiamo in casa fanno cifra tonda ed è una bella soddisfazione, un rotolone di carta per ogni impiego e una confezione di carta igienica uso caserma di allievi paracadutisti.

Non sto qui a descrivere il viso soddisfatto della signora appena passata avanti ma le sue parole mi feriscono un po’, perché sembrano una presa in giro: «Mi dispiace… se vuole le cedo il suo posto.» Rifiuto perché non è lei che vorrei uccidere ma l’altra, Lei, quella che mi guarda un po’ seccata per la mia generosità, ma ci rinuncio.

Avevo accennato alla soluzione escogitata per evitare la scomparsa di Lei, per prendere “una cosa” mentre io sto già in fila, e mantengo la promessa.

Un carrello sufficiente a sfamare e accudire l’intera spedizione di Napoleone in Russia, già in partenza richiederebbe circa venti minuti di sosta alla cassa – senza contare l’eventuale massa di mandarini, arance et similia fuoriuscita da sacchetti chiusi male con conseguenti rimbalzi di responsabilità sul colpevole di tale grave negligenza – ma quando a sistemare le merci nel carrello ormai vuoto c’è Lei le cose si complicano e allungano la fila degli altri clienti, l’ultimo dei quali praticamente è fuori del supermarket intento a difendersi da torme di immigrati con figli malati e da curare, venditori di calze da tennis, accendini a gas e calcolatrici solari che ormai, se fosse ancora in vita, non userebbe più neppure il leggendario “mezza piotta” (50 vecchie lire) del quartiere romano Portuense.

Lei, imperterrita, seguiterebbe a depositare con metodo: fagiolini accanto a melanzane, zucchine e cipolle, formaggi tra buste di prosciutto prima cotto e poi crudo, succhi di frutta accanto a merendine e tortini e così via fino al trionfo di rotoloni e carta igienica in cima all’osceno mucchio. In bella evidenza, così che sovente ho visto molta gente intenta a fissare il didietro, mio e suo, per indovinare chi dei due indossasse un pannolone usa e getta per anziani incontinenti.

È stato così che ho escogitato l’idea che regalo all’umanità maschile.

Arrivato nei pressi delle casse, prima che Lei dica il fatidico “ho dimenticato una cosa” io le lascio il carrello e vado a prenderne un altro, che ho cura di cercare tra quelli più veloci della Ferrari SF 1000, e l’aspetto oltre la linea di demarcazione della cassa. Così ottengo risultati molteplici. Lei si rende conto del peso del carrello e se scompare alla mia vista nulla quaestio mentre io posso partecipare alle alzate di sopraccigli di quelli in fila quasi fossi un estraneo come loro. Infine, gioia per tutti, afferro con velocità insospettabile per i miei anni tutti i prodotti acquistati gettandoli alla rinfusa nella mia vuota Ferrari SF70H, incurante del monito di Lei, pur affranta per essere stata sostituita al comando: «Attento alle uova» anche se, nelle oltre 5000 visite fatte ai supermarket da quando siamo sposati, mai un solo uovo è arrivato a casa rotto.

Usciamo, finalmente e col sollievo di ogni essere vivente nel raggio di 20 km ci avviamo alla macchina senza che io risponda alla domanda che Lei mi fa una volta sì e una volta sì: «Dove hai posteggiato?» perché non può saperlo avendola fatta scendere al nostro arrivo, circa tre ore prima, anche per evitare il suo: «Lì c’era posto e tu non l’hai visto» oppure «Guarda che quello va via, fermati» incurante delle 500 macchine in fila dietro di noi.

Evitati con abili finte e contromosse venditori ambulanti e signore che pretendono di avere gli unici due carrelli in zona offrendo l’euro e ignorando che noi abbiamo in dotazione semplici gettoni di plastica, Lei sei o sette, io uno soltanto che devo difendere dalle sue brame di conquista, arriviamo alla macchina e qui Lei dà prova della precisione che possiede. Io passo le buste per surgelati e quelle in plastica pesante con i loghi italiani ed esteri da collezione (ambìto quello del Sud Vietnam prima della riunificazione) e Lei dispone con cura ogni prodotto che poi, giunti a casa, sistemerà nei misteriosi posti, che io disconosco, dando vita a una delle più complicate cacce al tesoro che siano mai esistite. Questa, però, fa parte di un’altra enciclopedia di futura edizione.

Finisce qui l’epica Guerra dei Cent’anni, spero che i lettori si siano divertiti e che il Cielo ci protegga dalle occasioni del 3×2!


Sandro Dettori, nato nel ’37, si diletta in restauro e scrittura. Suoi molti racconti e otto romanzi. Uno, Trappole di carta, è stato pubblicato quest’anno. Premiato con citazioni di merito e pubblicazioni in concorsi nazionali: Edizioni Il Cavedio (I 100 corti 2012), Premi Piemonte Letteratura 2015, ’16 e ’17 – Premi Ranieri Filo della Torre 2016 e ’17, Antologia e Romanzo antologico (patrocinio Università “Aldo Moro” di Bari) e “I signori del thriller” (edizioni Rudis). Sposato dal ’65, ha una figlia, un genero, una nipote e due gatte.

Redazione

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