La Madonna del Carmine

La statua della Madonna del Carmine avanzava verso la chiesa. Mancava un chilometro. Diecimila persone attendevano ai lati della strada. Le nuvole si abbracciavano, formando un fronte compatto, nero, pieno d’acqua. Anche il cielo, quel giorno di metà luglio, aveva deciso di piangere per la Madonna del Carmine. 

Dietro le transenne, ai lati della strada, sotto gli ombrelli, c’erano loro, i falsi devoti. Mariti che sorridevano alle ragazzine; mogli che ammiccavano agli immigrati senegalesi; adolescenti assuefatti a YouPorn e afflitti dalla sindrome del tunnel carpale; aspiranti tronisti; adulatrici di Belen; e non poteva mancare il disabile sulla sedia a rotelle, l’unica persona con un buon motivo per stare lì, sotto la pioggia.

Occhi fissi sulla Madonna del Carmine, mano destra sul cuore, tutti pregavano. Eccezion fatta per il disabile, tutti fingevano. Come quando una moglie, dopo venti anni di matrimonio, si concede al marito obeso. Tutti sanno. Tutti fingono.

Era un vociare, un lamento, una cacofonia che serpeggiava per le strade strette e perciò traboccanti di quella melma umana. Come i migliori attori delle serie televisive italiane, parevano afflitti da un qualche morbo che ne aveva deturpato il volto. Non conoscevano le preghiere e si affidavano alla mimica facciale.

La statua della Madonna del Carmine, donata alla parrocchia da Franco, il boss, danzava. I musicisti della banda sembravano indemoniati. Saltavano, ballavano, si contorcevano, e la musica li avvolgeva, e con loro la statua, in un’atmosfera mistica.

Omaggiavano chi aveva pagato per la processione e per la loro esibizione. Sindaco, maresciallo e prete di quel paese arroccato alle pendici del Monte Sant’Angelo, erano tutti lì, sotto il balcone abusivo di Franco.

Lui sorrideva. I denti d’oro riflettevano gli sparuti raggi solari che filtravano attraverso dei piccoli buchetti nel muro d’acqua, su, nel cielo che s’era fatto petrolio. Le mani stringevano la ringhiera, lo sguardo era fisso, deciso. E quei denti… quei denti d’oro gli conferivano un ghigno maligno. Un demonio. Era un demonio.

Con lui c’erano la moglie, Giuseppina a’ scema, e i due figli: naso di porco e o’ frocione.

La Madonna era rivestita di banconote conficcate sugli spilli del perdono. Qualche Padre Nostro, un’Ave Maria, e cinquanta euro: tanto costa il perdono.

I cullanti stavano per abbassare la statua, anche la Madonna doveva omaggiare il boss.

E fu allora, in quel caos di sguardi, di richieste, di promesse, che accadde.

Lampo di luce. Boato. Schegge di legno nell’aria. Urla. Vetri rotti. Sangue.

La Madonna non c’era più.

Una scheggia aveva colpito il disabile alla testa. Angelino Malinconico, 47 anni, era morto.

Il silenzio.

Il silenzio calò su di loro.


Pietro Nunziata nasce nel 1987. Vive in provincia di Napoli. Lascia Ingegneria Civile per studiare Medicina e Chirurgia. Ha lottato contro i mostri e ha perso. Avendo guardato a lungo nell’abisso anche l’abisso ha guardato dentro di lui. Non ha più fiducia negli esseri umani. Un giorno vivrà in Alaska, da solo.

Redazione

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