“Non avrà il mio volto lo specchio”, intervista a Silvia Righi

Parlare di poesia contemporanea ha rappresentato da subito una sfida per la rubrica poetica di Quaerere. Scoprire questi autori è un processo lungo, che richiede una ricerca non solo dei libri – spesso di difficile reperibilità – ma anche dei titoli stessi da ricercare, noti agli specialisti ma meno al pubblico.

Siamo arrivati così a Demi-monde di Silvia Righi – con quattro anni di ritardo rispetto alla sua pubblicazione nel 2020 per NEM editore – in tempo per annunciare che a breve uscirà un poemetto dell’autrice, che tratterà della ritualità derivante dal desiderio sessuale.

Biografia dell’autrice:

Silvia Righi (Correggio, 1995) vive a Milano. Laureata in Lettere moderne presso l’Università Statale di Milano, si occupa da sei anni di comunicazione ed eventi culturali, collaborando all’organizzazione di manifestazioni come Festivaletteratura di Mantova e Festa del Racconto di Carpi. Sue poesie e interventi critici sono apparsi nei blog «Formavera», «Le parole e le cose», «Disgrafie», «MediumPoesia», «La Balena Bianca» e «Nuovi Argomenti». Con il racconto Cercate Raperonzolo? è tra i vincitori del bando italo-tedesco 2021 promosso dalla Fondazione Heimann. I suoi racconti sono stati pubblicati nell’antologia «Con carta e inchiostro», con prefazione di Nadia Terranova, e sulle riviste «Tina» e «Oblique». Nel 2020 ha pubblicato per la casa editrice NEM la sua opera prima, Demi-monde (Premio Pordenonelegge «Poeti di vent’anni», Premio speciale del presidente di giuria – Bologna in Lettere, finalista al Premio Mauro Maconi).

L’intervista segue una divisione in tre sezioni, che rispecchia sia la suddivisione in tre “transizioni” di Demi-monde sia quella dei suoi nuclei tematici. Proprio come nel libro, anche in questa intervista Silvia Righi ci conduce a livelli sempre più profondi di riflessione.

Prima parte. Il desiderio nell’incontro con l’altro.

Come è nata questa raccolta?

Demi-monde ha avuto una lunga genesi, iniziata quando stavo frequentando la Triennale a Bologna. Ho scoperto che alcuni testi che avevo scritto avevano un “colore” simile, così li ho messi insieme per strutturare la prima sezione del libro.

Dopo il mio trasferimento a Milano ho partecipato al laboratorio di Tommaso di Dio, che mi ha aiutata a curare la parte più fredda e razionale della mia poesia, bilanciando la parte più lirica e perturbante.

Ho poi incontrato anche Carmen Gallo, poetessa a cui ho sottoposto quelle che secondo me erano due opere separate. Mi ha fatto notare che il mio era un unico libro, diviso in tre sezioni.

Dal punto di vista emotivo, invece, Demi-monde nasce da una crisi del mio desiderio. Ho incontrato due persone, un ragazzo e una ragazza, per cui provavo dei sentimenti molto forti che non riuscivo a esprimere, quindi ho avuto una sorta di crisi amorosa, e da lì ho iniziato a riflettere su cosa fosse il desiderio per me. Il risultato di questa riflessione è andato a formare i primi nuclei della raccolta.

È interessante notare come la raccolta sia nata dall’incontro con più persone, sia dal punto di vista tecnico che di riflessione personale.

Esatto, molte persone coltivano ancora lo stereotipo del poeta che conduce una vita da eremita, piegato sulle sue carte in stile leopardiano. Però non è così, la poesia si evolve solo se si condivide con gli altri, sia che tu sia scrittore che lettore. Non bisogna avere paura di farsi contaminare.

Ø
La forma è una prova
una prova ad amare
una prova a.
(Tratta dalla prima sezione, pagina 39)

A proposito delle influenze esterne, il titolo della raccolta, Demi-monde, fa riferimento sia alla cultura classica che alle suggestioni contemporanee. Infatti, come sveli nell’introduzione, il titolo stesso cita direttamente la serie TV Penny Dreadful – oltre che Alexandre Dumas. I rimandi più moderni sono coraggiosi, potrebbero non essere compresi e apprezzati da tutti.

L’introduzione è proprio una tra le ultime cose che ho scritto. Era stato Tommaso di Dio a suggerirmi di esplicitare che cos’è questo demi-monde per me, per renderlo più comprensibile a tutti. Questa richiesta mi ha fatta andare in crisi, perché mi sono resa conto che le reference non solo rischiano di non essere condivise, in quanto contemporanee, ma possono essere anche considerate eccessivamente pop.

Mi ci sono voluti tre giorni per scrivere quelle poche righe introduttive. Mi sono resa conto che stavo tentando di dare un significato univoco al demi-monde, che era invece una commistione di influenze, a cui io ho poi attribuito un significato semantico completamente nuovo.

Va bene se il pubblico non coglie ogni singolo riferimento, a patto che l’intensità della scrittura arrivi. Non c’è niente di male a non mettere soltanto reference ipercolte, accademiche o classiche, perchè viviamo in un mondo in cui tutto quello che può confluire nella nostra scrittura ha valore. Siamo influenzati dal cinema, dalle serie TV, dai libri, dalle nostre esperienze.

C’è una parte della raccolta o una poesia che ti è particolarmente cara?

Sono molto legata alla prima parte. L’ho scritta in un momento della mia vita in cui stavo cercando di capire chi ero e cosa stavo cercando. È stata l’unica parte dove avevo in mente delle persone che effettivamente conosco. È una sezione che ho dovuto rielaborare a lungo, molto emotiva e poco strutturata a livello di architettura di pensiero.

Inoltre sono molto legata all’ultima poesia della raccolta, perché l’ultimo verso (come i frutti del melo che ghiacciano la notte) l’ho preso da Sylvia Plath, che è una delle mie poetesse preferite, e per me è stato bellissimo poter prendere in prestito un suo verso per trovare la chiusura del mio libro.

Nella tua raccolta aggiungi anche molti riferimenti matematici, come per esempio la numerazione, che usa il simbolo dell’insieme vuoto. L’uso della matematica è volto alla ricerca di una verità assoluta e pulita, all’ordine che questa disciplina per sua natura vuole dare?

Credo che tutto quello che è utile per scrivere debba essere preso. Nella scelta della numerazione attraverso insiemi vuoti stavo cercando di identificare quelle che sono le poesie meta-narrative, non volevo mettere dei titoli perché avrebbero interrotto il flusso del libro. Ero rimasta affascinata dall’uso della matematica all’interno della filosofia del linguaggio – prende il linguaggio matematico e lo fa aderire a nuove necessità di narrazione. Ho voluto fare la stessa cosa.

Stavo cercavo di mettere ordine in un flusso caotico, in poesie che cercano di trovare una verità di pensiero dietro la narrazione, cercano in altre parole di svelare i meccanismi con cui funziona la narrazione.

Seconda parte. Riflessi, paura, ipocondria.

In Demi-monde sono presenti continui riferimenti all’essere guardati, spiati, ricorrono non a caso oggetti come specchi e finestre.

Un nucleo del libro viene dalla lirica trovadorica. Un suo topos è proprio lo sguardo, nei trovatori il concetto di amore è considerato un non-luogo, io sono dove tu non sei. C’è sempre una tensione verso l’altro – avvicinarsi all’altro, diventare l’altro. In una poesia di Bernart De Ventadorn l’amante si specchia negli occhi dell’amata e finalmente si vede davvero; l’altro è utilizzato come specchio nel quale riconoscersi, per vedersi. Lo scopo ultimo dell’amore è comprendere sé stessi, una via narcisista per la scoperta dell’io.

Gli elementi degli specchi inoltre mi interessavano per il loro aspetto affascinante e perturbante. Negli horror sono spesso usati come strumenti di spavento, anche perché in natura non potremmo vederci con la stessa nitidezza con cui ci vediamo allo specchio, uno strumento artificiale voluto dall’uomo. È terrificante perché ti trovi di fronte al tuo doppio, che però non sei tu. Il perturbante è dato dal vedere qualcosa di familiare ma allo stesso tempo estraneo.

Il rispecchiamento con l’oggetto del desiderio dà molti spunti di riflessione sull’identità, in particolare in chiave queer.

Come donna bisex mi è capitato di essere attratta da ragazze molto diverse da me, a cui volevo assomigliare. C’era questo fraintendimento di fondo, per cui non capivo se le desideravo a livello romantico o se volevo essere come loro. Questo dà effettivamente spunto a una profonda riflessione sull’identità di genere.

Sentivo il bisogno di scrivere di quello che avrei voluto leggere, ero stufa di poesie che parlassero solo di temi tradizionali. Desideravo parlare della crisi del femminile, del desiderio femminile verso il femminile, che porta appunto a un rispecchiamento – hai a che fare con un corpo simile al tuo – ed è chiaro che questo provoca una riflessione diversa rispetto al rapporto eterosessuale. Inoltre sentivo la mancanza di descrizione di un femminile violento, sporco, traumatizzato, come se queste caratteristiche appartenessero solo al maschile. Una donna può desiderare vendetta, violenza e riscatto allo stesso modo di un uomo. Abbiamo bisogno di narrazioni diverse, che parlino della nostra confusione, anche sessuale, e che affrontino dei temi come quelli dell’identità di genere, della trasformazione, del voler essere l’altro perché desideri l’altro.

Necessitiamo di una narrativa non retorica e superficiale – cioè non “sono bisex, faccio una poesia bisex” – ma che sappia portare dei temi nuovi espandendoli a livello narrativo. La volontà non è di fare una poesia facile, pop o immediata – moderna solo per il desiderio di essere moderna – ma quella di volersi aprire a impulsi e influenze che appartengono al nostro mondo, che solo perché non sono canonizzati non significa che non abbiano valore.

È solo così che il pubblico può davvero rispecchiarsi.

Alcuni sogni si ripetono, si prolungano, si solidificano; quelli in cui pesano le assenze. La creatura li definisce realtà. In vuoti come questi la creatura è chiamata, si insinua all’improvviso disarticolandosi. Alcune di queste vite sono troppo simili, troppo vicine: le pareti che le separano smettono di tenere. La creatura deve ritrarsi. Questi esseri sono lo stesso essere? Sullo stagno i fiori sbocciano al contrario.(Tratta dalla terza sezione, pagina 81)

Dalla tua raccolta emerge anche un aspetto inquietante nell’essere guardati, con la connotazione dell’essere spiati. Forse anche che nel guardarci gli altri possano rubare qualcosa.

È vero, subentra anche il topos della casa delle bambole. Lo sguardo degli altri ci rende delle bambole, dei burattini, c’è sempre qualcuno che ci guarda. Nella seconda sezione si parla di disturbi come l’ipocondria e la paranoia, quest’ultima presuppone che potrebbe esserci un occhio che ci spia.1

D’altra parte, il concetto dello spiare viene anche dalla rielaborazione del voyeurismo, aspetto che trovo affascinante all’interno della dinamica del desiderio, perché è la massima espressione del desiderio astratto – osservi qualcosa che desideri ma non ne prendi mai parte, “rubi qualcosa” e non ti metti in gioco.

Terza parte. La solitudine come chiave nella ricerca identitaria.

Il topos delle bambole ci riconnette anche alla paura dell’essere solo visti e non compresi.

Tutto Demi-monde è incentrato sull’incomprensione da parte dell’altro. Nell’essere guardati c’è anche la paura del non essere compresi, che si ricollega alla terza e ultima parte, dove una creatura tenta di rompere il ciclo e riesce a trovare la sua identità. Non può auto-comprendersi finché non si distanzia dagli sguardi degli altri, che le restituiscono un’immagine di sé distorta.

Questa terza sezione del libro presenta delle poesie in prosa. Come mai questa scelta?

La scelta della prosa in questo caso occorreva perché la creatura è un agglomerato di possibilità. Desideravo che i versi fossero lo stesso, un agglomerato con una struttura che può confondere, si può comprendere solo fino a un certo punto. La poesia in prosa corrispondeva alla mia esigenza.

Ø
Mentirebbe se dicesse che la fobia
non l’ha aperta come un’arancia.
Mentirebbe se dicesse che non traccia
sul seno, con un pennarello nero,
i confini della buccia
che non conta le alterazioni.
Mentirebbe se dicesse
che teme la morte più della paura.
Mentirebbe se in scena
ci fosse qualcuno a cui mentire.
Che forma ha il trauma
fuori di sé, senza un pubblico
che osservi dove il dito punta.
(Tratta dalla seconda sezione, pagina 54)

Nella tua raccolta la femminilità si pone come un trauma imposto, come se fosse necessario passare per il trauma per definire la propria identità.

Esatto, ritengo che la femminilità debba liberarsi dalla femminilità imposta. Il problema dell’essere liberi è che non è mai solo un sollievo – è come se dovessi cambiare pelle, fare la muta, è un processo doloroso in cui si incontrano molti ostacoli. Prima che ci sia sollievo c’è il trauma, la rabbia, la tristezza, perché nessuno di noi sceglie come e dove nascere e con che genere, ci si scontra con limitazioni e divieti imposti. Per essere liberi bisogna prima diventare consapevoli di queste limitazioni.

Il femminile in particolare è costretto a ragionare sul trauma, perché lo sperimenta fin dalla nascita. Al trauma si intreccia il tema della paura, per esempio il trauma dello stupro esiste ancora prima che avvenga, in forma di paura insegnata fin da piccolissime. È come se venisse dato per scontato che ogni donna rischi uno stupro. Il trauma in questo senso è quindi mutaforma, ci accompagna nella crescita e si evolve con noi.

Nelle tue poesie dai una forma al trauma.

È più rassicurante che il trauma sia fisico e quindi visibile. Anche qui ci si ricollega allo sguardo. Per guarire non è necessario solo il nostro sguardo, ma anche quello dell’altro – non come terapia ma come confronto. Il trauma è astratto e inafferrabile, per comprendere la sua forma va stanato, è capriccioso. Una volta compresa la forma del tuo trauma puoi iniziare a guarire.


Giulia Zoratti

  1. È da notare come anche nell’ipocondria siano presenti le componenti dello sguardo e dell’ossessione, rivolti però a sé stessi. ↩︎

Martina Frassi

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