L’assoluta quiete di Franz Tunda. Appunti sulla lettura di “Fuga senza fine” di Joseph Roth

Nella storia europea c’è stato un momento segnato da una disillusione profonda. È l’interbellum, il periodo tra le due guerre mondiali, l’epoca di quella génération perdue che dà il titolo a uno dei capitoli di Festa mobile di Hemingway. È una stagione di incertezze e disordini. Incoraggiati dalla vittoria dei bolscevichi in Russia, movimenti rivoluzionari in tutta Europa sfidano le istituzioni borghesi con la promessa di realizzare un mondo più equo. Così non fu. Quando Joseph Roth dà alle stampe Fuga senza fine, nel 1927, la società europea sembra essersi già lasciata alle spalle la miseria della Grande guerra. Eppure, un pessimismo crepuscolare attraversa il continente: si ha l’impressione che l’uomo non sia più in grado di giustificare la sua esistenza, l’etica civile democratica inizia a cedere il posto alla violenza dei regimi autoritari. In quegli anni la repressione e la paura erano gli strumenti a cui ricorrevano dittature spietate per porre ordine nel caos.

L’opera di Roth cattura perfettamente il senso di letterale spaesamento che molti suoi contemporanei dovevano sperimentare. Non a caso la fuga senza fine del titolo copre uno spazio geografico che va dalla lontana Siberia fino al cuore nevralgico del continente europeo, la radiosa Parigi, passando per Mosca, il Caucaso, l’Austria della Prima Repubblica, la Germania di Weimar. Alla fine, non esiste un vero posto nel mondo per un apolide d’elezione come il protagonista, Franz Tunda. Il suggestivo sottotitolo dell’opera, una storia vera, allude all’espediente letterario che l’autore utilizza per raccontare le vicende dell’amico Tunda. Leggiamo nella Premessa:

Nelle pagine seguenti racconterò la storia del mio amico, compagno d’armi e di idee, Franz Tunda.

Seguirò in parte i suoi appunti, in parte quel che mi ha raccontato.

Non ho inventato, né aggiustato nulla. Ormai non si tratta più di “creare”. L’essenziale è ciò che si è osservato.

D’altronde Roth, nei panni del suo alter ego letterario, è molto abile nel descrivere le sue osservazioni sulla società sovietica come su quella borghese dei paesi europei: vengono mostrate tante piccole scene di vita quotidiana, vengono presentati diversi personaggi con le loro peculiarità. È questo il “verismo” che l’autore conferisce alla sua opera, la cui trama resta frutto di fantasia. Il racconto ha inizio nel 1916, quando «il tenente dell’esercito austriaco Franz Tunda finì prigioniero di guerra dei russi», finendo in Siberia. Riuscito a fuggire grazie a un uomo di origini polacche, Baranowicz, si stabilisce presso la sua abitazione nella taiga siberiana per diversi anni, nel corso dei quali riesce a spacciarsi per il fratello del suo salvatore e ottenere una nuova identità. A guerra conclusa, l’intenzione di Franz è quella di tornare a Vienna, dove lo attende la sua ragazza Irene Hartmann. Tuttavia, l’uomo si trova per circostanze fortuite coinvolto nella guerra civile russa: si innamora di Nataša, una combattiva militante bolscevica che lo avvicina alle idee socialiste. Questa non è che la prima delle donne che Tunda conosce e abbandona, mentre nel cuore persiste un richiamo nascosto verso la fidanzata che ha smesso ormai da anni di aspettarlo e che nel frattempo si è trasferita a Parigi con l’uomo che ha sposato. Franz, d’altra parte, prende in moglie una «silenziosa ragazza del Caucaso», Alja, con cui va a vivere a Baku per breve tempo, prima di lasciarla per fare ritorno a Vienna. L’Austria, nel frattempo, è sconvolta dalla caduta dell’impero (una ferita profonda che diventa tema ricorrente di molti autori di origine austriaca nel corso del Novecento). Rimasto senza famiglia, a parte il fratello Georg, celebre direttore d’orchestra trasferitosi in un’anonima località sul Reno, Franz si rende immediatamente conto dell’inospitalità di un mondo che non fa più per lui. Chi lo incontra lo tratta con diffidenza, vedendone un pericoloso nemico politico «comunistizzato», nonostante sia chiaro che la critica che Tunda muove al modello sociale europeo non derivi da pregiudizi ideologici, quanto da un più profondo astio verso le false convenzioni della cultura borghese. Quando raggiunge il fratello, Franz gli rimprovera di vivere in una lussuosa abitazione dove l’arredamento è composto da mobili e orpelli provenienti da altre culture, mentre viene professata la purezza dei costumi europei:

«È cultura europea questo?» chiese Franz indicando i Buddha, i cuscini, i larghi e profondi divani, i tappeti orientali. […] «Non capisco come tu possa ancora parlare di cultura europea. Dove sta? […] Questa vecchia cultura ha ormai mille buchi. Voi li rattoppate con prestiti dall’Asia, dall’Africa, dall’America. I buchi si fanno sempre più grossi. Ma voi mantenete l’uniforme europea, lo smoking e la carnagione bianca e abitate in moschee e templi indiani.» (p. 96)

Così, Georg incarna agli occhi di Franz il plateale paradosso del colonialismo europeo, che rende preda gli altri popoli della loro cultura accusandoli al tempo stesso di essere una minaccia per le tradizioni occidentali, mentre Franz incarna agli occhi di Georg l’ingenuo rivoluzionario accecato dalle proprie convinzioni politiche («Tu non hai più idee europee» dirà il fratello, quasi a volerlo accusare di tradimento). Sono due visioni del mondo che si confrontano ed è proprio da queste visioni che derivano due consapevolezze profondamente diverse tra loro – pur venendo da persone che hanno ricevuto la stessa educazione e sono cresciute nel medesimo contesto. A Franz, ormai, un concetto come quello di cultura (specie se declinato, come avverrà di lì a pochi anni, in un senso razzista) risulta del tutto estraneo: ogni posto equivale l’altro, e ogni elemento culturale può essere arbitrariamente scelto per darsi un’identità. Georg è invece convinto del contrario, cioè che l’identità è inevitabilmente forgiata dalla propria cultura di appartenenza: esiste un modello di purezza che può venire semplicemente contaminato da «prestiti» culturali.

La fuga senza fine che dà titolo alla vicenda di Tunda può essere letta in numerosi modi. La chiave di lettura più superficiale suggerisce che la fuga sia quella di un prigioniero di guerra austriaco dalla Siberia fino alla sua vecchia patria. Un’altra interpretazione potrebbe vedere in questa fuga una metafora per la ricerca della donna perduta, Irene. Una fuga dove ogni amante vale l’altra, perché nessuna può essere familiare come la fidanzata della gioventù. Forse, però, la spiegazione più convincente è che Irene, come la cultura, altro non sia che un pretesto per mettersi in cerca della propria identità. Franz non riconosce la cultura borghese, non la accetta, e quando, al termine del romanzo, incontra fugacemente Irene, non riesce a riconoscere neppure lei. Ogni sicurezza del passato è definitivamente recisa, mentre l’unico vero posto dove Tunda ha davvero messo radici sembra essere la casa dell’amico-fratello Baranowicz, in Siberia, lontano da tutti gli uomini.

Tunda dunque poteva tornare – da Baranowicz, da cui era partito per cercare Irene. Poteva tornare. Sua moglie già lo aspettava. […] Ma non sentiva nostalgia della taiga. Qui, gli pareva, era il suo posto e la sua fine. Viveva dell’odore di marcio e si nutriva di muffa, respirava la polvere delle case cadenti e ascoltava rapito il canto dei tarli. (p. 150)

«Superfluo come lui non c’era nessuno al mondo» scrive Roth in conclusione al racconto. Il tema esistenzialista della contingenza viene sviluppato in una trama dove trovano posto l’avventura, l’amore, il dramma di essere stranieri in ogni luogo. Fuga senza fine può essere perciò considerato un epillio tipicamente moderno, dove l’eroe-Tunda affronta un viaggio alla ricerca di un sé. Ma questo viaggio, come dichiara lo stesso protagonista, non può che avvenire qui e ora, senza bisogno di giustificazioni trascendentali:

So soltanto che non è stata, come si dice, la ‘inquietudine’ a spingermi, ma al contrario – una assoluta quiete. Non ho nulla da perdere. Non sono né coraggioso né curioso di avventure. Un vento mi spinge, e non temo di andare a fondo. (p. 58)


Matteo Maci

Redazione

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