Teoria delle descrizioni definite – Un salto nella filosofia del linguaggio – parte 2

Questo articolo è il secondo di due articoli correlati. Trovi qui la prima parte.

I problemi filosofici che la teoria delle descrizioni risolve.

Il problema logico-semantico.[1] Questo problema prende in carico la legge del terzo escluso, problema che viene presentato da Russell come segue:

Per la legge del terzo escluso, o “A è B” o “A non è B” sono veri. Perciò, o “l’attuale re di Francia è calvo” o “l’attuale re di Francia non è calvo” sono veri. Eppure, se enumerassimo le cose che sono calve, e poi quelle che non sono calve, non troveremmo l’attuale re di Francia in nessuna delle due liste. Gli hegeliani, che amano le sintesi, ne concluderebbero probabilmente che egli porta il parrucchino.[2]

Se il problema non viene risolto, allora noi saremmo obbligati a ritenere che esiste l’attuale re di Francia – cosa falsa, perché la Francia è una repubblica –, dato che o è vero che il re è calvo o è vero che non è calvo, ma in ogni caso deve esistere per poter dire di esso che è calvo o meno. Come fa Russell a risolvere il dilemma? La sua soluzione fa appello alla distinzione fra occorrenza primaria e occorrenza secondaria: di termini, o di connettivi, o di proposizioni complementari.[3] L’occorrenza è il posto che un certo elemento linguistico occupa all’interno di un enunciato. Consideriamo questa proposizione: “Pensavo che il tuo yacht fosse più grande di così”. Essa ha due possibili traduzioni, di cui daremo una versione semplificata, usando le parentesi e omettendo il criterio di unicità e massimalità per renderne più agevole la lettura. Le traduzioni, tuttavia, non sono equivalenti, perché l’una può essere vera laddove l’altra può essere falsa. E questo è il punto fondamentale, perché questa diversità tiene in piedi la teoria russelliana delle descrizioni definite. Le traduzioni sono:

(a) Pensavo che (la dimensione del tuo yacht fosse maggiore della dimensione del tuo yacht).

(b) C’è una dimensione x (x è la taglia del tuo yacht e io pensavo che la taglia del tuo yacht fosse diversa da x).[4]

In (a) l’occorrenza della descrizione è stretta, in (b) è larga. In altre parole, nel primo caso l’occorrenza della descrizione “la dimensione del tuo yacht” è secondaria – perché è incassata nella reggente “pensavo che” –, mentre nel secondo caso essa è primaria, in quanto figura come primo termine della frase.

Ritornando all’attuale re di Francia, bisogna notare che la negazione ha occorrenza primaria, ovvero ha un range d’applicazione che non riguarda l’oggetto o la proprietà in sé, ma riguarda la frase stessa che si pronuncia. In altre parole, Russell distingue fra: “non (A è B)” e “A è (non-B)”. Nel primo caso, si nega una proposizione, perché la negazione ha occorrenza primaria, sicché sarà corretto tradurre l’espressione “l’attuale re di Francia non è calvo” come “non esiste alcun x tale che se x è re di Francia e, per ogni y, se y è re di Francia allora y = x, allora x è calvo”. La legge del terzo escluso è così preservata e assicurata: non siamo costretti ad ammettere che esista l’attuale re di Francia, dobbiamo solo ammettere che si nega una proposizione.

Il problema epistemologico. Russell vuole dimostrare che la sua teoria è in grado di trattare alcune frasi problematiche in cui occorre l’identità in un contesto epistemico, ovvero non estensionale, dove una frase incassata in un’altra presenta un operatore del tipo “vuole sapere se”, “conosce” ecc.

Se a è identico a b, qualunque cosa sia vera dell’uno è vera dell’altro, e ciascuno può essere sostituito per l’altro in qualunque proposizione senza alterarne il valore di verità o falsità. Ora, Giorgio IV voleva sapere se Scott fosse l’autore di Waverley; e in effetti Scott era l’autore di Waverley. Quindi, noi si potrebbe sostituire Scott con l’autore di ‘Waverley’, e quindi provare che Giorgio IV voleva sapere se Scott fosse Scott. Tuttavia, un interesse nella legge dell’identità potrebbe essere difficilmente attribuito al primo gentiluomo d’Europa.[5]

Ora, benché “Scott” e “l’autore di Waverley” denotino lo stesso ente, essi hanno significati diversi. Questo esempio è sufficiente a dimostrare la distinzione fra significato e denotazione; Giorgio IV, infatti, è interessato a sapere se sia vero che Scott è l’autore di Waverley, ma non è interessato a sapere se Scott sia Scott (forse, perché lo dà per scontato).[6] Il punto, dice Russell, è che nella frase seguente:

(i) Giorgio IV voleva sapere se Scott fosse l’autore di Waverley

non c’è alcuna occorrenza di “Scott” né di “l’autore di Waverley” interscambiabile l’una con l’altra, perché se si sostituissero i termini allora la (i) diverrebbe, da che era vera, falsa.[7] Traducendo (i) secondo la teoria delle descrizioni definite, otteniamo:

(i)’ Giorgio IV voleva sapere se uno ed un solo uomo avesse scritto Waverley e se quell’uomo fosse Scott.[8]

Una traduzione diversa di (i) sarebbe la seguente, ammissibile ma non applicabile al caso in esame:

(i)” Uno e un solo uomo ha scritto Waverley, e Giorgio IV voleva sapere se Scott fosse quell’uomo.

Nell’ultima traduzione, “l’autore di Waverley” ha occorrenza primaria, cioè si dice qualcosa sull’ente denotato da “l’autore di Waverley”. Nella prima traduzione “l’autore di Waverley” ha occorrenza secondaria.[9] E solo in quest’ultimo caso la traduzione è corretta, perché Giorgio IV non conosceva direttamente Scott, ma voleva ottenerne una conoscenza per descrizione (propositional knowledge).[10] L’occorrenza secondaria di “l’autore di Waverley” o “Scott” rende inapplicabile la sostituzione di termini salva veritate perché non siamo in un contesto enunciativo di primo ordine, in cui i termini vengono usati, bensì in uno di ordine non estensionale, in cui i termini vengono menzionati.[11]

Il problema metafisico.[12] La teoria delle descrizioni definite può risolvere il problema delle frasi vere in cui il soggetto è un oggetto inesistente: come fanno a essere vere? Queste frasi sono di un tipo che abbiamo già incontrato, esse sono, per esempio: “Pegaso ha le ali”, “Il quadrato rotondo è un oggetto matematico”, “la montagna d’oro non esiste”, “l’attuale re di Francia è francese”. In ognuna di queste frasi, il soggetto è inesistente: infatti, esse non denotano alcunché. Russell vuole dimostrare che noi possiamo ritenere queste frasi significanti e vere senza essere costretti ad assumere che esistano oggetti non attuali, non realizzati, meramente possibili o, per dirla linguisticamente, senza essere costretti ad assumere che ogni termine abbia un riferimento.[13] La distinzione fra occorrenza primaria e secondaria è d’ausilio anche in tal caso. Consideriamo la descrizione “l’attuale re di Francia non è calvo”. Essa è falsa se tradotta come:

(ii) Esiste un ente x tale che x è l’attuale re di Francia e x non è calvo.

Tuttavia, la descrizione è vera se tradotta come:

(iii) È falso che esista un ente x tale che x è l’attuale re di Francia e x è calvo.

In altre parole, “l’attuale re di Francia non è calvo” è un enunciato falso, se l’occorrenza di “re di Francia” è primaria; vero, se è secondaria.[14] La frase “l’attuale re di Francia è calvo”, invece, è certamente falsa siccome la sua traduzione non può essere altra che “esiste un ente x tale che x è l’attuale re di Francia e x è calvo”, ma siccome non esiste un tale ente, allora la frase descrittiva è falsa.[15] In tal caso, dunque, l’occorrenza primaria rende falso l’enunciato descrittivo.[16]


Bibliografia

Opere principali

Russell, B., 1905, “On Denoting”, Mind, 14, pp. 479-493.

Russell, B., 1911, “Knowledge by Acquaintance and Knowledge by Description”, Proceedings of the Aristotelian Society, 11, pp. 108-128.

Russell, B., 1919, Introduction to Mathematical Philosophy, Londra: Allen & Urwin.

Russell, B., 1957, “Mr. Strawson on Referring”, Mind, 66, pp. 385-389.

Russell, B., 1959, My Philosophical Development, Londra: Allen & Urwin.

Russell, B., 1970, Linguaggio e realtà, A. Bonfantini (ed.), Bari: Laterza.

Russell, B., 1970, Misticismo e logica, A. Pavolini (ed.), Milano: Longanesi.

Russell, B., 20134a, I problemi della filosofia, P. Costa et alii (eds.), Milano: Feltrinelli.

Opere secondarie

Aristotele, Metafisica, a cura di Berti, E., 2017, Bari: Laterza.

Ayer, A. J., 1936, Language, Truth and Logic, Londra: Gollancz.

Cassin, E., 1971, “Russell’s Distinction Between The Primary and Secondary Occurrence of Definite Descriptions”, Mind, 80, pp. 620-622.

Geach, P., 1950, “Russell’s Theory of Descriptions”, Analysis, 4, pp. 84-88.

Hallden, S., 1948, “Certain Problems Connected with the Definitions of Identity and of Definite Descriptions Given in Principia Mathematica”, Analysis, 2, pp. 29-33.

Irvine, A. D., 2021, “Bertrand Russell”, E. N. Zalta (ed.), The Stanford Encyclopedia of Philosophy.

Lambert, K., 1990, “Russell’s Theory of Definite Descriptions”, Dialectica, 44, pp. 137-152.

Landini, G., 2002, Russell’s Definite Descriptions as a ‘Paradigm for Philosophy’, J. Dale (ed.), A Companion to Philosophical Logic, Hoboken, NJ: Blackwell, pp. 194-223.

Ludlow, P., 2021, “Descriptions”, E. N. Zalta (ed.), The Stanford Encyclopedia of Philosophy.

Neale, S., 1990, Descriptions, Cambridge, MA: MIT Press.

Picardi, E., 1999, Le teorie del significato, Bari: Laterza.

Ramsey, F. P., 1931, Philosophy, in R. B. Braithwaite (ed.), The Foundations of Mathematics and Other Logical Essays by Franck Plumpton Ramsey, Londra: Harcourt, Brace.

Schiffer, S., 2005, “Russell’s Theory of Definite Descriptions”, Mind, 114, pp. 1135-1183.

Searle, J., 1969, Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge: CUP.

Strawson, P., 1950, “On Referring”, Mind, 59, pp. 320-344.

Zvolensky, Z., 1997, “Definite Descriptions: What Frege got Right and Russell Didn’t”, Aporia, 7, pp. 1-16.


[1] Ivi, p. 485.

[2] Ibidem, traduzione mia.

[3] Ivi, p. 489. Questa distinzione viene usualmente denominata in logica, metafisica e filosofia del linguaggio come distinzione de dicto/de re.

[4] Cassin (1971) rende la distinzione russelliana tra occorrenza primaria e secondaria più solida alla luce del sistema logico presentato nei Principia Mathematica.

[5] Russell 1905, p. 485.

[6] Ivi, p. 487.

[7] Ivi, p. 489.

[8] Ibidem. Dire “uno e un solo x” è un’abbreviazione per i criteri di esistenza, unicità e massimalità richiesti dalla teoria delle descrizioni definite affinché queste siano effettivamente denotative, come esplicitamente affermato dallo stesso Russell (1905, nota 1, p. 490).

[9] Ivi, p. 489.

[10] Ivi, pp. 479-480. Si veda anche Russell 1911 per la distinzione fra knowledge by acquaintance e knowledge by description.

[11] La distinzione uso/menzione può essere afferrata come segue: (1) Roma è la capitale d’Italia; (2) “Roma” ha quattro lettere. Nel primo caso abbiamo usato la parola “Roma”, nel secondo caso l’abbiamo menzionata.

[12] Russell 1905, p. 490.

[13] Irvine 2021, cap. 4.

[14] Russell 1905, p. 490.

[15] Strawson (1950) ha criticato la teoria delle descrizioni definite di Russell; secondo lui, infatti, le frasi in cui il soggetto è un oggetto inesistente sono semplicemente assurde, né false né vere. La risposta di Russell, che non era per nulla d’accordo con Strawson, è stata presentata in Russell 1957.

[16] Ibidem.

Matteo Orilia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto